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Dottore, mi dia un consiglio. Perché in terapia la scelta resta tua.

La domanda del primo colloquio

"Dottore, mi dia un consiglio." È una delle frasi che sento più spesso, a volte già nei primi minuti. Dietro c'è quasi sempre stanchezza: la persona ha provato di tutto, ha letto, ha chiesto ad amici e parenti, e adesso spera che qualcuno con più esperienza le indichi finalmente la strada giusta. E possibilmente in fretta.

È una richiesta comprensibile. Eppure chi la fa sa già, nella maggior parte dei casi, cosa "dovrebbe" fare. Se l'è sentito dire mille volte e se lo ripete da solo. Il punto è che non ci riesce, oppure ci riesce per un po' e poi si ritrova al punto di partenza. Un consiglio in più non cambierebbe molto.


Perché uno psicologo non ti dice cosa fare

C'è poi una ragione più profonda per cui un buon professionista non dà consigli. Nessuno, per quanto preparato, vive quello che stai vivendo tu. Non conosce dall'interno la tua storia, non prova quello che provi quando entri in quella casa o quando senti quella voce al telefono. Può capire molto, ma non può sentire al posto tuo.

E non ha il diritto di scegliere al posto tuo. Se lasciare un lavoro, chiudere una relazione, riavvicinarsi a un genitore: sono decisioni che riguardano la tua vita, e le conseguenze le vivrai tu. Uno psicologo che ti dice cosa fare, anche con le migliori intenzioni, ti toglie qualcosa. Ti conferma l'idea che le risposte giuste stiano fuori di te.

Il suo compito è un altro: accompagnarti perché sia tu a decidere. Una decisione presa tenendo conto di ciò che senti e di ciò che vuoi. Delle tue risorse e anche dei tuoi limiti, senza vergognartene. E dei modi in cui funzioni, che spesso sono proprio la ragione per cui finora certe scelte sembravano impossibili.

Questo non significa lasciarti solo. Significa fare un lavoro più lento, ma che resta tuo.


Il terreno: una relazione vera

Perché questo lavoro sia possibile serve un luogo sicuro. Chi fa questo mestiere da tanti anni lo sa, e la ricerca lo conferma da tempo: la qualità del rapporto tra paziente e terapeuta pesa sull'esito più della tecnica scelta.

Non si tratta di simpatia. Si tratta di sentirsi compresi con precisione, anche in ciò che non si riesce ancora a dire, e di lavorare insieme verso un obiettivo scelto. In Analisi Transazionale questo accordo si chiama contratto. È il momento in cui la persona smette di aspettare di essere aggiustata e diventa protagonista del proprio cambiamento.

La relazione però, da sola, non basta. È il terreno su cui può avvenire qualcosa di più profondo.


Vedere come funzioniamo

Il primo passo è spostare l'attenzione da cosa succede a come succede. Non "ho litigato di nuovo con mio marito", ma: cosa ho notato per primo? Che pensiero è arrivato? Cosa ho sentito nel corpo? Cosa ho fatto subito dopo, e come è finita?

Guardata così, una scena che sembrava casuale rivela una sequenza precisa. Una persona si accorge, per esempio, che ogni volta che percepisce un minimo di freddezza nell'altro si mette a fare di più: più attenzioni, più disponibilità, più sforzo. Poi si sente svuotata e non vista. E ricomincia.

Riconoscere questa sequenza mentre accade, e non solo dopo, è già un cambiamento. Si passa dall'esserci dentro al poterla osservare.


Da dove vengono le nostre strategie

Ogni modo di funzionare, anche quello che oggi fa soffrire, è nato come una soluzione intelligente. Da bambini ci si adatta all'ambiente con le risorse che si hanno. Se l'affetto arrivava solo quando si era bravi, si impara a essere bravi sempre. Se esprimere un bisogno creava tensione, si impara a non averne. Se il mondo sembrava imprevedibile, si impara a controllare tutto.

