La regressione d'età in ipnosi: possibilità e cautele

Spesso incontro persone che portano problemi del presente riconducibili alla loro storia, ai primi anni di vita: blocchi così profondi da non essere facilmente spiegabili, che impediscono di realizzare ciò che desiderano. In alcuni di questi casi può essere utile la regressione d'età, una tecnica ipnotica che invita la persona a tornare con la mente a esperienze del passato per rielaborarne il vissuto emotivo.
Capire non sempre basta
Sapere quale sia la causa di un problema non sempre è sufficiente per cambiarlo. Quando alla base c'è una situazione rimasta in sospeso o una ferita emotiva, lo sblocco passa spesso dalla componente emotiva più che da quella cognitiva. La regressione permette di contattare ricordi ed emozioni che la mente cosciente tiene lontani, per economia o per difesa dal dolore. Non sostituisce la psicoterapia della parola, che in molti casi porta agli stessi risultati con altri strumenti, ma può essere una via in più quando il lavoro si è arenato.
Come si svolge
La regressione si colloca sempre all'interno di un percorso psicoterapeutico, dopo un'accurata anamnesi, con un obiettivo specifico e dopo alcune sedute di preparazione all'ipnosi. Non è un'esperienza da fare una tantum per curiosità.
Nella prima fase il terapeuta guida la persona in uno stato di trance, attraverso il rilassamento fisico e mentale. Poi, con visualizzazioni e suggestioni, la accompagna a ritrovare un momento della propria storia collegato al problema. Una tecnica molto usata è il ponte affettivo, descritto dallo psichiatra John Watkins: si parte da un'emozione attuale, l'ansia, la vergogna, la rabbia, e la si segue all'indietro nel tempo, come lungo un ponte, fino a un momento in cui la si è provata con intensità. Esiste anche un ponte somatico, che parte da una sensazione corporea o da un sintomo psicosomatico. La persona può rispondere a voce o con segnali concordati, se la trance è così profonda da rendere difficile parlare.
Una volta emersa la scena, il terapeuta aiuta a osservarla con attenzione, e poi a trasformarla: cambiare i dettagli, la grandezza o i colori dell'immagine, i suoni, inserire elementi nuovi, interagire in modo diverso con le persone presenti, introdurre la figura dell'adulto di oggi che protegge il bambino di allora, modificare le proprie reazioni. L'obiettivo è dare un finale diverso a ciò che è accaduto, un "cambio di storia", in modo che quella memoria venga reimmagazzinata con un significato emotivo differente. Infine la persona viene riportata gradualmente al presente, calma e orientata.
Si possono vivere due fenomeni diversi: una regressione in senso stretto, in cui si ricordano episodi dell'infanzia e li si descrive con il linguaggio di oggi, e, più raramente, una rivivificazione, in cui la persona sembra tornare a essere quel bambino, nel modo di parlare e di muoversi. Durante tutto il processo è la persona a decidere quanto coinvolgersi e da quale distanza emotiva guardare gli eventi. Non si tratta di rivivere un dolore ingestibile.
La cautela sui ricordi
Qui serve una precisazione importante, che considero un dovere etico. I ricordi che emergono in ipnosi non sono una registrazione fedele del passato. La memoria è ricostruttiva: ogni volta che ricordiamo, rielaboriamo, mescolando ciò che è accaduto con interpretazioni, stati d'animo, racconti di altri, immagini viste o sognate. In ipnosi questo fenomeno può essere accentuato, perché aumentano la vividezza delle immagini e la fiducia nei propri ricordi, ma non la loro accuratezza. La ricerca, a partire dagli studi di Elizabeth Loftus, ha mostrato quanto sia facile creare falsi ricordi, anche dettagliati, attraverso domande suggestive. Per questo le principali associazioni scientifiche raccomandano di non usare l'ipnosi per "recuperare" ricordi di eventi, come abusi, di cui la persona non ha memoria, e i ricordi emersi in ipnosi non hanno alcun valore come prova.
Questo non toglie valore terapeutico alla regressione, a patto di chiarire con il paziente lo scopo. Ciò che si lavora non è la verità storica dei fatti, ma il vissuto emotivo e il significato soggettivo, come accade quando si lavora su un sogno. Un'esperienza correttiva vissuta nella mente e nelle emozioni può alleggerire davvero il peso del passato, anche se non cambia ciò che è successo.
E le "vite precedenti"?
Alcuni praticanti propongono regressioni a presunte vite passate. Non esiste alcuna evidenza scientifica che questi ricordi corrispondano a vite realmente vissute. Le ricerche indicano che si tratta di costruzioni della mente, che attinge a immagini, letture, film, desideri e paure della persona. Io li considero, quando emergono spontaneamente, come materiale simbolico, al pari di un sogno, che può dire qualcosa di importante sul mondo interno di chi lo produce. Ma non pratico la regressione a vite precedenti e invito a diffidare di chi la propone come una terapia o come una rivelazione.
Quando si usa
La regressione può essere utile, sempre all'interno di un percorso e dopo un'attenta valutazione, nel lavoro su alcuni sintomi d'ansia e fobici, sui disturbi psicosomatici, su convinzioni limitanti nate nell'infanzia, su ferite emotive rimaste in sospeso. Nel trattamento del trauma va usata con particolare prudenza e da professionisti formati, perché può far emergere emozioni molto intense. Non tutti i pazienti sono adatti, e la valutazione preliminare è fondamentale.
