Dolore e sofferenza: imparare a lasciare andare
Nessuno vuole separarsi da qualcosa o da qualcuno, soprattutto quando la separazione è subita: un abbandono, una morte, un evento esterno. Davanti alla perdita, grande o piccola, reale o immaginaria, e davanti ai cambiamenti, sentiamo l'impotenza. Tendiamo allora ad aggrapparci alle persone, ai luoghi, alle abitudini, alle idee, come se fossero l'unica cosa che può salvarci. Una parte di noi non si fida della propria capacità di reggere il distacco e l'incognita del nuovo.
La differenza tra dolore e sofferenza
Il dolore è il contatto con ciò che proviamo, con il vuoto che l'assenza ha lasciato. Ha sempre una fine. La sofferenza è il dolore che non lasciamo passare, che trasformiamo da transizione in stato permanente, restando ancorati al ricordo per non rinunciarvi. In un certo senso la sofferenza è una forma morbosa di lealtà verso chi non c'è più. A volte la disperazione occupa il posto lasciato vuoto dalla persona perduta, e anche se fa male la si sente meno minacciosa del vuoto.
Lo psicologo Steven Hayes, padre dell'Acceptance and Commitment Therapy, distingue il dolore "pulito", la reazione diretta a un evento, dalla sofferenza "sporca", quella che nasce dalla lotta contro il dolore, dal tentativo di negarlo o eliminarlo a ogni costo. Per Hayes buona parte del disagio non viene dal dolore originario, ma da tutto ciò che facciamo per non sentirlo. In una direzione simile andava Viktor Frankl, distinguendo la sofferenza inevitabile da quella che aggiungiamo noi giudicandoci per il fatto stesso di soffrire.
Perdere fa parte del crescere
Diventare adulti significa perdere qualcosa, lasciare una realtà precedente anche quando ci sembra più sicura e prevedibile. Ogni cambiamento implica che qualcosa smetta di essere com'era per lasciare posto ad altro. Vivere attivamente significa permettere che le cose finiscano, invece di aggrapparsi al presente per paura del futuro. Non c'è conquista importante che non comporti una rinuncia.
Allontanare le persone per non soffrire non ci garantisce di non soffrire: ci garantisce solo di perdere la possibilità di incontri veri. Il modo per non soffrire non è amare di meno, ma imparare a non restare legati a ciò che non c'è più quando arriva il momento della separazione. Finché quel momento non arriva, vale la pena di impegnarsi fino in fondo.
Parte della difficoltà viene anche dalla nostra cultura, che ha fatto della morte un tabù. Non ne parliamo, e così cresciamo convinti di non poter reggere una perdita. Invece si può guarire dalle ferite che si aprono quando qualcuno se ne va, quando una relazione finisce, quando un progetto crolla, quando capiamo che non avremo ciò che speravamo. Separarsi fa sentire tristi, disperati, addolorati, ma non necessariamente depressi.
Il cammino del dolore
La tristezza ci tiene per un po' lontani dal mondo, perché possiamo rimpiangere ciò che abbiamo perso e proteggerci da altri stimoli finché non siamo pronti. Ci porta dentro, per poter tornare fuori più tardi. Spesso c'è una fase in cui si cerca di tenere in vita la persona facendo le cose che faceva lei, rievocandone abitudini, gusti, valori. È l'identificazione con chi non c'è. Questa fase finisce quando, senza accorgercene, cominciamo a fare cose che non avevamo mai fatto, come se volessimo smettere di somigliarle. L'energia legata al dolore si trasforma in azione per noi stessi. Succede con la morte, ma anche con un divorzio, un abbandono, la fine di un ruolo, l'addio a un luogo che ha segnato una tappa della nostra vita.
Quando normalizzare aiuta e quando imprigiona
Dire a qualcuno che il suo dolore è normale può avere due effetti opposti. Judith Herman ha descritto bene il primo, studiando chi vive a lungo in contesti di abuso. Quando la minaccia è costante la mente non può trattare ogni episodio come un'emergenza, e il dolore smette di essere un segnale d'allarme: diventa sfondo, normalità. Pensa a una donna cresciuta in una casa dove si urlava ogni giorno. Per anni ha pensato che fosse così ovunque. Quando si ritrova con un partner che la svaluta e la controlla, non lo riconosce: le sembra carattere forte, passione. Ciò che fa male, se dura abbastanza, comincia a somigliare a casa. Spesso il lavoro terapeutico parte proprio da qui: far vacillare quella normalità appresa senza far sprofondare la persona nella vergogna di non essersene accorta prima.
L'altra faccia è quella liberatoria. Un uomo che ha avuto un incidente prova paura ogni volta che guida e si vergogna: "dovrei essere più forte, è passato un anno". Quando gli viene detto che è una reazione normale a un evento tutt'altro che normale, qualcosa si allenta. Il problema non scompare, ma sparisce il peso aggiuntivo della colpa, e da lì si può cominciare a lavorare.
La differenza sta negli effetti. Una normalizzazione dice: se soffrire è la norma, perché cercare altro? L'altra dice: se è normale reagire così, posso chiedere aiuto senza sentirmi sbagliato. Validare un'esperienza non significa validare la rassegnazione. "È comprensibile che tu stia così" non deve diventare "quindi va bene restare così".
Che cosa puoi fare
Cerca sostegno. Il fattore che aiuta di più è avere persone con cui parlare di ciò che si prova. Accetta l'aiuto anche quando gli altri non sanno bene come darlo: davanti alla morte siamo tutti impacciati. Se sei credente, la preghiera e i luoghi di culto possono dare conforto. Un gruppo di sostegno per il lutto può essere prezioso, perché a volte ci si sente capiti solo da chi ha vissuto qualcosa di simile.
Concediti di stare male. Non fare il forte, non tenerti tutto dentro. Il dolore evitato con le distrazioni, prima o poi, torna in superficie. Accetta che per un po' non sarai al meglio delle tue capacità, che ti sentirai vuoto e indeciso, e rispetta i tuoi tempi. Non devi accelerare per far contenti gli altri.
Esprimi ciò che senti in modo concreto: tieni un diario, scrivi una lettera alla persona che non c'è più per dirle ciò che è rimasto in sospeso, prepara un album di fotografie, pianta un albero, impegnati in una causa che le stava a cuore. Onorarne la memoria è un modo di continuare il legame.
Prenditi cura del corpo. Cerca di dormire, di mangiare in modo regolare, di muoverti. Evita alcol, farmaci non prescritti e droghe per anestetizzare il dolore: sono rimedi immediati ma dannosi.
Preparati alle date difficili: anniversari, feste, luoghi che riaccendono i ricordi. Pianificarle in anticipo ti permette di onorare la persona senza esserne travolto.
Non prendere decisioni importanti in questo periodo e aspetta a iniziare una nuova relazione: le scelte vanno fatte con lucidità, non nel pieno della confusione. Stabilisci obiettivi piccoli e realistici, e riconosci ogni passo.
Non negarti il permesso di ridere, di scherzare con gli amici, di distrarti. Le cose brutte arrivano da sole, quelle belle vanno costruite. Ogni perdita porta con sé anche qualcosa da imparare: nuove decisioni, compiti che prima svolgeva qualcun altro, modi nuovi di stare al mondo. La vita ricomincia a ogni passo, ma non ogni volta da capo.
