I volti della depressione: tipi e forme
La depressione non si presenta sempre allo stesso modo. Conoscerne le diverse forme aiuta a riconoscerla prima e a trattarla meglio, perché per curarla in modo efficace la prima cosa da capire è di quale tipo si tratta. L'origine è considerata multifattoriale: biologica, psicologica, legata alle situazioni di vita.
Disturbo depressivo maggiore
È la forma più conosciuta: sintomi intensi, presenti per gran parte della giornata, quasi ogni giorno, per almeno due settimane. Il segno principale è il cambiamento dell'umore: tristezza continua, irritabilità, rabbia per motivi futili, perdita di interesse per ciò che prima piaceva. Può presentarsi una sola volta (episodio singolo) oppure ripetersi nel corso della vita (forma ricorrente), con episodi separati da almeno due mesi di benessere. Spesso il primo episodio compare in adolescenza.
Distimia, o disturbo depressivo persistente
È una forma più lieve ma molto più lunga: i sintomi durano almeno due anni. Non sempre c'è una tristezza profonda. A volte si manifesta come mancanza di motivazione, di scopo, di slancio. Tristezza, disturbi del sonno e dell'appetito, stanchezza, difficoltà a concentrarsi e a decidere, bassa autostima, senso di disperazione. È insidiosa perché diventa un modo di essere: la persona finisce per pensare "sono fatto così". E può dare luogo, a tratti, a episodi depressivi gravi. Un episodio depressivo trascurato rischia di trasformarsi proprio in una forma cronica, più difficile da trattare.
Depressione reattiva
È la forma più comune. Compare in risposta a un evento esterno riconoscibile: un lutto, una separazione, un tradimento, la perdita del lavoro, difficoltà economiche, un trasferimento, la nascita di un figlio nel caso della depressione post partum. Tutti, in un momento particolarmente difficile della vita, possiamo esserne colpiti. Chi ha più flessibilità psicologica e risorse emotive ha più strumenti per attraversare l'evento critico; chi ne ha meno rischia di cadere.
I sintomi tipici sono la tristezza profonda dopo l'evento, la perdita di motivazione e di interesse (fino a trascurare l'igiene o i pasti), la mancanza di energia (alzarsi la mattina diventa una fatica enorme), i sensi di colpa, l'isolamento. Rispetto ad altre forme ci sono spesso meno sintomi fisici, ma i disturbi del sonno sono frequenti. Nei casi più gravi il rallentamento può arrivare a una sorta di paralisi, il cosiddetto stupore depressivo; altre persone, al contrario, diventano agitate e moltiplicano gesti compulsivi come fumare o mangiarsi le unghie.
Il legame con l'evento non è sempre immediato. A volte, dopo un momento difficile, la persona continua a funzionare per settimane o mesi, portandosi dietro uno stress residuo, finché il quadro non emerge. Ne sono più esposte le persone sottoposte a stress continui, le persone molto esigenti e perfezioniste, chi ha una bassa autostima o una dipendenza emotiva, chi attribuisce i propri successi e fallimenti a cause esterne. Le donne hanno un rischio più alto, segno che anche i fattori sociali giocano un ruolo.
Il trattamento è di solito psicoterapeutico e, quando serve, farmacologico. Nella depressione reattiva spesso la psicoterapia da sola è sufficiente: si lavora sull'evento che ha scatenato lo stato depressivo, sulle emozioni accumulate, sui pensieri, e si costruiscono strumenti per affrontare le difficoltà future.
Endogena ed esogena: una vecchia distinzione
Negli anni Ottanta si distinguevano in modo piuttosto schematico due forme: la depressione endogena, attribuita a fattori interni come uno squilibrio neurochimico o modelli di pensiero negativi, e quella esogena, o reattiva, attribuita a un evento esterno. Oggi questa distinzione è superata, ma ci ha insegnato una cosa: i disturbi dell'umore dipendono sempre, in misura variabile, sia da fattori interni sia da fattori esterni. Nelle forme in cui il peso biologico è maggiore il farmaco ha un ruolo più centrale, sempre meglio se affiancato da una psicoterapia.
Disturbo affettivo stagionale
La depressione stagionale si accende nei mesi invernali, quando la luce solare diminuisce. La minore luminosità agisce su cellule specifiche della retina, altera i ritmi di sonno e veglia, riduce la serotonina e aumenta la melatonina. Ne derivano sonnolenza, sonno eccessivo, stanchezza, aumento dell'appetito con desiderio di carboidrati e aumento di peso, ritiro sociale, tristezza, demotivazione, bassa autostima, calo del desiderio. I sintomi compaiono in autunno e all'inizio dell'inverno e si attenuano in primavera, a volte con una fase di umore lievemente euforico.
