Sentirsi soli: come costruire nuove amicizie, ad ogni età

Da bambini l'amicizia capitava quasi da sola. Bastava un banco vicino, un pallone, un pomeriggio al parco. Nessuno doveva organizzare niente. Da adulti quel meccanismo si spegne, e quasi non ce ne accorgiamo. Poi un giorno ci si guarda intorno e le persone con cui parlare davvero si contano sulle dita di una mano. A volte ne avanzano.
In studio la solitudine arriva di rado come motivo della richiesta. Si presenta di lato, dentro un'ansia, un umore spento, un "non so, la sera mi sento vuoto". Poi, parlando, viene fuori. E viene fuori con storie molto diverse tra loro.
Modi diversi di essere soli
C'è chi ha sempre fatto fatica. Fin da ragazzo si sentiva un po' fuori dal gruppo, e da adulto ha costruito una vita ordinata, magari piena di lavoro, in cui gli altri restano a una distanza di sicurezza.
C'è chi si è ritrovato solo dopo una chiusura. Una separazione, per esempio: gli amici della coppia si dividono, e non sempre restano dalla tua parte. Arrivano i fine settimana senza figli, la casa troppo silenziosa. Oppure un lutto. Penso a tanti uomini sui settant'anni rimasti vedovi: la rete sociale la teneva in piedi la moglie, era lei a telefonare, a organizzare le cene. Quando lei non c'è più, sparisce anche quella. Lo stesso può succedere con la pensione o con un trasferimento in una città nuova.
E poi ci sono i ragazzi. Molti sono soli non per carattere, ma perché i luoghi dove ci si trovava senza appuntamento si sono svuotati. Il cortile, l'oratorio, la piazza del paese. Allora si ripiega su quello che c'è: lo schermo.
Quando evitare diventa un'abitudine
Fermiamoci un momento su chi ha sempre fatto fatica, perché qui c'è un meccanismo che vedo spesso e che chi lo vive di solito non riconosce.
Alla base c'è la paura del rifiuto. Esporsi, proporre un caffè, raccontare qualcosa di sé: ogni volta è un rischio. Il modo più semplice per non rischiare è non provarci. Ma una persona non può dirsi ogni giorno "ho paura", è troppo faticoso. E così la mente trova una versione più sopportabile: "la gente è superficiale", "non ho niente in comune con nessuno", "tanto poi spariscono tutti".
È una difesa, e funziona benissimo nel breve periodo. Se gli altri non valgono granché, il loro eventuale rifiuto non conta. Svalutare chi potrebbe accoglierci ci protegge dal dolore di non essere accolti. Il prezzo però è alto. La solitudine resta, e ogni serata passata da soli sembra confermare che fuori non c'era nulla di interessante.
Sotto la svalutazione degli altri, però, quasi sempre ce n'è un'altra, più nascosta: quella di sé. "Non ho niente di interessante da raccontare", "se mi conoscessero davvero si stancherebbero", "meglio non disturbare". È qui la paura vera. Chi pensa di valere poco si aspetta di essere rifiutato, e allora svaluta gli altri prima che possano farlo loro. Spesso poi si aggiunge un terzo passo, la svalutazione delle possibilità: "ormai è tardi", "in questa città non c'è niente", "tanto non cambierebbe nulla". Io non valgo abbastanza, gli altri nemmeno, e comunque non c'è niente da fare. A quel punto resta una sola conclusione: sono solo, e chiuso in me stesso. In Analisi Transazionale è la posizione "io non sono ok, tu non sei ok", quella che porta più facilmente a chiudersi. Per questo lavorare soltanto sul giudizio verso gli altri cambia poco: bisogna arrivare anche a quello verso se stessi, e verso le proprie possibilità.
Sempre l'Analisi Transazionale offre uno strumento che aiuta a vedere il meccanismo passo per passo: la matrice della svalutazione, descritta da Ken Mellor ed Eric Schiff negli anni Settanta. Detto in modo semplice, un problema si può svalutare a livelli diversi, uno più profondo dell'altro. Si può negare che esista: "non sono solo, sto bene così". Si può ammettere che c'è, ma togliergli importanza: "esco poco, ma non è un problema". Si può riconoscerlo e pensare che non si possa cambiare: "da adulti le amicizie non si fanno più". Oppure si può credere che altri ci riescano, ma non noi: "io non ne sono capace". Capire su quale gradino ci si è fermati serve, perché il lavoro comincia proprio da lì. È inutile proporre un corso di ballo a chi pensa ancora di non avere un problema.
Spesso questa strategia ha radici lontane. Un bambino preso in giro a scuola, oppure cresciuto con genitori critici, impara presto che mostrarsi è pericoloso. Da adulto non se lo ricorda più come una scelta. Gli sembra semplicemente il suo carattere.
Le amicizie dentro uno schermo
Sui videogiochi non voglio fare il discorso del nonno. Per molti ragazzi la squadra con cui giocano online è un gruppo vero: si parlano tutte le sere, si aiutano, si prendono in giro. Il problema nasce quando diventa l'unico posto in cui si sta con gli altri. Online, quando la situazione si fa scomoda, basta disconnettersi. Non si impara a reggere un silenzio imbarazzante, una battuta caduta nel vuoto, uno sguardo che non sai interpretare. Sono proprio le cose che poi rendono difficile incontrarsi dal vivo.
C'è poi un fenomeno più sottile, quello dei legami a senso unico. In psicologia si chiamano relazioni parasociali: il termine nasce negli anni Cinquanta, quando ci si accorse che il pubblico si affezionava ai presentatori televisivi come a persone di famiglia. Oggi succede con l'influencer che ogni mattina ti parla nelle storie, ti racconta la colazione e i suoi dubbi. Sai tutto di lui. Lui non sa nemmeno che esisti. Ti dà la sensazione di compagnia senza il rischio di un rifiuto, ed è qui sia l'attrattiva che la trappola.
