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La paura di impegnarsi: eterni fidanzati, Peter Pan e Wendy

Gli eterni fidanzati

Alcune persone hanno paura di impegnarsi in una relazione a lungo termine. A volte è una vera fobia, che porta a rimandare all'infinito gli incontri e a evitare l'intimità. Altre volte il blocco non si vede subito: la relazione va avanti serenamente finché l'altro non comincia a parlare di progetti concreti, convivenza, matrimonio, figli.

Non essere sicuri dei propri sentimenti è un motivo legittimo per non affrettare le cose. Ma quando una relazione va avanti per anni senza una direzione, si rischia di restare eterni fidanzatini, una barca alla deriva. E senza uno spazio proprio in cui vivere la quotidianità e la sessualità, la coppia manca delle occasioni per costruire un'intesa profonda.

Che cosa impedisce di fare un passo avanti? Alcuni pensano che una relazione funzioni solo finché è facile e priva di vincoli, e quando sentono che il legame chiede promesse e impegni indietreggiano. Altri pensano a tutte le conquiste a cui dovrebbero rinunciare. Per giustificare la propria ritrosia cominciano a vedere solo ciò che non va, e piccole incomprensioni diventano motivi enormi.

Chi fatica a impegnarsi tende a chiudere relazioni positive per motivi futili, si ritira e crea attriti quando gli viene chiesto più impegno, accetta ciò che non gradisce per poi boicottarlo in modo indiretto, si dimostra inaffidabile, ha storie brevi e intense, si innamora di persone irraggiungibili, dice di desiderare una relazione stabile ma resta sempre single.

Alla base c'è sempre una paura, che affonda nelle prime esperienze di relazione. Ma ci sono anche fattori più recenti. Chi è stato molto ferito da una storia finita può "sigillare" il proprio dolore e decidere, senza saperlo, di non mettersi più in gioco fino in fondo. La crisi del matrimonio come istituzione ha seminato dubbi sulla tenuta delle coppie. Le app di incontri hanno favorito rapporti "mordi e fuggi", meno dolorosi perché non richiedono la fatica di conoscersi davvero. Alcuni temono che una relazione significhi essere sommersi dalle aspettative dell'altro e perdere libertà. E c'è la responsabilità economica condivisa, che spaventa chi teme un partner troppo controllante o troppo irresponsabile con i soldi.

L'unico modo per superare queste paure è un atto di fiducia verso la persona amata: mettersi nelle sue mani con la propria vulnerabilità, rischiare per far crescere la relazione. Altrimenti il rapporto rischia di morire non per mancanza d'amore, ma per lo stallo, davanti al bisogno di uno dei due di andare avanti.


La sindrome di Peter Pan

Lo psicologo Dan Kiley, nel 1983, ha descritto la sindrome di Peter Pan: il modo di essere di chi non riesce a crescere e ad assumersi responsabilità nelle relazioni, nel lavoro, in amore, nella gestione del denaro e degli impulsi. Non è un disturbo riconosciuto dal DSM, ma ha caratteristiche ben riconoscibili.

Chi la vive tende a delegare le responsabilità, vuole restare un eterno ragazzo, ha poca fiducia in sé, dà agli altri la colpa dei propri insuccessi, è irrequieto, a volte manipola per ottenere ciò di cui ha bisogno, spende troppo e si indebita, fatica a esprimere sentimenti d'amore, ha reazioni emotive eccessive per motivi futili, è passivo, non fa progetti e vive alla giornata. Spesso, sotto, si sente frustrato, solo, depresso.

Preferisce lavori saltuari, che gli permettano di pagarsi i divertimenti. Cerca rapporti senza coinvolgimento per non dover affrontare convivenza, matrimonio, figli, che significherebbero rinunciare alla libertà adolescenziale. Agisce d'impulso, ama il rischio, a volte abusa di alcol e droghe o si mette in situazioni pericolose. Ignora i problemi invece di affrontarli e pretende di soddisfare subito i propri bisogni, senza tollerare la frustrazione. Kiley la descriveva soprattutto negli uomini, ma esiste anche nelle donne.

Spesso questi ragazzi sono cresciuti con genitori permissivi, che hanno concesso tutto e subito, senza mai far sperimentare la frustrazione. Il no non esisteva o non veniva mantenuto. E i bambini imparano da ciò che vedono: spesso Peter Pan è cresciuto accanto a un genitore che non si faceva carico dei problemi, li rimandava, magari era dedito al gioco o all'alcol, e invece di responsabilizzare il figlio lo giustificava sempre.


La sindrome di Wendy

Nel 1984 Kiley ha descritto anche la compagna perfetta di Peter Pan: Wendy. È colei che decide tutto e si assume le responsabilità del partner immaturo, lo giustifica e lo protegge con il suo fare materno. Spesso sente di avere un figlio invece di un marito e, pur lamentandosi, porta avanti una relazione faticosa e sbilanciata che soddisfa il suo bisogno di controllo e di sentirsi indispensabile.

È una persona insicura. Prendendosi cura di un partner inaffidabile si protegge dal rischio di essere rifiutata e abbandonata, ma intanto accumula rabbia. Sente il bisogno di aiutare gli altri e di renderli felici, vive la cura come un atto d'amore, mette i bisogni altrui prima dei propri anche quando nessuno glielo chiede. Spesso ha avuto difficoltà nella famiglia d'origine e cerca di ricrearne una a tutti i costi. Teme che gli altri non abbiano più bisogno di lei. Sceglie un partner da salvare che non potrà mai lasciarla. Non si prende cura di sé, e non ricevendo nulla in cambio si sente vuota, scarica, depressa. E la frustrazione, prima o poi, la trasforma da salvatrice in persecutrice.

Né Wendy né Peter riconoscono di vivere una relazione di dipendenza reciproca. Wendy è convinta che il partner non saprebbe cavarsela da solo; in realtà lui non vuole assumersi responsabilità, non è che non ne sia capace. Lo fa sentire in colpa perché si attivi, lui esegue controvoglia e male, con un atteggiamento passivo-aggressivo, e lei si arrabbia, si sostituisce a lui e lo considera ancora più incapace. Lo ricatta, spera che cambi, ma non lo lascia. A volte compensa l'insoddisfazione spendendo o mangiando in modo compulsivo, sviluppa paure ipocondriache, o cerca altrove il calore che le manca.

Per uscire da questa dinamica non serve smettere di prendersi cura dei propri cari, ma ristabilire confini più equilibrati: non trascurare i propri bisogni, i propri valori, gli hobby, le amicizie. Darsi completamente agli altri svuota. Spesso Wendy arriva da uno psicologo con l'intento di cambiare il partner o salvare la coppia, e presto si accorge che il lavoro vero riguarda i motivi della propria dipendenza.