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Dinamiche, ruoli e ferite: il partner come genitore

Il genitore e il bambino nella coppia

Molti conflitti di coppia sembrano riguardare questioni pratiche, ma sotto ci sono i ruoli che ciascuno assume, spesso legati alla propria storia e ripetuti in ogni relazione. Una delle dinamiche più frequenti è quella in cui uno dei due fa da genitore e l'altro da figlio.

Il partner in posizione genitoriale tende a dirigere, decidere, occuparsi di tutto, da una posizione di superiorità. Può essere un genitore benevolo, che offre consigli e aiuto spesso non richiesti, magari con l'aspettativa segreta di guadagnarsi amore. O un genitore critico, che corregge, insegna, rimprovera. In entrambi i casi, sotto, c'è una svalutazione dell'altro. Il partner del genitore benevolo rischia di non prendersi mai le sue responsabilità; quello del genitore critico si sente frustrato e bisognoso di ribellarsi.

Il partner in posizione infantile tende a svalutarsi, a sentirsi incapace, a dipendere da chi sembra più sicuro. Può comportarsi in modo irresponsabile, costringendo l'altro a subentrare. Si offende facilmente, mette il broncio, e questo suscita una reazione genitoriale altrettanto risentita.

Queste coppie possono polarizzarsi in vari modi. C'è il sottomesso e il dominante. C'è il passivo dipendente e il direttivo critico, che spinge con parole dure. C'è chi si mette sulla difensiva e chi è rigido e chiuso a ogni alternativa. C'è chi è governato dalle emozioni e chi è iper-razionale, cinico, moralista. C'è chi non ha obiettivi e va alla deriva e chi è così focalizzato sugli obiettivi da trasformare ogni desiderio in un dovere. C'è il passivo-aggressivo, che sembra collaborare ma boicotta, e il prepotente, che usa la rabbia in modo intimidatorio.

Ogni crisi di coppia è frutto di entrambi. Non c'è un solo colpevole. La cosa più utile è riconoscere lo schema che si ripete e i bisogni che ciascuno porta. Questi ruoli nascono dalle difese che abbiamo sviluppato da piccoli per adattarci. Ci sono serviti allora, ma oggi danneggiano le relazioni adulte. Se non vengono riconosciuti si ripresenteranno anche nelle relazioni future. L'obiettivo è che entrambi si muovano dallo stato dell'Io Adulto: proattivi, assertivi, capaci di stare insieme nelle emozioni e nella razionalità, con obiettivi condivisi.


Cercare il padre o la madre nel partner

A volte ci leghiamo a qualcuno senza accorgerci che, in fondo, stiamo cercando qualcosa di già noto. Non è raro che il partner somigli, nei comportamenti e nel modo di stare in relazione, a una figura genitoriale importante. Tendiamo a cercare ciò che conosciamo, anche quando non ci ha fatto bene. E la scelta del partner diventa un tentativo di riparazione: speriamo che questa volta vada diversamente. Ma spesso, invece di risolvere, ripetiamo.

Un padre assente o distante può portarci verso partner sfuggenti, da cui cerchiamo di farci vedere. Un padre autoritario e critico, verso partner giudicanti, di cui cerchiamo l'approvazione. Un padre idealizzato e irraggiungibile, verso partner carismatici ma inaccessibili. Un padre fragile, verso partner da salvare. Allo stesso modo una madre iperprotettiva e invischiante può portarci verso partner controllanti; una madre distante verso partner freddi, di cui cerchiamo di meritare l'affetto; una madre critica verso partner esigenti; una madre fragile verso partner da accudire. E naturalmente un genitore presente e affettuoso ci orienta verso partner capaci di reciprocità.

Queste dinamiche non sono una condanna, ma vanno riconosciute. Solo quando ci accorgiamo di cercare il padre o la madre nel partner possiamo cominciare a scegliere in modo diverso.


Esercizio: chi sto cercando davvero?

Prenditi uno spazio tranquillo, carta e penna.

  • Com'era il rapporto con tuo padre da bambino? Quali emozioni prevalevano? Quali aspetti di lui hai idealizzato, criticato o cercato di evitare?

  • Com'era il rapporto con tua madre? Quali emozioni prevalevano? Quali aspetti di lei hai interiorizzato, cercato o respinto?

  • Quali caratteristiche ricorrono nei partner che hai scelto? In che modo hanno somigliato ai tuoi genitori nel modo di comunicare, di amare, di gestire la distanza?

