Il confine sottile tra accettare il dolore e restarne prigionieri

La normalizzazione della sofferenza
Quando si parla di "normalizzazione della sofferenza" si intendono, in realtà, cose molto diverse tra loro. A volte il termine descrive il modo in cui una persona finisce per considerare il proprio dolore come qualcosa di inevitabile, quasi scontato. Altre volte descrive invece un gesto terapeutico: riconoscere che una certa reazione emotiva è comprensibile, umana, prevedibile.
È la stessa parola, ma racconta due movimenti opposti. Uno tiene intrappolati, l'altro lascia respirare. Ed è proprio questa ambiguità a renderla un tema delicato nella pratica clinica: il confine tra ciò che protegge e ciò che blocca, spesso, non è così netto come vorremmo.
Quando normalizzare intrappola
Judith Herman ha descritto bene questo meccanismo studiando la sopravvivenza in contesti di abuso cronico. Chi cresce, o vive a lungo, in ambienti violenti non sbaglia a considerare il dolore come qualcosa di normale. Sta semplicemente adattandosi per sopravvivere. Quando la minaccia è costante, la mente non può permettersi di trattare ogni episodio come un'emergenza: crollerebbe sotto il peso dell'allarme continuo. Così il dolore smette di essere un segnale d'allarme e diventa sfondo, ambiente, normalità.
Pensiamo a una donna cresciuta in una casa dove si urlava tutti i giorni. Per anni ha pensato che fosse così ovunque, che "in tutte le famiglie si litiga in questo modo". Quando poi si ritrova in una relazione dove il partner la svaluta e la controlla, non riconosce subito cosa sta succedendo. Le sembra solo "carattere forte", "passione", magari persino "intensità". Herman lo spiega bene: la familiarità con il dolore finisce per mascherarlo. Ciò che fa male, se dura abbastanza a lungo, comincia a somigliare a casa.
Ecco perché, spesso, chi arriva in terapia non parla del dolore in sé. Parla di uno strano disorientamento, di quel momento in cui qualcuno, un terapeuta, un amico, dice "questo non è normale" a proposito di qualcosa che lei ha sempre vissuto come ordinario. Il lavoro terapeutico parte proprio da lì: far vacillare quella normalità appresa, ma senza far crollare la persona nella vergogna di "non essersene accorta prima".
Quando normalizzare libera
C'è però un'altra faccia della medaglia, ed è quella descritta da Viktor Frankl. Frankl distingueva tra il dolore inevitabile, quello che la vita impone e non si può evitare, e la sofferenza aggiuntiva: quella che nasce dal resistere al dolore, dal giudicarsi per il fatto stesso di soffrire. Normalizzare, in questo senso, non vuol dire minimizzare. Vuol dire restituire alla persona il diritto di provare ciò che prova, senza che questo diventi una seconda ferita fatta di vergogna e autoaccusa.
Steven Hayes, con l'Acceptance and Commitment Therapy - una forma di psicoterapia che mira a sviluppare la flessibilità psicologica attraverso l'accettazione - ha dato a questa idea una forma più tecnica. Parla di dolore "pulito", la reazione diretta a un evento, e di sofferenza "sporca", quella che nasce dalla lotta contro il dolore stesso, dal tentativo di negarlo o eliminarlo a ogni costo. Per Hayes buona parte del disagio clinico non viene dal dolore originario, ma da tutto ciò che mettiamo in atto per non sentirlo. Dire a qualcuno che la sua reazione è comprensibile, prevedibile, persino sana in quel contesto, è ciò che permette di smettere di combatterla e tornare a occuparsi di quello che conta davvero.
Un uomo che ha avuto un incidente stradale racconta di provare improvvisi attacchi di paura quando guida. Si vergogna: "Dovrei essere più forte, è passato un anno ormai". Quando il terapeuta gli dice che è una reazione normale a un evento tutt'altro che normale, qualcosa si allenta. Non perché il problema scompaia, ma perché sparisce quel peso in più, la colpa di reagire così. Ed è da lì che si può cominciare a lavorare davvero sulla regolazione emotiva.
Il confine sottile
La differenza tra le due forme di normalizzazione sta negli effetti che produce. Quella descritta da Herman blocca: se soffrire è la norma, perché dovrei cercare altro? Quella descritta da Frankl e Hayes, invece, apre una porta: se è normale reagire così, allora posso chiedere aiuto senza sentirmi sbagliato.
C'è un altro modo di guardare a questo confine, ed è attraverso la teoria dell'attaccamento di John Bowlby. La normalizzazione terapeutica funziona quando il terapeuta riesce a offrire quella che Bowlby chiamava "base sicura": un punto fermo da cui la persona può guardare la propria sofferenza senza esserne travolta, ma anche senza doverla negare. Senza questa base, il rischio è che normalizzare somigli troppo a quell'adattamento difensivo di cui parlava Herman, una parola di conforto che invece di aprire richiude tutto com'era prima.
Validare l'esperienza di qualcuno non significa validare la rassegnazione. Dire "è comprensibile che tu stia così" non deve trasformarsi in "quindi va bene restare così". Il compito del terapeuta è saper distinguere quando la normalizzazione sta proteggendo la persona e quando, invece, la sta tenendo ferma.
La normalizzazione, alla fine, è solo uno strumento. Può essere una gabbia o una porta. Dipende da come la si usa, da chi la usa, e da quale storia sta cercando di proteggere.
