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Le tattiche del partner tossico

Prima o poi tutti incontriamo una persona con cui è difficile avere una relazione lineare. Ci sono fraintendimenti continui, la comunicazione è ambigua, gioca sulle sfumature delle parole. Alla fine pensiamo che il problema sia nostro: che non capiamo, che siamo troppo sensibili, che reagiamo in modo esagerato. Cominciamo ad adattarci e a dubitare di noi. Prima di darci la colpa vale la pena chiederci: succede con tutti o solo con questa persona? Cosa c'è in lei che mi fa diventare più reattivo o più compiacente?

A volte entra in gioco il transfert, il meccanismo per cui spostiamo su una persona emozioni e schemi che vengono da altre relazioni, soprattutto antiche. Può essere positivo, una simpatia immediata, o negativo, un'irritazione, una gelosia, un'invidia "a pelle". In una relazione tossica, però, c'è anche una precisa influenza dell'altro. Il primo passo è riconoscere i comportamenti dannosi per non farsene contagiare: non per cambiare l'altro, ma per prenderne le distanze, distinguendo ciò che si sente davvero da ciò che viene indotto.


Le manovre più comuni

Le parole dicono una cosa, il corpo un'altra. È freddo, pungente, irritato, ma dice che va tutto bene. Con un sospiro, un sopracciglio alzato, ti fa capire che c'è qualcosa di non detto. Ti viene voglia di fare di tutto per farlo stare meglio. Ma il suo malessere è suo. Non siamo responsabili dei sentimenti degli altri. Se pensiamo di averlo ferito possiamo parlarne e, se serve, scusarci, ma non dobbiamo tirare a indovinare. A volte è più utile prendere le distanze quando il suo umore è instabile e tornare quando è passato.

La manipolazione passiva: si ha la sensazione di essere gli unici a portare avanti la relazione e di essere in debito. Il messaggio implicito è: "guarda quante cose ho fatto per te, e tu cosa fai per me?". Ciò che si riceve è frutto di una libera scelta dell'altro, non una cambiale. Se senti di dover fare qualcosa non è un piacere: è senso di colpa.

La proiezione: invece di riconoscere la propria rabbia o tristezza, il partner tossico dice che sei tu a essere arrabbiato con lui, di cattivo umore, irritante. Se ti ritrovi a giustificarti come un bambino con le mani nella marmellata, sei entrato nel suo gioco. Davanti a una falsa accusa non serve difendersi.

L'aut-aut: "o me o i tuoi amici", "o me o lo sport". Spesso arriva quando hai già preso un impegno. Le rinunce non saranno mai abbastanza. Le tue amicizie e i tuoi interessi ti nutrono e devono poter convivere con la coppia.

La ragione a ogni costo: altera il racconto dei fatti, la sua versione è convincente e non chiede mai scusa. Non ha senso entrare in un braccio di ferro. Le opzioni sono lasciar correre o lasciar andare una persona con cui non è possibile un dialogo che tenga conto di entrambi.

La svalutazione: non sa gioire dei tuoi successi, li sminuisce, insinua dubbi. "Quella promozione è stata fortuna", "quella nuova amica non è sincera", "sei sicuro di aver fatto la scelta giusta?".

Il silenzio punitivo: davanti a un conflitto tronca la comunicazione, non risponde ai messaggi, ti lascia senza spiegazioni a rimuginare. In una relazione sana il confronto è possibile, anche acceso, e nessuno mette l'altro alla porta ignorandolo per giorni.

L'incongruenza: parole sgradevoli con tono garbato. "Ho avuto una giornata terribile, sono sicuro che la tua è andata alla grande." Sembra uno sfogo, in realtà è una critica.

La conversazione tangenziale: sposta il discorso su dettagli irrilevanti o su vecchie questioni per non affrontare il tema scomodo.

Lo spostamento sulla forma: invece di parlare del problema contesta come ne parli, le parole, il tono, i gesti, il pianto. Così il conflitto cresce, gli argomenti si sovrappongono e nulla viene risolto.

L'esagerazione: elenca le tue mancanze amplificandole con "sempre" e "mai". Da qui non si vince.

Il giudizio spietato: non concede attenuanti, rimarca ogni errore, emette sentenze che possono schiacciare chi ha già un'autostima fragile.


Il meccanismo offesa-colpa

Da bambini ci hanno insegnato che chiedere scusa è segno di buona educazione, e spesso ci siamo scusati senza sapere bene perché. Così il seme della colpa è cresciuto. Ma quando un adulto si scusa troppo spesso, senza capirne il motivo o solo perché qualcuno è irritato, può darsi che stia subendo una manipolazione.

Alcune persone si offendono per ogni cosa, perché non distinguono un'opinione o una critica costruttiva da un attacco. Il manipolatore usa questa suscettibilità: si mostra offeso e la vittima si sente in colpa per situazioni in cui non ha alcuna responsabilità. Ci sono argomenti che scatenano sempre una reazione violenta, comunque li si affronti. A volte è saggio non toccarli, ma se un tema va affrontato bisogna sapere che non siamo noi a provocare la reazione: è l'altro che non riesce a reggere ciò che vive come una minaccia.

Il manipolatore ti fa sentire a disagio, in modo indiretto, evitandoti, smettendo di parlarti, rispondendo a monosillabi, o diretto, dicendoti che lo hai fatto stare male. Si rifiuta di risolvere il problema: a volte una persona ferita ha bisogno di tempo, ma altre volte rifiutare il dialogo serve a mettersi nel ruolo della vittima e a metterti in quello del carnefice, finché non ti assumi tutta la colpa. Mina la fiducia che hai in te.

Per offendersi bisogna essere in due. Quando qualcuno si sente offeso significa che in lui ci sono punti dolenti. Siamo responsabili delle nostre parole e dei nostri modi, ma non di come l'altro li interpreta. Dobbiamo sforzarci di comunicare al meglio, ma non siamo obbligati a tacere su ciò che ci riguarda solo perché l'altro è molto suscettibile.

Cosa fare? Evita di rimuginare, perché peggiora l'umore e alimenta un atteggiamento negativo verso l'altro. Chiedi chiarimenti: "vedo che sei arrabbiato, puoi spiegarmi perché?", "mi dispiace che le mie parole ti abbiano fatto reagire così, mi piacerebbe capire il motivo". Prenditi la tua parte di responsabilità, se il modo in cui hai detto qualcosa non era il migliore, ma difendi il tuo diritto di esprimerti.