  • Hai cercato di salvare qualcuno, di essere all'altezza, di meritare amore? Ti sei mai sentito dentro una dinamica che sembrava già scritta?

  • Stai cercando nel partner attuale qualcosa che ti è mancato da bambino? Riesci a distinguere ciò che desideri oggi da ciò che cerchi di riparare?

Rileggi le risposte dopo qualche giorno. Se emergono emozioni forti, parlarne con un professionista può aiutarti a capire meglio chi sei e come vuoi amare.


L'amore idealizzato

Esiste una forma di amore che non nasce dall'incontro tra due persone reali, ma dalla proiezione di bisogni profondi. L'altro non viene visto per ciò che è, ma per ciò che rappresenta: un salvatore, un complemento, la risposta a un vuoto antico, spesso modellata su ciò che è mancato con i genitori. Quando l'altro non corrisponde alla fantasia, la delusione è profonda e la relazione, invece di liberare, intrappola.

In Analisi Transazionale potremmo dire che in queste relazioni i partner comunicano da stati dell'Io non Adulti: il Bambino Adattato cerca protezione, l'altro risponde dal Genitore Normativo con distanza o giudizio, oppure entrambi restano nel Bambino, in una relazione intensa ma instabile. Lo stato dell'Adulto, capace di vedere l'altro per ciò che è, spesso manca. La via d'uscita è una de-idealizzazione consapevole: non smettere di amare, ma cominciare a vedere l'altro con i suoi limiti e la sua storia, e sé stessi con i propri bisogni. Una relazione serve ad amare, non a riparare il passato. Rilke scriveva che l'amore consiste in due solitudini che si proteggono, si toccano e si salutano.


Quando il partner diventa terapeuta

In molte relazioni il confine tra amore e cura diventa sfumato. Uno dei due, senza averlo deciso, comincia a farsi carico del dolore dell'altro: lo ascolta come farebbe uno psicologo, lo incoraggia come un allenatore, lo consola come un genitore. Lo fa con dedizione, convinto che aiutare significhi amare. Ma la relazione perde la sua parità. Uno guida e l'altro si appoggia, uno interpreta e l'altro viene interpretato, uno si consuma e l'altro resta fragile.

Il paradosso è che più si cerca di aiutare, più si impedisce all'altro di crescere. La terapia breve strategica parla di "tentate soluzioni" che mantengono il problema: si cerca di risolvere la sofferenza dell'altro con una strategia che, nel tempo, la alimenta. Chi cura costruisce la propria identità intorno al ruolo di guaritore e perde il contatto con i propri bisogni; chi viene curato delega all'altro la responsabilità del proprio benessere.

L'amore può essere uno spazio sicuro e accogliente, ma non può sostituire un percorso terapeutico. Uscirne significa restituire all'altro la responsabilità della propria evoluzione, smettere di interpretare ogni silenzio, tornare a essere partner. L'amore non guarisce, ma può accompagnare. Prova a chiederti: sto amando o sto curando? Cosa succederebbe se lasciassi all'altro il diritto, e il rischio, di guarire da solo?


Il campo relazionale

Quando parliamo di relazioni pensiamo ai vissuti di ciascuno: la storia, le ferite, il copione. Ma nelle relazioni accade anche qualcosa che non appartiene a nessuno dei due: accade nello spazio tra le persone. In Analisi Transazionale si parla di transazioni ulteriori, scambi emotivi che passano sotto la soglia della consapevolezza. Potremmo chiamarlo campo relazionale: un intreccio di tensioni, ruoli, attrazioni, resistenze che prende forma ogni volta che due persone si incontrano.

È per questo che con alcune persone ci si sente subito tranquilli e con altre tesi, con alcune si è più adulti e con altre più bambini. Il campo si vede nelle polarizzazioni: uno diventa più accudente e l'altro più bisognoso, uno più distante e l'altro più appiccicoso. Una persona sicura di sé in molti contesti diventa insicura con un certo partner. Due persone calme, insieme, diventano conflittuali. Qualcuno che non è mai stato geloso lo diventa con una persona specifica. Non è regressione e non è un tratto di personalità: è il campo che attiva una parte legata alla storia di entrambi.

Lavorare sul campo significa osservare ciò che accade tra, non solo dentro. Cosa succede nello spazio che condividiamo? Quali ruoli si attivano? Quali parti di me si risvegliano con te? Molte difficoltà non nascono da un difetto dell'uno o dell'altro, ma da un campo che entrambi alimentano senza volerlo.