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La violenza delle donne sugli uomini: un fenomeno poco visibile

Nel dibattito pubblico e clinico sulla violenza nelle relazioni l'attenzione si concentra quasi esclusivamente sulla violenza maschile contro le donne. È stato ed è fondamentale, per ragioni storiche, sociali e politiche. Ma quando un paradigma diventa l'unico, rischia di lasciare zone d'ombra. Una di queste è la violenza psicologica, verbale e fisica che alcune donne agiscono sugli uomini. Parlarne non significa minimizzare la violenza maschile né mettere i generi uno contro l'altro. Significa restituire complessità a un fenomeno relazionale.


Che cosa dice la ricerca

Dagli anni Settanta alcuni studi hanno messo in discussione l'idea che la violenza di coppia vada in una sola direzione. Le ricerche di Murray Straus e Richard Gelles con la Conflict Tactics Scale hanno mostrato che i comportamenti aggressivi, fisici e verbali, sono spesso bidirezionali. Il sociologo Michael Johnson ha poi distinto il "terrorismo intimo", caratterizzato da un controllo coercitivo sistematico e agito in prevalenza da uomini, dalla "violenza situazionale di coppia", molto più frequente, che nasce da conflitti disfunzionali in cui entrambi possono diventare aggressivi. In questa seconda forma la violenza femminile è paragonabile a quella maschile, soprattutto sul piano psicologico e verbale. Autori come Sherry Hamby, John Archer e Donald Dutton hanno sottolineato che la violenza femminile è spesso sottostimata, anche per pregiudizi culturali che rendono difficile riconoscerla. Resta vero che le conseguenze fisiche più gravi, e gli omicidi, riguardano soprattutto le donne.


La violenza psicologica

Se la violenza fisica agita da una donna tende a essere minimizzata o perfino ridicolizzata, quella psicologica è ancora più invisibile. Eppure può avere effetti profondi sull'autostima e sull'identità. Le forme più frequenti sono la svalutazione sistematica e l'umiliazione, il gaslighting, il ricatto emotivo, le minacce di abbandono o di distruggere l'immagine sociale dell'altro, l'uso strumentale dei figli, l'alternanza di idealizzazione e disprezzo. Sono dinamiche descritte nel narcisismo patologico, ma anche nelle organizzazioni borderline, nell'attaccamento disorganizzato, nella dipendenza affettiva.

Negli ultimi anni il narcisismo è diventato una chiave di lettura quasi universale, spesso applicata in modo semplicistico, così come l'idea di mascolinità tossica. Sono costrutti che hanno una loro validità, ma usati in modo esclusivo rischiano di patologizzare un solo genere, oscurare le responsabilità reciproche, rendere invisibile la sofferenza maschile e scoraggiare gli uomini dal chiedere aiuto.


Il silenzio degli uomini

Molti uomini che subiscono violenza psicologica o fisica faticano enormemente a raccontarlo. La vergogna, la paura di non essere creduti, di essere derisi o considerati deboli li zittiscono. Quando la cultura dominante non prevede che un uomo possa essere vittima, la sua esperienza fatica a trovare parole.

Per chi lavora nella salute mentale, ignorare questa realtà significa rischiare di invalidare l'esperienza del paziente e di perdere informazioni importanti. Un approccio etico e scientifico chiede di valutare la violenza in quanto tale, chiunque la agisca, restando attenti alle asimmetrie di potere ma senza negare la complessità delle relazioni.