È più frequente alle latitudini alte, nei paesi del Nord Europa, e rara vicino all'equatore. Colpisce soprattutto i giovani e le donne, con un rapporto di circa quattro a uno, che in età avanzata tende a pareggiarsi. Molte persone non conoscono nemmeno questa diagnosi. Il trattamento più efficace è la terapia della luce: dispositivi che emettono una luce intensa a spettro bilanciato, usati ogni giorno durante i mesi invernali per sessioni di circa mezz'ora, sotto indicazione e controllo di personale qualificato, soprattutto per chi ha problemi alla vista o fotosensibilità.
Disturbo disforico premestruale
Compare nella settimana che precede le mestruazioni ed è legato alle variazioni ormonali. Si distingue dalla comune sindrome premestruale per la sua intensità: può compromettere seriamente la vita quotidiana. Ansia, rabbia, umore depresso, pianto facile, difficoltà di concentrazione, la sensazione che tutti ce l'abbiano con noi, insieme a mal di testa, dolori muscolari, crampi, tensione al seno. I sintomi scompaiono con l'inizio del ciclo e possono presentarsi in qualsiasi momento dalla pubertà in poi.
Disturbo da disregolazione dirompente dell'umore
È una diagnosi introdotta nel DSM-5 nel 2013 e riguarda i bambini. È normale che un bambino a volte si arrabbi; questi bambini, però, sono irritabili o arrabbiati per la maggior parte della giornata, quasi tutti i giorni, e hanno scoppi di collera gravi e frequenti, verbali o fisici, sproporzionati rispetto alla situazione e all'età.
Altre forme
Esistono anche la depressione indotta da sostanze o farmaci e quella secondaria a un'altra condizione medica. E ci sono due forme che meritano un'attenzione particolare perché sfuggono facilmente: la depressione mascherata e quella ad alto funzionamento.
La depressione mascherata
In ambito clinico capita spesso di incontrare persone con disturbi fisici persistenti, vaghi, apparentemente inspiegabili: mal di testa, dolori muscolari, tensioni cervicali, stanchezza cronica, disturbi gastrointestinali, vertigini, oppressione al petto, insonnia. Sintomi che resistono alle cure e agli esami e non trovano una causa organica. In molti di questi casi il corpo esprime ciò che la mente non riesce a dire.
La depressione mascherata non mostra i segni classici. Si manifesta con sintomi somatici, irritabilità, impazienza, difficoltà di memoria e concentrazione, oppure con un'iperattività compensatoria: perfezionismo, sovraccarico di lavoro o di impegni sociali. Il paziente non si sente depresso e nega il disagio emotivo, convinto che il problema sia solo fisico. Eppure sotto c'è un senso di vuoto, di insoddisfazione, di mancanza di significato.
Il rischio è medicalizzare il disagio psichico con percorsi lunghi e inutili che non toccano la radice. La persona si sente incompresa e continua a cercare risposte nel corpo. Serve uno sguardo integrato, che ascolti il sintomo fisico e insieme colga i segnali emotivi e relazionali, aiutando la persona a riconoscere il legame tra corpo e mente e a dare un nome a ciò che vive.
La depressione ad alto funzionamento
La depressione non ha sempre il volto stanco e il corpo che non si alza dal letto. Esiste una forma più silenziosa, che si nasconde dietro il sorriso e la puntualità. Non paralizza, logora. Chi ne soffre è spesso una persona che ce la fa: lavora, studia, si prende cura degli altri, rispetta le scadenze, non si lamenta mai. Dentro, però, qualcosa si spegne. Ogni gesto richiede uno sforzo immenso, ogni sorriso è una maschera, ogni successo è vissuto con distacco.
Spesso si accompagna a un perfezionismo estremo, a un'autocritica costante, alla paura di deludere. Chi ne è colpito non si concede nemmeno il diritto di stare male: si dice che non ha motivo, che non ha tempo. Proprio perché riesce a funzionare, rimanda la richiesta di aiuto, pensando che non sia abbastanza grave o che altri stiano peggio. Ma la sofferenza non si misura dalla gravità apparente. Si misura da quanto pesa, da quanto consuma, da quanto isola.
Lo psicologo può offrire proprio questo: un luogo in cui smettere di fingere. Dietro ogni depressione ad alto funzionamento c'è una persona che ha imparato a sopravvivere e che ora ha bisogno di imparare a vivere.
