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Perfezionismo e sindrome dell'impostore

C'è una grande differenza tra fare bene le cose, essere responsabili e coscienziosi, e inseguire la perfezione, essere intransigenti con sé stessi e con gli altri. La prima è una qualità. La seconda è una gabbia.


Il perfezionismo patologico

Il perfezionismo è il desiderio di raggiungere standard molto alti unito a un'autocritica eccessiva. Il perfezionista lega la propria autostima alla capacità di raggiungere obiettivi impossibili, e oscilla tra la ricerca dell'eccellenza e un senso costante di pressione e di fallimento. Fatica a godersi anche le conquiste più importanti, perché non è mai abbastanza.

Esiste un perfezionismo sano, che potremmo chiamare meticolosità: ci spinge a porci obiettivi, a essere ordinati ed efficienti, a fare del nostro meglio. Quello patologico è fatto di una preoccupazione eccessiva per gli errori, di sfiducia nella propria capacità di affrontare l'imprevisto. Si riconosce da alcuni segni.

Il pensiero tutto o nulla: le aspettative sono così alte che la paura di non esserne all'altezza blocca. Si rimanda, si procrastina, si impiega moltissimo tempo per decidere, perché ci si attribuisce valore solo se si fa tutto bene e perfettamente.

La bassa autostima, con la paura di sbagliare, di fare brutta figura, di essere giudicati.

Il bisogno di controllo: ci si sente al sicuro solo controllando eventi, luoghi, persone, e non resta spazio per la spontaneità e il piacere, in un viaggio, a una cena, con gli amici.

La ruminazione sul passato ("perché succede a me? perché reagisco sempre così?") e il rimuginio sul futuro, con il tentativo di prevenire ogni evento negativo.

L'ipersensibilità alle critiche, che può portare a reazioni aggressive per difendersi.

La difficoltà a riconoscere, comunicare e gestire le emozioni.

A volte l'evitamento delle situazioni sociali, vissute con ansia e vergogna.

La richiesta di perfezione non riguarda solo sé stessi ma anche le persone più vicine, e questo pesa molto sulle relazioni: il perfezionista vive in una tensione costante che lo porta a criticarsi e a criticare chi ama. Il perfezionismo è legato ad ansia, depressione e problemi relazionali. L'alternativa non è rinunciare agli obiettivi, ma porsene di realistici e pianificare azioni concrete per raggiungerli.


La sindrome dell'impostore

Alcune persone capaci, intelligenti, laboriose sono convinte di non esserlo. Pensano che i loro successi siano dovuti al caso e che prima o poi verranno scoperte. Vivono come se stessero ingannando tutti, mostrando capacità che non possiedono e raccogliendo meriti immeritati, nonostante le prove contrarie. Questo modo di pensare è stato descritto per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe Pauline Rose Clance e Suzanne Imes, che lo chiamarono fenomeno dell'impostore.

I segni più comuni sono un dialogo interno negativo, il bisogno di ricontrollare continuamente il proprio lavoro, il perfezionismo, il tentativo di restare invisibili per non attirare l'attenzione, il lavoro fino a tardi senza confini sani per compensare il senso di inadeguatezza, il dubbio costante di non essere all'altezza, un'autocritica feroce con l'attribuzione a sé di ogni fallimento anche quando c'erano evidenti cause esterne, l'attribuzione dei successi alla fortuna, il rifiuto dei complimenti, l'isolamento che consolida i pensieri negativi.

La studiosa Valerie Young ha descritto cinque profili.

Il perfezionista si fissa obiettivi altissimi e va in crisi quando non li raggiunge. Fatica a delegare e, quando lo fa, si sente in colpa e insoddisfatto. Anche quando raggiunge lo scopo si rimprovera di non aver fatto meglio. Ha bisogno di imparare a celebrare i propri successi, anche parziali, e ad accettare che non esistono il momento perfetto, il risultato perfetto, la persona impeccabile.

Il superlavoratore copre l'insicurezza sovraccaricandosi di lavoro, fino a danneggiare la salute e i rapporti, con i colleghi, in un clima competitivo, e con la famiglia, per le continue assenze. Resta oltre l'orario anche quando non serve, prende sul personale anche le critiche costruttive, trascura riposo e passioni, e la sensazione di non fare abbastanza non si placa. La sua opinione di sé dipende dalle conferme dei superiori.

Il genio naturale, oltre a standard altissimi, pretende di riuscire al primo colpo e senza fatica. Giudica sé stesso dalla quantità di sforzo: se deve lavorare sodo, vuol dire che non è capace. Spesso da bambino è stato etichettato come quello intelligente e bravo in tutto, e da adulto si vergogna di dover imparare. Si difende evitando le cose nuove. Ha bisogno di ricordare che anche le persone più capaci imparano per tutta la vita, e di concentrarsi su comportamenti specifici da migliorare nel tempo.

L'individualista misura il proprio valore dalla capacità di cavarsela da solo. Chiedere aiuto o dipendere da qualcuno gli sembra una prova di debolezza.

L'esperto ha competenze riconosciute e un ruolo da esperto, ma teme di aver ingannato chi gliel'ha affidato e che prima o poi emergerà la sua inadeguatezza. Compensa con corsi e certificazioni senza fine.

Questa sensazione è comune a molti professionisti nei primi anni di carriera, finché l'esperienza, compresi gli errori, non li rende più sicuri delle capacità acquisite. Quando invece persiste e fa soffrire, merita di essere affrontata.