Il dolore della perdita: che cos'è il lutto e perché fa così male
Perdere qualcuno o qualcosa che amiamo fa male. Il dolore è la risposta naturale alla separazione definitiva da ciò che per noi era importante, e più importante era il legame, più intenso è il dolore. Non esiste un modo giusto o sbagliato di viverlo. Esistono però modi più sani di altri di attraversarlo, perché col tempo possa essere elaborato e ci permetta di andare avanti.
Pensiamo al lutto come alla morte di una persona cara, ma non è solo questo. Si vive un lutto anche per la fine di una relazione, una separazione o un divorzio, per la perdita della salute, del lavoro, della stabilità economica, per un aborto spontaneo o per l'infertilità, per il pensionamento, per un'amicizia finita, per la morte di un animale, per la vendita della casa di famiglia con tutti i suoi ricordi, per un sogno a cui si è dovuto rinunciare, per il senso di sicurezza dopo un trauma. Anche alcune transizioni comportano un lutto: passare dall'università al lavoro, cambiare lavoro, lasciare una carriera di cui si andava fieri.
Alcune perdite vengono capite da tutti, perché prima o poi tutti perdiamo un familiare. Altre sono più solitarie. Chi non ha mai avuto un animale fatica a capire il dolore per la sua morte. È difficile far comprendere cosa significhi rinunciare a un obiettivo per cui si è lavorato anni, come una carriera universitaria, o all'idea di avere figli. Spesso il primo problema di chi soffre è proprio l'incapacità di chi gli sta accanto di cogliere il senso che quella mancanza ha per lui.
Ognuno piange a modo suo
Il modo in cui si soffre dipende da molti fattori: il tipo di perdita, la personalità, le esperienze di vita, le strategie con cui si è abituati ad affrontare le difficoltà, la fede. Per alcuni il dolore comincia ad allentarsi dopo qualche settimana o qualche mese, per altri dura anni. La guarigione è graduale e non si può forzare.
Sentirsi tristi, spaventati e soli è normale. Piangere non è un segno di debolezza, e non serve mostrarsi forti per proteggere familiari e amici: condividere ciò che si prova permette di sostenersi a vicenda. Al contrario, alcune persone non piangono affatto. Non sono insensibili, hanno semplicemente altri modi di esprimere il dolore. La tristezza non è l'unico linguaggio del lutto.
Che cosa si prova
Nelle prime fasi si può avere la sensazione di impazzire, di vivere in un brutto sogno, e non è raro che si mettano in discussione le proprie convinzioni religiose.
C'è lo shock, l'incredulità. Subito dopo la perdita può essere difficile credere a ciò che è successo. Ci si sente intorpiditi, si continua ad aspettare il ritorno della persona pur sapendo che non tornerà.
C'è la tristezza, con il senso di vuoto, la disperazione, la solitudine, il pianto, l'instabilità emotiva.
C'è la colpa: per le cose non fatte o non dette, per il sollievo che si prova quando la morte arriva dopo una lunga malattia, per non aver impedito qualcosa che non si poteva impedire.
C'è la rabbia, anche quando nessuno ha colpa: verso sé stessi, verso Dio, verso i medici, perfino verso chi se n'è andato e ci ha lasciati. La morte viene vissuta come un'ingiustizia e si cerca qualcuno a cui attribuirla.
C'è la paura. La morte di una persona cara mette davanti alla propria mortalità e alla domanda se si riuscirà ad affrontare la vita senza di lei. A volte compaiono veri attacchi di panico.
E c'è il corpo: stanchezza, nausea, abbassamento delle difese immunitarie, cambiamenti di peso, dolori, insonnia. Il lutto pesa anche sulla mente: si fatica a concentrarsi, a ricordare, a prendere decisioni.
Perché fa così male
Il dolore del lutto è legato alla nostra capacità di attaccamento. Quando un legame si spezza, la sofferenza è proporzionale alla sua forza. Ma ci sono altri motivi. Il lutto non è un'emozione sola, è un miscuglio di tristezza, rabbia, colpa, paura, rimpianto e a volte sollievo, e questa complessità lo rende difficile da elaborare. È imprevedibile: un odore, un luogo, una canzone possono riaprirlo all'improvviso. Mette in crisi l'identità, perché ci definiamo anche attraverso le nostre relazioni e i nostri ruoli. Porta in superficie questioni irrisolte. Fa paura il futuro senza quella persona.
Alcune condizioni rendono il dolore ancora più pesante. Quando è mancato il tempo per salutarsi o per chiarire qualcosa, resta un discorso interrotto. Nelle perdite ambigue, come una persona scomparsa e mai ritrovata o un familiare con l'Alzheimer che non ci riconosce più, l'incertezza prolunga la sofferenza. E quando la perdita è accompagnata da stigma, come nel caso di un suicidio o di una morte finita sui giornali, o quando chi soffre non viene sostenuto, il lutto rischia di diventare solitudine e disperazione.
A che cosa serve il dolore
Il dolore ha almeno tre funzioni. La prima è riconoscere che una perdita è avvenuta. Il suo opposto è la negazione. Nei primi momenti la negazione è normale, è una strategia che dà alla mente il tempo di assorbire il colpo. Diventa un problema quando si prolunga e impedisce di entrare in contatto con il dolore.
La seconda è riconoscere che ciò che abbiamo perso era importante. Il dolore è una forma di tributo. Chi si protegge evitando di soffrire può finire per sentirsi in colpa, come se stesse tradendo il ricordo, e accumulare risentimento verso sé stesso.
La terza è permettere di chiudere la storia, di fare spazio al commiato. Il dolore attira anche gli altri, suscita empatia, ascolto, compagnia, e questo bilancia il senso di abbandono che la perdita porta con sé. In questo senso il dolore è un atto intimo di riconoscimento e d'amore verso chi se n'è andato.
Una precisazione: purtroppo non sempre il dolore suscita empatia. Alcune persone, davanti alla sofferenza altrui, si allontanano. Non è un giudizio su di noi, è il loro modo di non sentire.