In Analisi Transazionale chiamiamo copione questo insieme di decisioni prese molto presto, spesso senza parole, su chi siamo, su cosa possiamo aspettarci dagli altri e su come dobbiamo comportarci per stare al sicuro. Allora erano la scelta migliore possibile. Il problema è che continuiamo a usarle anche quando la situazione è cambiata da un pezzo.

Scoprire l'origine di un meccanismo non serve a dare colpe ai genitori o al passato. Serve a guardare quel comportamento con altri occhi: non come un difetto, ma come una vecchia protezione che ha fatto il suo dovere.


Perché continuiamo a ripetere

Qui c'è il punto che più spesso sorprende i pazienti. Se una strategia non funziona, perché la ripetiamo? La persona che si sforza sempre di più per essere amata vede bene che non ottiene ciò che cerca. Eppure, alla volta successiva, ci prova ancora più forte.

La risposta è che la parte di noi che ha creato quella strategia è antica, e ragiona con la logica del bambino che eravamo. Per quella parte la strategia non è sbagliata: semplicemente non ci si è impegnati abbastanza. Prima o poi, facendo ancora meglio, funzionerà. Così ogni fallimento, invece di mettere in discussione il meccanismo, lo rinforza.

Anche per questo un consiglio raramente basta. Si scontra con una logica molto più vecchia e molto più tenace. Da questo circolo non si esce con la forza di volontà. Se ne esce quando quella parte antica viene vista, capita e rassicurata, e quando la parte adulta di noi, quella che vive nel presente, può finalmente dirle: "Grazie, adesso me ne occupo io".


Le emozioni che non abbiamo imparato a sentire

Il copione riguarda anche le emozioni. In ogni famiglia alcune sono permesse e altre no. Il bambino a cui non era concesso essere triste impara a essere arrabbiato, oppure a essere sempre "a posto". Da adulto userà quell'emozione di ripiego al posto di quella vera, e non capirà perché certe situazioni si chiudono sempre nello stesso modo.

A volte le emozioni sono state così intense, o così poco accolte, che la mente ha imparato a non sentirle affatto. Bessel van der Kolk, uno dei maggiori studiosi del trauma, ricorda che il trauma non è l'evento ma la traccia che lascia in noi. L'emozione allora diventa tensione nel corpo, stanchezza, irritabilità senza motivo apparente.

Imparare a riconoscere e nominare ciò che si prova fa parte della stessa presa di coscienza. Un'emozione con un nome si può ascoltare. Una senza nome ci guida a nostra insaputa. Ed è difficile scegliere bene se non si sa cosa si sente.


Scegliere senza smettere di essere sé stessi

Molte persone temono che la terapia le cambi al punto da non riconoscersi più. Chi è sempre stato preciso teme di diventare superficiale, chi si è sempre preso cura degli altri teme di diventare egoista. È una paura comprensibile, ma nasce da un equivoco.

Lo scopo non è sostituire una personalità con un'altra. La precisione, la disponibilità, la prudenza sono spesso risorse preziose, e vanno tenute. Ciò che cambia è che smettono di essere l'unica risposta possibile. Accanto alle modalità che funzionano se ne aggiungono di nuove, da usare quando servono.

È questa la differenza tra un copione e una scelta. Il copione si attiva da solo, sempre uguale, qualunque cosa succeda. La scelta nasce dall'accorgersi di cosa sta accadendo e dal chiedersi: cosa mi serve adesso? Una persona che ha sempre detto sì può continuare a farlo volentieri, ma ora sa anche dire no quando un sì le costerebbe troppo.


Cosa resta

Alla fine di un buon percorso nessuno ti avrà detto cosa fare. Avrai capito come funzioni e da dove arrivano certe tue reazioni. Saprai riconoscere quello che senti e quello che vuoi. Le decisioni le prenderai tu, come è giusto che sia, ma con più libertà e più possibilità di prima. È qualcosa che nessun consiglio può darti.