Scimmie volanti: i messaggeri del manipolatore

Hai chiuso una relazione difficile. Magari hai anche smesso di rispondere ai messaggi dell'altro, con una fatica enorme. E poi ti chiama sua madre. Oppure un amico comune ti scrive "posso offrirti un caffè? Vorrei solo capire". Oppure una collega ti riferisce, con aria dispiaciuta, quello che "si dice in giro" di te.
La persona da cui ti sei allontanato non c'è, eppure è come se fosse ancora lì. Parla attraverso altri.
Nella letteratura sulle relazioni manipolatorie queste persone hanno un nome un po' strano: scimmie volanti (in inglese flying monkeys). Il riferimento è al Mago di Oz, dove la strega cattiva manda le sue scimmie alate a catturare Dorothy al posto suo. Lei resta nel castello, il lavoro lo fanno loro.
Non è un termine scientifico, va detto. È nato nei gruppi di sostegno per chi usciva da relazioni con persone narcisiste ed è entrato nel linguaggio comune perché descrive bene un'esperienza che molti fanno. Dietro, però, ci sono meccanismi che la psicologia conosce da tempo.
Chi sono
La cosa che sorprende di più è che quasi mai le scimmie volanti sono persone cattive. Il più delle volte sono in buona fede. Hanno ascoltato una sola versione della storia, quella del manipolatore, raccontata bene, magari con la voce rotta. E si sono convinte di fare la cosa giusta.
Di solito sono persone vicine a entrambi: un genitore, un fratello, gli amici di coppia, a volte i colleghi. Più raramente qualcuno che si presta consapevolmente, perché ha un suo interesse o perché gode del ruolo di mediatore.
Non è nemmeno detto che siano state mandate. A volte si muovono da sole. L'effetto però non cambia: portano il messaggio, riaprono la porta che avevi chiuso.
Cosa fanno, in concreto
C'è chi porta il senso di colpa: "sta malissimo, non mangia più", "non l'ho mai visto così". Chi lusinga: "sei l'unica che lo capisce davvero". Chi riscrive la storia: "in fondo non è stato così grave, tutte le coppie litigano". E chi raccoglie informazioni con domande innocue ("come stai? Esci con qualcuno?") che poi tornano indietro.
In certi casi la scimmia volante fa anche da megafono, e nella cerchia comune comincia a circolare l'idea che sei tu quello instabile, ingrato, quello che ha rovinato tutto.
Una storia
Giulia ha lasciato il compagno dopo anni di alti e bassi, soprattutto bassi. La decisione le è costata moltissimo. Qualche settimana dopo comincia a chiamarla la madre di lui.
Le prime telefonate sono affettuose. Le dice che le vuole bene come a una figlia, che le manca. Poi i messaggi si fanno più frequenti: il figlio è dimagrito, non esce, "sei l'unica persona che può aiutarlo". Una domenica la invita a pranzo, "così ci vediamo, tanto lui non c'è". Lui naturalmente c'è.
Giulia si sente in colpa a non rispondere, perché questa donna con lei è sempre stata gentile. E ogni telefonata la riporta indietro di settimane: rimugina, si chiede se ha sbagliato, ricomincia a guardare i profili social di lui.
La madre probabilmente non sta tramando nulla. Vede il figlio soffrire e vuole che le cose tornino come prima. Ma il risultato è che Giulia, che aveva chiuso una porta, se la ritrova aperta da un'altra parte.
(La storia è inventata, i dettagli non corrispondono a nessuna persona reale.)
Cosa c'è sotto: i triangoli
Lo psichiatra americano Murray Bowen, studiando le famiglie negli anni Cinquanta e Sessanta, notò una cosa che oggi sembra quasi ovvia. Quando tra due persone la tensione diventa troppo alta, una delle due (o tutte e due) tende a tirare dentro una terza persona. Il figlio a cui la madre si lamenta del marito. L'amica a cui si racconta la lite per sentirsi dare ragione. Bowen la chiamò triangolazione, e la considerò il mattone di base di ogni sistema emotivo.
