Quando chiedere aiuto, e perché è così difficile farlo

Stare male psicologicamente
Stare male psicologicamente non significa essere matti. Significa essere così tristi da non trovare conforto in nulla. Avere pensieri fissi che non se ne vanno. Avere paura di qualcosa che si sa essere innocuo. Avere comportamenti che fanno sentire diversi dagli altri. È una sofferenza che spesso chi ci sta vicino non vede, anche perché diventiamo bravissimi a nasconderla: inventiamo scuse per non uscire, ci diciamo "non sto bene, ma non è niente".
Non tutta la sofferenza psicologica richiede un professionista. Stare male per un lutto, un licenziamento, lo spavento di un incidente è sano. Il punto è distinguere la sofferenza naturale e passeggera da quella che chiede un aiuto. Alcuni criteri possono orientare.
La durata. Se i sintomi persistono per mesi, è difficile che passino da soli, e il rischio è che si cronicizzino. Succede spesso con l'ansia: palpitazioni, tensione muscolare, giramenti di testa, preoccupazioni. All'inizio non si capisce che cosa succede, poi ci si convince che passerà, e intanto la vita quotidiana si restringe. Lo stesso vale per una depressione.
L'interferenza con la vita. Quando il disagio cresce fino a compromettere il lavoro, le relazioni, la vita familiare.
I tentativi falliti. Quando si sono provati rimedi casalinghi, consigli di amici, magari un farmaco assunto senza un vero percorso, e nulla è cambiato. A volte i tentativi sbagliati creano un circolo vizioso, in cui ci si convince di non poter guarire perché "si è già provato tutto".
Alcuni segnali specifici. Insonnia, perdita di interesse per ciò che prima piaceva, calo del desiderio, tensione costante; la sensazione di essere sopraffatti e di non trovare via d'uscita; difficoltà a controllare le emozioni, con crolli d'umore, ansia o rabbia; sentirsi minacciati da tutto; sensi di colpa per un errore passato che impediscono di andare avanti; irritabilità e sbalzi d'umore che rovinano le relazioni. Se si arriva a pensare che la vita non abbia senso, è importante chiedere aiuto subito, anche al proprio medico o ai servizi di emergenza.
Di che cosa si occupa lo psicologo
Lo psicologo si occupa di ansia e depressione, attacchi di panico, fobie e ossessioni, timidezza e ansia sociale, dipendenze, disturbi alimentari, difficoltà nel controllo degli impulsi, problemi di autostima, difficoltà sessuali, disturbi di personalità, disturbi psicosomatici. Ma anche di situazioni che non sono disturbi: abitudini che si vogliono cambiare, problemi familiari e di coppia, lutti, eventi traumatici, difficoltà sul lavoro, il desiderio di sviluppare le proprie potenzialità.
Non sempre serve una lunga psicoterapia. A volte bastano pochi incontri di consulenza, quando la persona ha già le risorse per affrontare la situazione ma ha bisogno di orientarsi. La psicoterapia è un processo più complesso, indicato quando i sintomi si sono consolidati e incidono sulla vita quotidiana. Ci sono psicoterapie brevi e psicoterapie a lungo termine, e quando il disagio nasce soprattutto nelle relazioni con chi ci vive accanto può essere più indicata una terapia di coppia o familiare.
"Sono lo psicologo di me stesso"
È una frase che sento spesso. Di fronte a un problema la maggior parte delle persone chiede consiglio al partner, agli amici, ai genitori, a un collega. È una risorsa preziosa, ma ha dei limiti: chi ci vuole bene ci offre la propria esperienza, che non sempre si adatta al nostro caso, e difficilmente riesce a mantenere la distanza emotiva necessaria. La sua opinione sarà influenzata dalla preoccupazione, dall'istinto di proteggerci, a volte da vecchi conflitti.
E quando le emozioni sono troppo intense, la nostra visione si restringe. A volte non riusciamo nemmeno ad arrivare all'origine del problema, perché qualche meccanismo di difesa ce lo nasconde. In quei momenti serve un osservatore esterno e imparziale. E a volte il solo fatto di essere ascoltati senza giudizio ha già un effetto terapeutico.
Le paure più comuni
Anche quando si riconosce il bisogno, il primo passo è difficile. Paura, ambivalenza e vergogna sono compagne frequenti. L'Organizzazione Mondiale della Sanità, già nel 1946, definiva la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non solo assenza di malattia. Eppure intorno alla salute mentale resiste ancora uno stigma. Le paure che incontro più spesso sono queste.
Il giudizio degli altri. La paura di essere etichettati come deboli o pazzi. Andare da uno psicologo non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in noi, ma che vogliamo prenderci cura di noi stessi. È un gesto di coraggio.
"Non sto abbastanza male." Molti pensano di non avere il diritto di chiedere aiuto finché non crollano. Non c'è un momento ideale, e di solito si aspetta troppo.
La paura di aprirsi a un estraneo. In terapia si condividono cose molto intime con una persona che all'inizio è sconosciuta. La fiducia richiede tempo, come in ogni relazione. Anche questa paura si può portare in seduta e parlarne.
La paura delle emozioni. Il percorso può toccare esperienze dolorose, e si teme di riviverle. Ma lo si fa in uno spazio protetto e accompagnati.
I dubbi sull'efficacia e sui tempi. La terapia richiede impegno e si scontra con il desiderio di stare meglio subito. È normale avere dubbi: vanno condivisi con il terapeuta.
La vergogna. Raccontare esperienze che si pensa di aver vissuto solo noi. Ogni storia è unica, ma ha punti in comune con quelle di molte altre persone, e il terapeuta non è lì per giudicare.
Il rischio del "fai da te" su internet
Oggi ogni dubbio trova risposta in pochi clic, e anche il malessere psicologico viene "consultato" su Google. Internet offre anche informazioni valide, ma il confine tra informarsi e autodiagnosticarsi è sottile. Riconoscersi in un elenco di sintomi non equivale a una diagnosi, eppure molte persone finiscono per etichettarsi da sole: "sono bipolare", "sono borderline".
I rischi sono diversi. Molti disturbi condividono sintomi simili, e un'etichetta sbagliata condiziona il modo in cui ci vediamo. Alcuni contenuti semplificano, altri spettacolarizzano, portando a sottovalutare problemi seri o a drammatizzare situazioni gestibili. Si possono adottare strategie trovate in rete non adatte al proprio caso, a volte controproducenti. Ci si espone a testimonianze emotivamente coinvolgenti ma non verificate. Soprattutto, il fai da te dà un'illusione di controllo che porta a rimandare la richiesta di aiuto, e il ritardo può aggravare il disagio.
Informarsi va bene, ma non sostituisce il confronto con un professionista, che non offre risposte preconfezionate ma costruisce un percorso su misura, ed è tenuto per legge all'aggiornamento continuo.
Quando si sente che qualcosa non torna
A volte l'idea di iniziare una terapia arriva in punta di piedi. Non c'è un sintomo eclatante, ma una crepa: stanchezza emotiva, confusione, irritabilità, la sensazione di non riconoscersi più. Molte persone mi raccontano di aver passato settimane a chiedersi se fosse il momento giusto. Le domande che si fanno prima di cominciare, "funzionerà anche per me?", "quanto durerà?", "e se non riuscissi a parlare?", non indicano incertezza: indicano cura per se stessi. Fare il primo passo richiede coraggio e la consapevolezza di avere il diritto di stare bene.
