Gli stili di comunicazione

A seconda delle dinamiche vissute in famiglia possiamo aver imparato uno stile di comunicazione più o meno efficace. Possiamo aver appreso che era meglio tacere i propri bisogni piuttosto che rischiare un conflitto, e sviluppato così uno stile passivo. Possiamo aver imparato, all'opposto, a prevalere sull'altro, mettendo i nostri bisogni prima di tutto, e comunicare in modo aggressivo. Oppure possiamo esserci fermati a metà strada, nello stile passivo-aggressivo di chi mostra assenso e poi sabota. Se non vogliamo difficoltà relazionali e solitudine, serve rivedere il nostro modo di comunicare per essere chiari, diretti e rispettosi: imparare a dire quello che vogliamo dire.

L'Analisi Transazionale descrive quattro atteggiamenti di base, le posizioni esistenziali, che riguardano il valore che attribuiamo a noi stessi (io sono ok, io non sono ok) e agli altri (tu sei ok, tu non sei ok). A ciascuno corrisponde uno stile.


Lo stile passivo: io non sono ok, tu sei ok

Chi comunica in modo passivo si lascia dominare e tende a subire. Cerca il consenso di tutti ed evita ogni contrasto, non esprime opinioni e sentimenti per non incorrere in critiche che non riuscirebbe a tollerare, compiace e cerca di soddisfare le aspettative altrui. È tipico di chi ha una bassa autostima. Non risponde apertamente a chi lo ferisce o lo delude: trattiene. Rancori e fastidi crescono nel tempo finché il livello di tolleranza viene superato, e allora esplode per una sciocchezza. Dopo lo sfogo si sente in colpa, confuso, si vergogna e torna nel suo stile.

Si riconosce perché non sa farsi valere, lascia che gli altri violino i suoi diritti, parla a bassa voce e si scusa spesso, evita lo sguardo, ha una postura incassata o goffa. Soffre spesso d'ansia o depressione perché sente di non avere il controllo della propria vita. Prova risentimento, non sempre consapevole, perché i suoi bisogni restano ignorati. E fatica a crescere, perché non affronta apertamente i problemi.


Lo stile aggressivo: io sono ok, tu non sei ok

Chi comunica in modo aggressivo, lo schiacciasassi, tende a imporsi, a dominare, a svalutare gli altri, che considera meno importanti. Esprime sentimenti, opinioni e bisogni violando i diritti altrui, fino all'abuso verbale o fisico. Spesso dietro c'è un'impotenza vissuta in passato, magari abusi subiti e mai elaborati.

Cerca di controllare gli altri con l'umiliazione, la critica, l'attacco. È impulsivo e tollera poco la frustrazione: non accetta un no e nulla che ostacoli i suoi bisogni immediati. Alza la voce, è esigente e prepotente, ha uno sguardo penetrante e una postura minacciosa. Non ascolta, interrompe, si sovrappone. Usa il "voi" in senso dispregiativo. Incute paura e ostilità, incolpa gli altri e non cresce attraverso il confronto.


Lo stile passivo-aggressivo: io non sono ok, tu non sei ok

Chi comunica in modo passivo-aggressivo cerca di ottenere ciò che gli serve, anche a danno dell'altro, con strategie indirette e manipolative. Sembra remissivo ma agisce la rabbia in modo sottile: sorride, collabora in apparenza e poi sabota le decisioni che non condivide. Compensa con la perturbazione indiretta il potere che non riesce a esercitare apertamente. È una persona che si sente impotente, bloccata e risentita.

Si lamenta tra sé invece di affrontare chi gli ha creato un problema. Fatica a riconoscere la propria rabbia e ha espressioni del viso incoerenti con ciò che prova: sorride quando è arrabbiato, usa il sarcasmo. Nega che ci sia un problema, sembra cooperare mentre è infastidito, si oppone in modo sottile. Ne parlo più a fondo nell'articolo dedicato.


Lo stile assertivo: io sono ok, tu sei ok

La persona assertiva afferma con chiarezza opinioni e sentimenti, sostiene i propri diritti senza violare quelli degli altri. Corrisponde a una buona autostima: conosce il proprio valore e sa affermarsi nel rispetto delle necessità altrui. Per la salute mentale e relazionale è fondamentale.

Esprime bisogni e idee in modo chiaro e rispettoso. Parla in prima persona, con l'"io" invece del "tu". Ascolta e non interrompe. Ha un buon controllo di sé perché sa cosa vuole e cosa no. Mantiene lo sguardo e un tono calmo e chiaro, una postura eretta e rilassata che comunica apertura. È interessata al punto di vista altrui. Non permette abusi, manipolazioni, invasioni dei suoi spazi. Si batte per i propri diritti. Cresce attraverso lo scambio di idee, senza svalutare né criticare.


Gli elastici emotivi: perché a volte reagiamo senza volerlo

In terapia la comunicazione non arriva mai come un concetto astratto. Arriva come un gesto che si irrigidisce, un tono che cambia di colpo, un silenzio che pesa, un paziente che dice: "non so perché reagisco così, è più forte di me". Passività e aggressività, spesso, non sono scelte. Sono risposte automatiche, apprese molto tempo fa, che si attivano quando un elastico emotivo viene tirato.

Un elastico emotivo è uno stimolo che tocca una memoria implicita, un ricordo non narrativo ma corporeo, e riattiva antiche difese. Non serve qualcosa di grande: basta un tono di voce, un'espressione, un ritardo, una frase ambigua. Le neuroscienze affettive mostrano che il sistema nervoso reagisce prima che la mente possa capire. Non ricordiamo l'evento, ma ricordiamo perfettamente come ci si proteggeva.

Quando l'elastico tira verso la passività, compaiono un sorriso controllato, un "non fa niente" detto troppo in fretta, un corpo che si ritrae. Chi reagisce così non sta scegliendo di tacere: sta rispondendo a un allarme interno nato dove esporsi portava delusione, rifiuto o conflitti ingestibili. Pensiamo a una persona che, davanti a una critica minima, si chiude: l'elastico tira verso la vecchia difesa, "non valgo abbastanza, meglio non reagire". La passività non crea pace, crea distanza.

Quando l'elastico scatta verso l'aggressività, arriva l'esplosione: tono duro, sarcasmo, accuse. Non per ferire, ma perché il corpo ha imparato che attaccare è l'unico modo per non sentirsi vulnerabili, spesso in famiglie dove bisognava farsi sentire per non essere ignorati. Pensiamo a un partner che si sente messo da parte. Non dice "mi fa male sentirmi escluso", dice "sei sempre il solito, non ti importa niente". Il bisogno è autentico, ma la difesa lo traveste. L'aggressività non crea forza, crea paura, e la paura crea distanza.

Sembrano reazioni opposte, ma clinicamente sono sorelle. La persona passiva teme di essere troppo, quella aggressiva teme di non essere abbastanza. Una si ritira, l'altra invade, ed entrambe cercano di proteggersi da un dolore antico. Il lavoro terapeutico consiste nel rendere visibile ciò che è automatico, nel riconoscere quel microsecondo in cui il corpo si prepara a difendersi, e nel creare esperienze nuove: dire un no e scoprire che non succede nulla di catastrofico, mostrare un'emozione vulnerabile e vedere che l'altro resta, ascoltare una critica senza sentirla come un attacco, esprimere un bisogno senza travolgere e senza trattenere. Quando si impara a riconoscere l'elastico, si può scegliere come rispondere invece di reagire.