Pensieri intrusivi: quando la mente produce pensieri che spaventano

Una madre sta tagliando le verdure, il figlio gioca a due passi da lei. All'improvviso un'immagine le attraversa la mente: il coltello, il bambino. Dura un attimo. Lei posa il coltello, ha il cuore che batte forte, e per il resto della giornata si chiede che persona sia una madre che pensa una cosa del genere.
Oppure: sei sul balcone di un albergo, al decimo piano, e ti viene il pensiero "e se mi buttassi?". Non vuoi buttarti, non ci hai mai pensato davvero. Eppure il pensiero c'era, e adesso ti fa paura.
Sono pensieri intrusivi. Quasi nessuno ne parla, perché ci si vergogna. Ed è un peccato, perché sapere come funzionano toglie loro gran parte del potere.
Che cosa sono
I pensieri intrusivi sono pensieri, immagini o impulsi che compaiono all'improvviso, senza essere cercati, e che sentiamo estranei, sgradevoli, spesso contrari a quello che siamo e a quello in cui crediamo. Gli psicologi li chiamano egodistonici: non ci assomigliano.
I temi più frequenti sono sempre gli stessi, in ogni parte del mondo:
fare del male a qualcuno, spesso proprio alle persone che amiamo;
farsi del male, come nel caso del balcone o del binario della metropolitana;
contaminazione e sporco, il timore di essersi contagiati o di contagiare;
dubbio, come "ho chiuso il gas?", "ho investito qualcuno senza accorgermene?";
pensieri sessuali o blasfemi, che urtano la propria morale;
dubbi improvvisi sulla propria relazione o sui propri sentimenti.
Li hanno quasi tutti
Nel 2014 un gruppo internazionale di ricercatori ha intervistato 777 studenti universitari in 13 paesi di sei continenti, Italia compresa. Il 93,6% ha riferito di aver avuto almeno un pensiero intrusivo negli ultimi tre mesi. I più comuni erano i dubbi, i meno riferiti quelli sessuali e blasfemi, probabilmente anche perché sono i più difficili da ammettere.
Lo studio ha confermato un'osservazione che risale agli anni Settanta: i pensieri intrusivi delle persone che soffrono di disturbo ossessivo-compulsivo non sono diversi, nel contenuto, da quelli di chiunque altro. Sono più frequenti e fanno più male, ma il materiale è lo stesso. Uno degli autori, Adam Radomsky, l'ha detto in modo semplice: il problema non sono i pensieri, è quello che ne facciamo.
Perché la mente li produce
La mente non è un ufficio ordinato dove entrano solo i pensieri autorizzati. È più simile a un generatore che lavora di continuo e produce di tutto: idee utili, ricordi, associazioni bizzarre, scenari assurdi. La maggior parte scorre via senza lasciare traccia.
Alcuni pensieri però si fermano. E si fermano proprio quelli che ci spaventano di più. Non a caso la seconda parte di quella ricerca internazionale aveva un titolo che dice molto: spaventano perché ci teniamo. La madre che ama il figlio è colpita dall'immagine del coltello proprio perché per lei fare del male al bambino è la cosa più lontana e più terribile che ci sia. Il pensiero si aggancia ai nostri valori, ma al contrario.
Il problema è il significato
Il pensiero intrusivo in sé è innocuo. Diventa un problema quando gli diamo un significato minaccioso: "se lo penso, vuol dire che in fondo lo voglio", "se lo penso, potrei farlo", "pensarlo è grave quasi quanto farlo". Gli psicologi Roz Shafran e Stanley Rachman hanno chiamato questo meccanismo fusione pensiero-azione: pensare una cosa e farla diventano, nella testa, quasi la stessa cosa.
Da qui parte un circolo che ricorda molto quello del panico, di cui ho parlato nell'articolo "Il corpo in allarme". Il pensiero arriva. Viene letto come pericoloso. Scattano ansia, colpa, vergogna. E per calmarle si fa qualcosa: si cerca di scacciarlo, si controlla, si chiede rassicurazione a qualcuno, si evitano i coltelli, si evita di restare soli con il bambino. Per un momento funziona. Ma ogni volta il messaggio che arriva al cervello è lo stesso: quel pensiero era davvero pericoloso. E il pensiero torna, più spesso e più forte.
