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La perdita ambigua: il lutto per un genitore che scivola via

Quando chi ti ha cresciuto cambia sotto i tuoi occhi, il dolore arriva prima della morte. E spesso nessuno lo riconosce.

In studio sento spesso storie che cominciano così. Non con la diagnosi, che a volte è arrivata anni prima, ma con un momento piccolo. La mamma che chiede per la terza volta in mezz'ora se hai già mangiato. Il papà, che ha sempre fatto i conti di casa, che non sa più quanto costa il pane. Oppure il giorno in cui ti chiama con il nome di tua sorella e tu, invece di correggerlo, lasci correre.

In quel momento qualcosa si rompe. Il genitore è lì, seduto in cucina, eppure una parte di lui non c'è più. E con lei se ne va anche una parte di te: quella che poteva ancora sentirsi figlia, o figlio.


Una perdita senza nome

La psicologa americana Pauline Boss ha chiamato questa esperienza "perdita ambigua". È la perdita di qualcuno che è fisicamente presente ma psicologicamente assente. Il corpo c'è, la voce anche, ma la persona che conoscevi si allontana.

È un dolore difficile da maneggiare proprio perché non è chiaro. Nel lutto "classico" c'è un prima e un dopo, un funerale, delle parole di conforto. Qui no. Nessuno ti fa le condoglianze perché tuo padre non ricorda più il giorno del tuo matrimonio. Anzi, la frase che ti senti dire più spesso è "almeno è ancora con voi".

Lo psicologo Kenneth Doka parla di "lutto non riconosciuto": un dolore che chi sta intorno non vede, e quindi non legittima. Chi lo vive finisce per non darsi il permesso di sentirlo. "Non posso essere in lutto, mia madre è viva." Eppure il lutto c'è. E se non lo si riconosce, tende a trasformarsi in stanchezza, irritabilità, un senso di vuoto che non si sa da dove arrivi.


Un lutto a rate

Le persone me lo dicono spesso: non è una perdita, sono tante. Prima se ne va la memoria condivisa, gli aneddoti di famiglia, le ricette, i nomi dei vecchi vicini. Poi se ne va il ruolo. Il genitore che ti accompagnava dal medico ora deve essere accompagnato, quello che ti dava consigli ora ti chiede che giorno è. Più avanti, a volte, si perde anche il riconoscimento: ti guarda con gentilezza, ma come si guarda un'infermiera.

Ogni passaggio è un piccolo lutto, e non c'è il tempo di elaborarlo prima che arrivi il successivo. Gli psicologi lo chiamano lutto anticipatorio: si comincia a soffrire per una morte che non è ancora avvenuta. Non è pessimismo. È la mente che prova a prepararsi.


Le emozioni che non si dicono

Qui arriva la parte di cui si parla meno. Accanto alla tristezza ci sono emozioni che molti figli tengono nascoste, a volte anche a sé stessi.

La rabbia, per esempio. Rabbia verso il genitore che ripete le stesse cose, che si oppone a tutto, che ti accusa di avergli preso il portafoglio. Sai che non lo fa apposta, e questo rende la rabbia ancora più scomoda. Con chi te la prendi?

Poi c'è un pensiero che spaventa: "vorrei che finisse". Chi lo pensa di solito si giudica in modo durissimo. In realtà è un pensiero molto comune tra chi assiste a lungo una persona cara, e raramente significa desiderarne la morte. Più spesso significa desiderare che finisca la sofferenza, la sua e la propria. Dirlo a voce alta a qualcuno di cui ci si fida toglie al pensiero gran parte del suo potere.

E c'è un'altra cosa, più sottile. Con la malattia se ne vanno anche le conversazioni che non abbiamo mai fatto. Il chiarimento rimandato, la domanda sul perché di certe scelte, quel "mi è mancato che tu..." che pensavi di dire prima o poi. Il genitore non può più rispondere. Per chi ha avuto con lui un rapporto complicato, è un lutto dentro il lutto: si perde anche la possibilità di riparare.


Quando i ruoli si invertono

In Analisi Transazionale diciamo che ognuno di noi porta dentro di sé una parte Genitore, una parte Adulto e una parte Bambino. Finché il genitore è autonomo, anche da grandi con lui ci capita di tornare un po' figli: ci si lamenta, ci si fa coccolare, si chiede un parere.

Quando il genitore si ammala questa possibilità si chiude. Il figlio diventa il genitore del proprio genitore. Decide, organizza, protegge. E il Bambino che c'è in lui, quello che aveva ancora bisogno di una mamma o di un papà, resta senza nessuno. Molti sentono questa solitudine senza riuscire a darle un nome.



E quando arriva la morte vera?

Succede una cosa che lascia confusi. Dopo anni di malattia, quando il genitore muore, il dolore a volte sembra "poco". Si piange meno del previsto, oppure si sente soprattutto sollievo. Subito dopo arriva il senso di colpa: che figlio sono?

Non c'è niente di sbagliato. Gran parte del lutto è già stata vissuta, a rate, nel corso degli anni, e il funerale a volte non apre il dolore ma lo chiude. Per altri succede il contrario. Solo dopo la morte, quando finisce l'impegno dell'assistenza, il dolore trattenuto esce tutto insieme. Sono reazioni normali tutte e due.


Cosa può aiutare

Non ho ricette, però ci sono alcune cose che vedo funzionare.

Dare un nome a quello che si vive. Dirsi "sto attraversando un lutto, anche se lui è ancora qui" sembra poco, ma cambia molto: smetti di chiederti perché sei così stanco o triste senza un motivo apparente.

Cercare la persona che c'è ancora, invece di misurare soltanto quella che manca. Una canzone che ricorda a memoria, il piacere di un dolce, una mano che stringe la tua. La relazione cambia forma, ma non sparisce del tutto.

Lasciare spazio anche alle emozioni scomode. La rabbia e il desiderio che finisca non cancellano l'amore. Ci convivono.

Non fare tutto da soli. Chi assiste un genitore tende a caricarsi ogni cosa, come se chiedere aiuto fosse un tradimento. Fratelli, servizi del territorio, associazioni per i familiari, gruppi di sostegno: ogni pezzo di peso condiviso è energia che resta per stare con lui, e non solo per occuparsene.

Se il dolore diventa troppo, o se il rapporto con quel genitore si porta dietro vecchie ferite mai chiuse, un percorso psicologico può diventare il posto dove dire le cose che a lui non si possono più dire.

Perdere qualcuno un po' alla volta è una delle esperienze più faticose che si possano attraversare. Non serve aspettare il funerale per avere il diritto di essere tristi.