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La relazione di abuso: perché è così difficile andarsene

All'inizio di una relazione non è facile prevedere che diventerà abusante. Molti partner violenti sembrano, all'inizio, equilibrati e amorevoli. La violenza, verbale e fisica, spesso compare quando il rapporto è ormai consolidato e il legame forte. In tutte le relazioni abusanti c'è un partner che cerca di esercitare potere e controllo sull'altro.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità circa una donna su tre, nel mondo, ha subito nel corso della vita violenza fisica o sessuale, nella maggior parte dei casi da parte di un partner. Le Nazioni Unite definiscono la violenza contro le donne come qualsiasi atto di violenza fondato sul genere che provochi o possa provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, comprese le minacce, la coercizione e la privazione arbitraria della libertà, in pubblico come in privato.


La ruota del potere e del controllo

Negli anni Ottanta un gruppo di operatori di Duluth, in Minnesota, elaborò un modello che è ancora molto usato, descritto poi da Ellen Pence e Michael Paymar. Al centro della ruota c'è il bisogno di potere e controllo; intorno, le strategie con cui viene esercitato, dalle più sottili alle più evidenti. In questo modello la violenza non è un'esplosione emotiva, ma una strategia per tenere la partner in una posizione subordinata.

L'intimidazione: sguardi, gesti, oggetti rotti, armi mostrate, minacce di distruggere le cose della vittima o di fare del male a un animale a cui è affezionata.

L'abuso di potere: impedire all'altro di lavorare, studiare, fare sport, avere una vita fuori casa.

La violenza psicologica: insulti, umiliazioni, svalutazioni, "sei pazza", "non sei capace di niente".

L'isolamento: controllare cosa fa, dove va, con chi; scoraggiare i rapporti con amici e familiari; usare la gelosia come giustificazione.

La negazione e la colpevolizzazione: negare che la violenza sia avvenuta o attribuirne la colpa alla vittima.

L'uso dei figli: dire che l'altro è un cattivo genitore, minacciare di toglierglieli.

La violenza economica: controllare le spese, gestire tutte le entrate, costringere a chiedere soldi.

La violenza sessuale: pretendere sesso quando e come vuole, senza rispettare la volontà dell'altro.

La psicologa Lenore Walker ha descritto il ciclo della violenza: la tensione cresce, poi esplode, poi arriva la "luna di miele" con scuse, regali, promesse, finché la tensione ricomincia a salire. La riconciliazione dopo l'abuso spesso nasce più dalla paura delle conseguenze che da un vero pentimento.


Il dominio come struttura

Una configurazione frequente è quella in cui l'uomo assume un ruolo dominante e la donna un ruolo passivo e remissivo, fino alla sottomissione. Il bisogno di "mettere la donna al suo posto", relegandola in casa, dipendente, non autonoma, nasconde spesso un'insicurezza profonda: l'incapacità di reggere un rapporto alla pari. Il sociologo Pierre Bourdieu ha parlato di dominio maschile per descrivere come la violenza possa servire a mantenere un ordine in cui l'uomo si percepisce superiore.


Perché si resta

Le donne che restano in relazioni violente non lo fanno per debolezza, ma perché sono intrappolate in un sistema psicologico complesso. Martin Seligman ha descritto l'impotenza appresa: dopo ripetute esperienze in cui ogni tentativo fallisce, una persona può convincersi di non avere alternative. A questo si aggiungono una bassa autostima, la dipendenza affettiva descritta da Robin Norwood in Donne che amano troppo, modelli interiorizzati di relazione basati sulla sottomissione, la paura della solitudine, l'isolamento progressivo. Murray Bowen, studiando le famiglie come sistemi, avrebbe detto che il comportamento remissivo diventa un punto di equilibrio: mantiene stabile il sistema, a costo dell'integrità di chi lo regge.

Ci sono poi ragioni molto concrete. La paura di ciò che accadrà se si lascia. L'abuso vissuto come normale perché lo si è visto in famiglia. Le minacce di rivelare segreti. La vergogna di ammettere di essere state maltrattate e di averlo permesso, il timore di essere giudicate, la convinzione di avere una parte di colpa. L'amore per l'immagine che il partner aveva dato di sé all'inizio e la speranza che torni così. Il senso del dovere verso i figli e l'unità della famiglia. Motivi religiosi e culturali. La dipendenza economica.


Il processo di uscita

Karen Landenburger, un'infermiera e ricercatrice americana, ha intervistato molte donne uscite da relazioni violente e nel 1989 ha descritto il processo in quattro fasi, che non sono lineari: si può andare avanti e indietro.

Nella fase del legame la relazione è all'inizio e cominciano i primi abusi, soprattutto psicologici. Prevalgono gli aspetti positivi, la donna desidera una storia d'amore e ignora i segnali di pericolo. Si impegna a rendere felice il partner, convinta che se farà tutto bene i problemi scompariranno. Pensa di essere lei a causare la violenza, e quindi di poterla controllare. Comincia a dubitare che sia normale, ma non fa progetti concreti.

Nella fase della resistenza prevale la rassegnazione. Gli abusi aumentano, spesso diventano fisici. La donna continua a sentirsi colpevole, ha investito così tanto che vuole credere alle promesse che non accadrà più. Si ritira, si sente inutile, perde la speranza. Si sente intrappolata e ha paura sia di restare sia di andarsene. La mancanza di indipendenza economica e la presenza dei figli pesano.

Nella fase del distacco la donna comincia a riconoscersi in altre donne che vivono la stessa situazione, e riesce a dare un nome a ciò che le accade. Capisce che la violenza non è normale, cerca e trova aiuto. Resta il conflitto tra lealtà al partner e bisogno di salvarsi. Compare la rabbia, verso sé stessa e verso di lui, ed è proprio la rabbia che le permette di mobilitarsi. Spesso servono diversi tentativi: molte donne tornano più volte prima di lasciare definitivamente.

Nella fase del recupero avviene la separazione. Questo non significa che la violenza finisca. La donna deve occuparsi di casa, sicurezza, sostentamento, imparare a non contare sul partner, attraversare un lutto, cercare un nuovo senso. E cerca di capire cosa le è stato fatto e perché è rimasta così a lungo.


Il momento più pericoloso

Quando la donna comincia a rafforzarsi, trova un lavoro, riceve riconoscimento, allarga la sua rete, inizia una terapia, l'equilibrio su cui si reggeva la relazione si rompe. Albert Bandura parlava di autoefficacia: sperimentare competenza in un'area della vita cambia la percezione di sé. Ma chi basa la propria identità sul dominio vive l'autonomia della partner come una minaccia. Le critiche aumentano, le umiliazioni si intensificano, i tentativi di isolamento si moltiplicano, possono comparire o peggiorare le percosse.

Il momento più rischioso è quello in cui la donna comunica l'intenzione di andarsene. I dati clinici e criminologici concordano: il rischio di violenza grave aumenta proprio quando la partner cerca di sottrarsi al controllo. Per questo è fondamentale non agire da sole, costruire una rete di sostegno, rivolgersi a professionisti e centri antiviolenza, pianificare ogni passo. La sicurezza viene prima di tutto.

In Italia il 1522 è il numero gratuito antiviolenza e antistalking, attivo giorno e notte. Ogni territorio ha centri antiviolenza che offrono sostegno psicologico e legale.

La prevaricazione non è un problema di coppia: è un abuso di potere. Le donne che riescono a uscire da queste relazioni non stanno rompendo la famiglia: stanno ricostruendo sé stesse.