L'orso bianco
Nel 1987 lo psicologo americano Daniel Wegner fece un esperimento diventato famoso. Chiese ad alcune persone di dire ad alta voce tutto quello che passava loro per la testa per cinque minuti, cercando di non pensare a un orso bianco, e di suonare un campanello ogni volta che ci pensavano. Il campanello suonò in media più di una volta al minuto. E quando poi venne loro chiesto di pensarci liberamente, pensarono all'orso più spesso di chi non aveva mai cercato di evitarlo.
Cercare di sopprimere un pensiero, insomma, lo rende più presente. Per controllare di non pensarci, la mente deve continuamente verificare se ci sta pensando. E così lo richiama.
Con un orso bianco è un gioco. Con l'immagine del coltello è una tortura. Ma il meccanismo è lo stesso.
Quando diventa un disturbo
Avere pensieri intrusivi è normale. Si parla di disturbo ossessivo-compulsivo quando i pensieri, che a quel punto si chiamano ossessioni, diventano molto frequenti e angoscianti, e la persona mette in atto rituali per neutralizzarli, le compulsioni: controllare, lavare, contare, ripetere frasi, chiedere rassicurazioni. Tutto questo occupa molto tempo, più di un'ora al giorno, oppure crea una sofferenza importante e limita la vita.
Una cosa la voglio dire con chiarezza, perché è la domanda che chi soffre di questi pensieri non osa fare: avere pensieri di fare del male a qualcuno non rende una persona pericolosa. Il fatto stesso che quei pensieri ti spaventino, ti disgustino, ti facciano stare male, dice che sono contrari a ciò che sei.
Diverso è il caso dei ricordi intrusivi di un evento traumatico, che tornano sotto forma di immagini e sensazioni vivide. Hanno un'altra origine e chiedono un lavoro specifico sul trauma.
Cosa puoi fare
La direzione è controintuitiva: smettere di combattere.
Dai un nome a quello che succede. Quando arriva il pensiero, puoi dirti: "ecco un pensiero intrusivo". Non è un messaggio, non è un desiderio, non è una previsione. È un prodotto della mente, come un rumore di fondo.
Prendi le distanze dal contenuto. Invece di "potrei fare del male a mio figlio", prova a dirti "sto avendo il pensiero che potrei fare del male a mio figlio". Sembra un dettaglio. In realtà cambia la posizione da cui guardi: non sei dentro il pensiero, lo stai osservando. In psicologia si chiama defusione, e ne ho parlato più a fondo nel corso audio sui virus mentali.
Lascialo passare. Non serve spingerlo via né trattenerlo. Puoi immaginarlo come un'auto che passa in strada mentre sei alla finestra: la vedi, la senti, e poi se ne va.
Non neutralizzare. Niente controlli in più, niente domande a chi ti sta vicino per sentirti dire che sei una brava persona. Ogni rassicurazione dà sollievo per qualche minuto e conferma, per mesi, che il pensiero era pericoloso.
Non evitare. Se hai cominciato a evitare i coltelli, le situazioni o le persone legate ai tuoi pensieri, è lì che conviene lavorare, a piccoli passi.
Cosa si può fare in terapia
Quando i pensieri intrusivi diventano ossessioni e la vita comincia a organizzarsi intorno a loro, è il momento di chiedere aiuto. Per il disturbo ossessivo-compulsivo il trattamento psicologico con più prove di efficacia è la psicoterapia associata agli psicofarmaci, almeno in fase iniziale: con il terapeuta ci si avvicina gradualmente ai pensieri e alle situazioni temute, senza mettere in atto i rituali, e si scopre che l'ansia cala da sola e che non succede nulla di quello che si temeva.
Nel mio lavoro dedico molto spazio anche al rapporto della persona con la propria mente. Con l'Analisi Transazionale si esplora da dove arriva il bisogno di controllare tutto, il senso di responsabilità eccessivo, l'idea di dover essere sempre perfettamente buoni. Con l'ipnosi si può lavorare sull'attivazione ansiosa e aiutare la persona a fare esperienza di uno stato in cui i pensieri arrivano e passano senza trascinarla con sé.
Tu non sei i tuoi pensieri
Se c'è una frase che vorrei restasse da questo articolo, è questa. I pensieri sono eventi della mente, non verità su di te. La madre del coltello è una madre che ama suo figlio, e la sua mente, come quella di tutti, ogni tanto produce immagini assurde. La differenza la fa quello che decidiamo di farne.
