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Chi regge chi nella coppia?

Immaginate una barca a remi con due persone a bordo. Se remano tutti e due, anche con ritmi diversi, la barca va avanti. Se rema sempre la stessa persona, la barca si muove lo stesso, almeno per un po'. Poi le braccia cominciano a fare male, la barca tende a girare su se stessa e chi rema si chiede perché sia così stanco, visto che in fondo va tutto bene.

Molte relazioni funzionano così quando si tratta di emozioni. Ci appoggiamo l'uno all'altro per affrontare ansia, rabbia, tristezza, ed è una cosa sana. Il problema arriva quando a remare è sempre lo stesso. A quel punto il sostegno, senza che nessuno se ne accorga, comincia a trasformarsi in esaurimento emotivo.


Le emozioni passano da uno all'altro

Le emozioni sono contagiose, un po' come lo sbadiglio. Se qualcuno accanto a noi è teso, il nostro corpo se ne accorge prima ancora della testa: il respiro si accorcia, le spalle salgono. Funziona anche al contrario. Una voce tranquilla, uno sguardo che non si spaventa, una mano appoggiata sul braccio ci aiutano a ritrovare la calma.

È così che impariamo da bambini. Un bambino spaventato non sa ancora calmarsi da solo, prende in prestito la calma dell'adulto che ha vicino. Ripetendo questa esperienza migliaia di volte, poco alla volta impara a farlo anche da sé. Gli psicologi parlano di regolazione emotiva reciproca, o co-regolazione.

Da grandi continuiamo a farlo. La telefonata all'amica la sera prima di un colloquio importante. Il partner che, quando hai la febbre e la testa piena di pensieri, ti dice "stasera ci penso io". Sono piccoli prestiti di calma, e fanno bene.

Che questo succeda anche nel corpo lo ha mostrato un esperimento ormai famoso. Nel 2006 lo psicologo James Coan e i suoi colleghi hanno osservato con la risonanza magnetica il cervello di alcune donne sposate mentre aspettavano una piccola scossa elettrica. Quando tenevano la mano del marito, le aree del cervello legate alla minaccia si attivavano meno. L'effetto era più forte nelle coppie più soddisfatte della relazione. Da qui Coan ha sviluppato l'idea che il nostro cervello "conti" sulle persone vicine: affrontare un pericolo in compagnia costa meno energia che affrontarlo da soli.


Un aiuto che va e viene

In una relazione che funziona questi prestiti girano. Oggi tocca a me sostenere te, domani magari il contrario. Non serve fare i conti al centesimo, né che sia sempre metà e metà. Ci sono periodi in cui uno dei due porta molto di più: un lutto, una malattia, un momento difficile al lavoro. Va bene così, se è una fase e se, passata la tempesta, l'altro torna a prendere il suo remo.

Le difficoltà iniziano quando la fase diventa la regola.


Quando i ruoli si irrigidiscono

Succede spesso che nella coppia si formino delle etichette. C'è "quello tranquillo" e "quella emotiva", "quella forte" e "quello che si agita". All'inizio sono solo modi di dire, a volte anche affettuosi. Con gli anni però diventano gabbie.

Chi è "il forte" non si sente più autorizzato a cedere. Se una sera è lui ad avere paura, non sa nemmeno come dirlo, e l'altro non è abituato ad ascoltarlo. Chi è "il fragile", dal canto suo, non ha mai occasione di scoprire che ce la può fare anche da solo. Tutti e due restano bloccati in una parte che non hanno davvero scelto.

Pensate a una donna che ogni sera, a cena, ascolta il compagno sfogarsi per il lavoro. Lo ascolta per mezz'ora, a volte per un'ora. Lo rassicura, lo consiglia, lo calma. Lui va a dormire più leggero. Lei resta sveglia, con un peso nello stomaco che non sa nemmeno a chi appartenga. E se le capita di piangere, lo fa in macchina, dove nessuno la vede.


Cosa dice la psicologia

Questa dinamica è stata descritta da approcci diversi, che arrivano a conclusioni simili.

Lo psichiatra Murray Bowen, studiando le famiglie, notò che nelle coppie si creano spesso due posizioni che si incastrano. Uno "sovrafunziona": pensa, organizza, si preoccupa e calma anche per l'altro. L'altro "sottofunziona" e lascia fare. Più il primo si carica, più il secondo si alleggerisce, e viceversa. La psicologa Harriet Lerner ha reso questa idea molto conosciuta nel suo libro "La danza della rabbia". Parla proprio di danza perché nessuno dei due è il colpevole: ognuno fa i suoi passi in risposta a quelli dell'altro. C'è anche una buona notizia. Se uno dei due cambia passo, anche l'altro, prima o poi, deve cambiare il suo.