L'ultimo passo, il più recente, sono le intelligenze artificiali usate come confidenti. Sempre disponibili, mai stanche, non giudicano, rispondono a qualsiasi ora. Per chi ha paura del rifiuto sembrano perfette. Possono anche servire, per mettere in ordine i pensieri prima di parlarne con qualcuno. Ma una relazione in cui l'altro non ha bisogni, non ha giornate storte e non dice mai di no non allena alle relazioni vere. Anzi, a lungo andare rischia di farle sembrare più faticose di quanto siano. Le userei come un ponte, non come un posto dove restare.
Quanto tempo serve per fare un amico
Qui c'è un dato che trovo molto utile, perché toglie un po' di colpa. Jeffrey Hall, ricercatore dell'Università del Kansas, ha stimato nel 2018 quante ore servono per costruire un'amicizia. Circa 50 ore insieme per passare da conoscente ad amico occasionale. Circa 90 per diventare amici. Oltre 200 per un'amicizia stretta. E conta anche come si passa quel tempo: chiacchierare, scherzare, raccontarsi vale molto di più che lavorare fianco a fianco.
Facciamo due conti. Se vedi una persona tre ore a settimana, per arrivare a 200 ore ti serve più di un anno. A scuola quelle ore si accumulavano da sole, cinque mattine a settimana. Da adulti non capita più.
La sociologa Rebecca Adams descrive tre condizioni che da sempre fanno nascere le amicizie: stare vicini, incontrarsi spesso senza doverlo programmare, trovarsi in un contesto che permette di aprirsi. La scuola e l'università le offrivano tutte insieme. La vita adulta, quasi nessuna. Quindi non è che tu non sia capace di fare amicizia. È che manca la struttura che prima lo faceva al posto tuo.
Piacciamo più di quanto pensiamo
L'altro dato riguarda direttamente chi teme il rifiuto. Nel 2018 Erica Boothby e i suoi colleghi hanno fatto conversare tra loro persone che non si conoscevano. Alla fine chiedevano a ciascuno quanto pensava di essere piaciuto e quanto era piaciuto davvero l'altro. Il risultato si ripeteva: sottovalutiamo sistematicamente quanto piacciamo. Lo hanno chiamato liking gap, il divario di gradimento.
Succede perché dopo una conversazione ripassiamo le nostre gaffe, la frase detta male, la pausa troppo lunga. L'altro invece ricorda il clima generale, che di solito era buono. Per chi tende a evitare, questo è un punto chiave. Il rifiuto che prevediamo, molto spesso, esiste soprattutto nella nostra testa.
Come costruirsi una nuova rete
Se le amicizie nascono da condizioni precise, si possono ricreare. Lo dico in modo un po' brutale: fare amicizia da adulti è anche una questione di organizzazione.
La prima cosa è scegliere attività che si ripetono, sempre con le stesse persone. Un coro, un corso di dieci settimane, il volontariato del sabato, una squadra amatoriale, il gruppo di cammino del giovedì. La ripetizione conta più della novità. Dieci eventi diversi ti fanno conoscere cento persone che non rivedrai, un corso ti fa rivedere le stesse otto per due mesi. È da lì che passano le famose 50 ore.
Poi serve un primo passo piccolo. Non "diventiamo amici", ma "prendiamo un caffè dopo la lezione?". Qualcuno dirà di no, è normale e va messo in conto. Ricordati del liking gap: è probabile che l'altro sia più contento della tua proposta di quanto immagini.
Utile anche imparare a riconoscere la svalutazione mentre succede. Quando la mente dice "sono tutti noiosi" dopo una sola serata, prova a chiederti se è un giudizio o una protezione. Concedi almeno un paio di occasioni prima di decidere che una persona non fa per te. Le prime conversazioni sono quasi sempre di superficie, per tutti. Lo stesso vale per la voce che dice "tanto non ho niente da offrire": anche quella è un giudizio, non un fatto.
L'intimità cresce con lo scambio, un po' alla volta. Racconti una cosa di te, l'altro ne racconta una sua, poi un'altra un po' più personale. Chi ha paura del rifiuto spesso resta sempre sulle generalità, e così il rapporto non decolla mai.
Per chi si ritrova solo dopo una separazione o un lutto, c'è una strada che si sottovaluta: riattivare i legami che si sono addormentati. Il compagno di università, il vecchio collega, l'amica persa di vista dopo il matrimonio. Scrivere "ho pensato a te, ti va di vederci?" costa meno che ricominciare da zero, e quasi sempre la risposta è più calorosa di quanto ci si aspetta.
Ai ragazzi, e ai genitori, direi di usare l'online come ponte e non come recinto. Il compagno di squadra del videogioco che abita a venti chilometri si può incontrare a una fiera, a un torneo dal vivo. E agli adulti spetta il compito di creare luoghi e occasioni, perché i ragazzi da soli non possono inventarsi le piazze.
Quando la paura dell'altro ha radici antiche, a volte tutto questo non basta. Si sa cosa fare, ma il corpo frena. Allora vale la pena lavorare su quella paura in un percorso psicologico, perché la relazione con il terapeuta diventa il primo posto in cui fare l'esperienza di mostrarsi senza essere rifiutati.
Non è un difetto di carattere
Sentirsi soli non vuol dire essere sbagliati, a nessuna età. Spesso è il risultato di una vita che non ti mette più accanto agli altri senza sforzo, e di vecchie difese che un tempo ti hanno protetto e che ora ti tengono lontano. Le difese si possono allentare. E quelle 50 ore si possono cominciare a contare da questa settimana.