Il triangolo, in sé, non è per forza malato. Sfogarsi con qualcuno abbassa l'ansia, e lo facciamo tutti. Il problema nasce quando il terzo non serve a sfogarsi ma a fare pressione, a portare un messaggio che l'altro non può più portare di persona. Dopo una separazione succede spesso: il canale diretto si è chiuso, e il legame cerca un'altra strada.
Chi conosce l'Analisi Transazionale può leggerlo anche con il Triangolo Drammatico di Karpman, di cui ho parlato nell'articolo sul DARVO. Il manipolatore si presenta come Vittima ("sto malissimo, mi ha lasciato senza motivo"). La scimmia volante si sente Salvatrice: vuole aiutare chi soffre. Ma per farlo finisce, senza accorgersene, a fare la Persecutrice verso di te. La madre di Giulia, convinta di aiutare il figlio, di fatto la insegue.
Perché alla fine dubiti di te
C'è un altro effetto, più sottile. Se tutti intorno a te ripetono la stessa versione, prima o poi cominci a dubitare della tua.
Negli anni Cinquanta lo psicologo Solomon Asch fece un esperimento diventato famoso. Mostrava a un gruppo di persone alcune linee di lunghezza diversa e chiedeva quale fosse uguale a una linea campione. Una cosa facilissima. Ma nel gruppo c'era un solo vero partecipante: tutti gli altri erano d'accordo con lo sperimentatore e, a un certo punto, davano la risposta sbagliata. In circa un terzo delle prove il partecipante si adeguava al gruppo, pur avendo davanti agli occhi la risposta giusta.
Se succede con delle linee su un foglio, figuriamoci con una storia d'amore, dove i fatti sono confusi e i ricordi pieni di emozioni. Quando la suocera, il cognato e due amici comuni ti dicono che in fondo lui non era così male, la tua certezza vacilla. Non perché sei debole. Perché siamo fatti così.
Asch notò anche un'altra cosa, preziosa: bastava che nel gruppo ci fosse una sola persona che dava la risposta giusta, e il conformismo crollava. Tenere a mente questo dato è utile. Basta una voce che conferma la tua versione per non perderla.
Come difendersi senza fare la guerra a nessuno
Il primo passo è riconoscere che stai ricevendo un messaggio, anche quando arriva con il tono della preoccupazione. Basta chiedersi: dopo questa conversazione mi sento più libero o più legato? Più lucido o più confuso?
Poi, non usare la scimmia volante come interlocutore. Spiegare a sua madre perché hai lasciato suo figlio, convincere l'amico comune che le cose non sono andate come gli hanno raccontato: sono battaglie perse in partenza. In più, tutto quello che dici può essere riferito, magari un po' modificato. Uscire dal triangolo vuol dire riportare le questioni tra le persone a cui appartengono, e quella questione non riguarda lei.
Servono frasi brevi, gentili e ferme. "Le voglio bene, ma della mia relazione con suo figlio non parlo con lei." "So che lo dici per affetto. Su questo però ho deciso." Poi cambiare argomento, o chiudere la conversazione. Senza giustificazioni lunghe, che diventano appigli.
Attenzione alle informazioni. Dove sei, con chi esci, come stai: meno passa, meglio è. Non per sospetto verso la persona, ma perché non sai dove andrà a finire quello che dici.
E cerca la tua "voce giusta", come nell'esperimento di Asch. Un'amica che conosce la storia dall'inizio, un fratello, un terapeuta. Qualcuno che non faccia parte della cerchia comune e che ti aiuti a ricordare perché hai preso quella decisione.
Se la pressione continua, è legittimo prendere distanza anche da loro, almeno per un periodo. Non devi convincere nessuno della tua versione per avere il diritto di proteggerti. Alcune di queste persone, col tempo, capiranno da sole. Altre no, ed è un prezzo che a volte va messo in conto.
Una distinzione, per chiudere. Non tutti quelli che ti parlano dell'altro sono scimmie volanti. C'è anche chi ti vuole bene e ti dice una cosa scomoda. La differenza si sente: chi ti sostiene rispetta la tua decisione anche quando non la condivide, e non torna alla carica ogni settimana con lo stesso messaggio.