Nell'Analisi Transazionale, l'approccio con cui lavoro, Jacqui Schiff e i suoi collaboratori hanno chiamato questo fenomeno simbiosi. Due persone si comportano come se insieme formassero una persona sola. Uno occupa la parte del Genitore e dell'Adulto: ragiona, protegge, contiene. L'altro resta nella parte del Bambino: sente, chiede, si agita. Finché regge, sembra un buon accordo. Il prezzo, però, lo pagano tutti e due. Chi contiene perde il contatto con i propri bisogni, con il suo Bambino. Chi si appoggia rinuncia a usare il proprio Adulto, cioè la capacità di capire cosa sta succedendo e di trovare una strada. Uscire dalla simbiosi non vuol dire smettere di aiutarsi. Vuol dire tornare due persone intere, che scelgono di sostenersi invece di averne bisogno per stare in piedi.


I segnali della stanchezza

L'esaurimento emotivo raramente arriva all'improvviso. Si accumula, e i primi segnali sono discreti.

Forse vi accorgete di provare sollievo quando l'altro esce di casa. Forse preparate le frasi prima di parlare, per non scatenare una reazione. Non ricordate l'ultima volta che qualcuno vi ha chiesto come state, e vi ha davvero ascoltato fino alla fine. Vi sentite in colpa quando siete di buon umore e l'altro no. Le piccole cose vi irritano più di prima, oppure al contrario vi sentite vuoti, spenti, come se niente vi toccasse più.

Non sono segnali di un amore finito. Sono segnali di qualcuno che sta remando da solo da troppo tempo.


Perché si finisce a remare da soli

Quasi mai è una scelta consapevole. Spesso è un'abitudine che viene da lontano.

C'è chi da piccolo ha dovuto badare all'umore dei genitori: il bambino che capiva al volo quando papà era nervoso, che faceva ridere la mamma quando era triste. Da adulto continua a farlo con il partner, quasi senza accorgersene. In Analisi Transazionale si parla di spinte interiori come "sii forte": non mostrare i bisogni, non chiedere, cavatela.

C'è anche la paura. "Se smetto di reggere io, crolla tutto." Oppure: "Se mostro che sono stanco, l'altro se ne va." E dall'altra parte c'è chi non ha mai imparato a calmarsi da solo, perché ha sempre trovato qualcuno pronto a farlo al suo posto. Non è cattiveria, è un'abilità che nessuno gli ha insegnato.


Passare il remo

Rimettere in equilibrio una relazione non richiede gesti eroici. Servono piccoli spostamenti, ripetuti nel tempo.

Se siete voi a remare sempre, provate a dirlo. Senza accuse, come una semplice informazione: "Stasera non ho le forze per ascoltare tutto, ne parliamo domani?". La prima volta costa fatica, poi diventa più naturale. Provate anche a chiedere invece di aspettare che l'altro capisca da solo. Chi è abituato a essere sostenuto spesso non si accorge che anche voi avete bisogno.

Se siete voi ad appoggiarvi molto, potete chiedervi, nel momento in cui l'emozione sale: "C'è qualcosa che posso fare io, adesso, per stare un po' meglio?". Una passeggiata, qualche respiro lento, scrivere quello che sentite. Non per fare tutto da soli, ma per scoprire che avete più risorse di quanto pensiate.

Aiuta molto anche allargare la rete. Una coppia non può essere l'unica fonte di sostegno per tutte e due le persone. Amici, familiari, un'attività che vi fa stare bene: ogni appoggio in più alleggerisce quello principale.

E se lo schema è molto radicato, o uno dei due è già allo stremo, un percorso con uno psicologo, da soli o in coppia, può aiutare a capire da dove nasce e a costruire un modo diverso di stare insieme.


Esserci senza sparire

Prendersi cura delle emozioni di chi amiamo fa parte dell'amore. Ma chi sostiene ha lo stesso diritto di essere sostenuto, di essere stanco, di dire "oggi no". Una coppia sta bene quando tutti e due, a turno, possono posare il remo e lasciarsi portare dall'altro per un tratto.