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Restare per paura: quando una relazione diventa un rifugio dalla solitudine

Molte persone restano in una relazione che non le rende più felici. Se chiedi loro perché, la risposta raramente è "lo amo" o "la amo". Più spesso arriva dopo una pausa, ed è qualcosa come: "E poi? Chi mi vorrà, alla mia età?".

Non è una debolezza di carattere. È un meccanismo psicologico studiato da anni, e conoscerlo aiuta a guardarlo con meno vergogna.


La paura di restare soli ha un nome

Nel 2013 un gruppo di ricercatori dell'Università di Toronto, guidato da Stephanie Spielmann, ha messo a punto un questionario per misurare quella che hanno chiamato "paura di restare single": l'ansia o il disagio legati all'idea di essere, oggi o in futuro, senza un partner. Le domande erano semplici, del tipo "sento che è quasi troppo tardi per trovare l'amore della mia vita".

Poi hanno seguito i partecipanti in diversi studi. Chi aveva punteggi alti tendeva ad accontentarsi: si sentiva attratto anche da persone poco attente e poco premurose e, se era già in coppia, dipendeva di più da un rapporto che pure lo soddisfaceva poco. In uno degli studi, condotto nel tempo, queste persone erano meno propense a chiudere una relazione insoddisfacente.

Un dettaglio mi ha colpito. Interrogati sui loro criteri di scelta, i partecipanti più spaventati dichiaravano standard alti, come tutti gli altri. La paura non abbassava quello che dicevano di volere, abbassava quello che poi facevano. E i risultati valevano per uomini e donne allo stesso modo, a qualsiasi età.


Perché è così difficile andarsene

Il cervello umano pesa le perdite più dei guadagni. Daniel Kahneman e Amos Tversky lo hanno mostrato negli anni Settanta studiando le decisioni economiche: perdere cento euro fa più male di quanto faccia piacere trovarne cento. Nelle relazioni succede qualcosa di simile. Ciò che si lascia è concreto e conosciuto, anche quando fa soffrire. Ciò che potrebbe arrivare è vago, e alla mente in allarme il vago sembra quasi sempre peggio.

C'è poi il peso di quello che si è messo nella relazione. La psicologa Caryl Rusbult, con il suo "modello dell'investimento", ha descritto l'impegno di coppia come il risultato di quanto si è soddisfatti, di quanto si è investito (anni, casa, amicizie comuni, progetti) e di quanto appaiono buone le alternative. Quando la soddisfazione cala ma gli investimenti sono alti e le alternative sembrano scarse, si resta. La frase "ho dato tanto, non posso buttare via tutto" nasce qui.

A volte si resta per l'altro. Uno studio del 2018 di Samantha Joel e colleghi ha trovato che le persone sono meno propense a lasciare quando pensano che il partner dipenda molto dalla relazione e che soffrirebbe per la separazione. Anche quando si sentono poco apprezzate. In apparenza è un gesto generoso. Col tempo però rischia di diventare una vita vissuta per conto di qualcun altro.


Il prezzo di restare

Una relazione in cui ci si sente soli ha un costo, e spesso non si vede nei grandi litigi, che anzi a volte mancano del tutto. Si vede nell'abitudine. Ci si abitua ai silenzi a cena, a non raccontare più nulla della propria giornata, a una battuta sprezzante davanti agli amici. Ci si abitua e si smette di notarlo.

Nel mio lavoro con l'Analisi Transazionale incontro spesso, dietro questa abitudine, un messaggio antico. Qualcosa imparato da bambini e quasi mai detto a parole: "devi accontentarti", "non chiedere troppo", "se te ne vai resti solo". Da adulti quel messaggio non si presenta come un ricordo. Si presenta come buon senso, ed è per questo che è difficile riconoscerlo.


Cosa succede a chi se ne va

La ricerca offre anche notizie incoraggianti. Gary Lewandowski e Nicole Bizzoco, nel 2007, hanno studiato persone uscite da relazioni di bassa qualità. Molte riferivano più emozioni positive dopo la separazione e parlavano di una riscoperta di sé: riprendere attività abbandonate, rivedere gli amici, sentirsi di nuovo padrone delle proprie giornate. Gli autori l'hanno chiamata "crescita per sottrazione". Togliendo qualcosa, si ritrova spazio.

Non succede a tutti, e non subito. Chi lascia attraversa comunque un periodo di dolore, di nostalgia, a volte di vero panico. La paura però dipinge il futuro come un deserto, e la realtà di solito è meno cupa. Le amicizie tornano a contare. Si ricomincia a prendersi cura del corpo. Si parte per un viaggio deciso da soli, senza dover negoziare nulla con nessuno.


La domanda da cambiare

Chi ha paura di restare solo di solito si chiede: "chi mi amerà dopo?". È una domanda senza risposta, perché nessuno può garantire il futuro. E finché si aspetta una garanzia, si resta fermi.

Può essere utile spostare la domanda. Cosa sto accettando oggi che non accetterei mai per una persona a cui voglio bene? Quanto di me ho messo da parte per tenere in piedi questa relazione?

Non serve rispondere subito, e non è detto che la risposta porti a una separazione. A volte porta a chiedere di più al partner, a dire finalmente quello che si taceva da anni. Altre volte porta a capire che si è rimasti per paura e non per amore, e che questa paura merita di essere guardata da vicino. Anche con l'aiuto di uno psicoterapeuta, che non serve a sentirsi dire cosa fare ma a distinguere quello che si vuole da quello che si teme.

La felicità dipende poco dall'essere scelti da qualcuno. Dipende molto di più dal non abbandonare sé stessi.