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Che cos'è la personalità: tratti, temperamento, modelli

Il termine personalità deriva dal latino persona, la maschera che gli attori del teatro antico indossavano per far capire al pubblico il carattere del personaggio. Oggi indica l'insieme delle caratteristiche psicologiche che descrivono il modo in cui una persona pensa, sente, si relaziona e reagisce a ciò che le accade. Queste caratteristiche si chiamano tratti, e sono relativamente stabili nel tempo e nelle diverse situazioni.


Natura e ambiente

Ogni personalità è unica, frutto dell'intreccio tra fattori biologici e ambientali.

I fattori biologici. Una parte della personalità ha una base genetica e si manifesta già alla nascita: è il temperamento, la "materia prima" che poi l'ambiente modella. Spiega perché alcuni bambini sono fin da piccoli più curiosi, altri più timidi, perché genitori e figli si somigliano anche quando non sono cresciuti insieme. Gli studi sui gemelli stimano che circa il 40-50% delle differenze di personalità tra le persone sia attribuibile a fattori genetici. Il temperamento però non è immutabile: si esprime in modi diversi a seconda delle esperienze.

I fattori ambientali. Le esperienze di vita, le persone importanti, la cultura, la classe sociale, e soprattutto la relazione con i genitori, lo stile affettivo, il legame di attaccamento, le esperienze dell'infanzia e dell'adolescenza, con un peso particolare per eventuali traumi come abusi o maltrattamenti.

Conoscere la personalità è utile non solo per comprendere la patologia, ma anche in terapia, perché aiuta a capire come una persona affronterà il percorso e quali strade possono funzionare meglio per lei.


I cinque grandi tratti (Big Five)

Nel corso della storia della psicologia sono stati proposti molti modelli della personalità. Quello oggi più usato nella ricerca è il modello dei cinque fattori, noto come Big Five. Nasce da una lunga tradizione di studi sul linguaggio con cui le persone descrivono se stesse e gli altri; lo psicologo Raymond Cattell aveva individuato sedici fattori, e successivamente diversi ricercatori, tra cui Lewis Goldberg, che coniò l'espressione Big Five, e Paul Costa e Robert McCrae, hanno ricondotto la personalità a cinque grandi dimensioni. Ciascuna va pensata come un continuum, su cui ognuno si colloca in un punto.


  • Apertura all'esperienza. Indica la disponibilità a cercare novità, idee, esperienze. Chi ha un punteggio alto è creativo, curioso, fantasioso, si sente soffocato dalla routine e talvolta sfida le convenzioni. Chi ha un punteggio basso preferisce l'abitudine, gli ambienti familiari e la tradizione, e può faticare quando un problema richiede di cambiare prospettiva.

  • Coscienziosità. Riguarda l'autocontrollo, l'organizzazione, la disciplina nel perseguire i propri obiettivi. Chi è molto coscienzioso è puntuale, scrupoloso, perseverante, a volte perfezionista e incline a lavorare troppo. All'estremo opposto c'è chi vive alla giornata, è più informale e fatica a portare a termine i progetti.

  • Estroversione. Descrive il modo in cui ci apriamo agli altri e stiamo nei contesti sociali. L'estroverso ama la compagnia, è energico ed entusiasta, cerca stimoli sociali. L'introverso non è necessariamente timido: preferisce piccoli gruppi e ambienti tranquilli, è più riflessivo, ha meno amici ma legami spesso molto profondi.

  • Amicalità o gradevolezza. Riguarda il modo di relazionarsi agli altri. Chi ha un punteggio alto è percepito come affidabile, rispettoso, tollerante, disponibile, empatico. Chi ha un punteggio basso è più centrato su di sé, più competitivo, a volte percepito come ostile.

  • Nevroticismo, o al contrario stabilità emotiva. Descrive il modo in cui affrontiamo le difficoltà. Le persone emotivamente stabili si arrabbiano e si frustrano come tutti, ma gestiscono le emozioni e recuperano. Chi ha un nevroticismo elevato vive più spesso sulle montagne russe emotive: ansia, irritabilità, umore depresso, reazioni intense, pessimismo.


Non esistono tratti buoni o cattivi in assoluto. Un po' di competitività serve a difendere i propri diritti; un'analisi condotta all'Università di Edimburgo ha suggerito che un certo grado di nevroticismo possa perfino associarsi a una vita più lunga, forse perché spinge a prendersi più cura della propria salute; uno studio dell'Università di Helsinki ha osservato che comportarsi in modo molto estroverso a lungo può lasciare stanchi anche gli estroversi. Tutto sta nell'equilibrio e nella capacità di modulare i propri tratti a seconda delle circostanze.


Le personalità di tipo A, B, C e D

Circolano molto, anche in rete, test che classificano le persone in quattro tipi chiamati A, B, C e D, con descrizioni del tipo "il leader", "il socievole", "il preciso", "il tranquillo". Sono tipologie divulgative, simili ai modelli usati nella formazione aziendale, e vanno prese per quello che sono: un gioco che può stimolare la riflessione su di sé, ma che semplifica molto la complessità di ognuno. Nella ricerca scientifica, le lettere A, B, C e D hanno un significato diverso e più preciso.


  • Il tipo A. Fu descritto negli anni Cinquanta da due cardiologi americani, Meyer Friedman e Ray Rosenman, che seguirono per oltre otto anni un gruppo di uomini tra i 35 e i 59 anni. Osservarono che chi aveva uno stile di vita impaziente, competitivo, sempre di corsa e facilmente ostile aveva un rischio maggiore di problemi cardiaci. Studi successivi hanno precisato che l'elemento più dannoso è soprattutto l'ostilità.

  • Il tipo B. È il polo opposto: persone più rilassate, pazienti, meno competitive, che non vivono ogni attività come una gara contro il tempo.

  • Il tipo C. Proposto negli anni Ottanta dalla psicologa Lydia Temoshok, descrive persone tendenti a reprimere le emozioni negative, soprattutto la rabbia, a essere accomodanti e a mettere i bisogni altrui prima dei propri. Si è ipotizzato un legame con il decorso di alcune malattie, ma le evidenze sono deboli e controverse.

  • Il tipo D. Introdotto dallo psicologo belga Johan Denollet, il tipo D, da distressed*, unisce un'elevata affettività negativa, cioè la tendenza a provare spesso ansia, tristezza e irritazione, all'inibizione sociale, cioè la tendenza a non esprimere ciò che si prova per paura del giudizio. È stato associato a una prognosi peggiore nelle malattie cardiache, anche se i dati più recenti ne hanno ridimensionato il peso.


Nessun modello, per quanto utile, esaurisce l'unicità di una persona.