Ipnosi e neuroscienze: che cosa dice la ricerca

Per molti l'ipnosi resta qualcosa di misterioso, che affascina e spaventa. In realtà da decenni è oggetto di studi scientifici, prima con l'elettroencefalogramma e poi con le tecniche di neuroimmagine come la risonanza magnetica funzionale, che permettono di osservare il cervello mentre la persona è in trance. Vale la pena fare il punto su ciò che sappiamo, distinguendo i dati solidi dalle semplificazioni che circolano spesso, anche tra chi pratica l'ipnosi.
Mente e cervello
Per studiare l'ipnosi bisogna tenere presenti due livelli. La mente è ciò che produce pensieri, percezioni, emozioni e comportamenti, con i suoi processi consci e inconsci: è l'ambito della psicologia. Il cervello è la rete di neuroni che elabora, trasmette e memorizza le informazioni, ed è misurabile con gli strumenti della neurologia e delle neuroscienze. I due livelli sono intrecciati, e l'ipnosi è un ottimo esempio di come un'esperienza mentale produca modificazioni fisiche.
Che cosa succede nel cervello
Le ricerche più recenti hanno individuato alcuni cambiamenti ricorrenti nelle persone molto ipnotizzabili. Uno studio condotto all'Università di Stanford da Heidi Jiang, David Spiegel e colleghi nel 2017 ha osservato in trance tre modificazioni principali: una ridotta attività della corteccia cingolata anteriore dorsale, un'area che monitora l'ambiente e segnala ciò che richiede attenzione, il che corrisponde alla sensazione di essere assorbiti e non preoccupati di ciò che succede intorno; un aumento della connessione tra la corteccia prefrontale dorsolaterale e l'insula, coinvolta nel controllo di ciò che accade nel corpo, il che può spiegare perché in ipnosi si riesca a modulare sensazioni come il dolore; una ridotta connessione tra la corteccia prefrontale e la cosiddetta rete di default, legata alla riflessione su di sé, che corrisponde alla minore autoosservazione critica e alla maggiore spontaneità delle risposte.
Altri studi hanno mostrato che le suggestioni ipnotiche possono modificare in modo specifico l'attività delle aree sensoriali. Quando a una persona in trance si suggerisce che uno stimolo doloroso sia meno spiacevole, cambia l'attività della corteccia cingolata anteriore, legata alla componente emotiva del dolore; quando le si suggerisce che sia meno intenso, cambia l'attività della corteccia somatosensoriale. È questo il fondamento dell'uso dell'ipnosi per il controllo del dolore in chirurgia, in odontoiatria e nel dolore cronico.
Le onde cerebrali
Si legge spesso che l'ipnosi "produce onde alfa" o "onde theta". La realtà è più sfumata. Gli studi con l'elettroencefalogramma hanno osservato in alcune persone, soprattutto le più ipnotizzabili, un aumento dell'attività theta, che è associata anche all'attenzione focalizzata e all'immaginazione, ma non esiste una firma elettroencefalografica unica e costante della trance. Le onde alfa sono legate al rilassamento a occhi chiusi e compaiono anche senza ipnosi. È più corretto dire che la trance si accompagna a modificazioni dell'attività cerebrale che variano da persona a persona e dal tipo di suggestione.
Il mito dei due emisferi
Un'altra semplificazione molto diffusa è che in ipnosi "si spegne l'emisfero sinistro, logico, e si accende il destro, creativo ed emotivo". Il neuropsichiatra Franco Granone, pioniere dell'ipnosi clinica in Italia, aveva effettivamente osservato differenze tra i due emisferi, e alcune ricerche hanno trovato un coinvolgimento relativamente maggiore dell'emisfero destro in certi compiti ipnotici. Ma le neuroscienze attuali hanno ridimensionato molto l'idea che logica e creatività abitino in due metà del cervello. L'ipnosi coinvolge reti distribuite in entrambi gli emisferi. L'immagine dei due emisferi resta una metafora utile per spiegare il passaggio da un pensiero critico e analitico a uno più immaginativo e intuitivo, purché la si prenda per quello che è.
Immaginare e vivere
Si dice anche che "il cervello non distingue tra ciò che immagina e ciò che è reale". È un'esagerazione, ma contiene un nucleo di verità: immaginare un'azione o una scena attiva in parte le stesse aree cerebrali coinvolte nel compierla o nel percepirla. È il principio su cui si basano l'allenamento mentale degli sportivi e molte tecniche ipnotiche. Granone parlava di ideoplasia: un'idea suggerita, se accettata, tende a tradursi in una sensazione, un'immagine, un movimento, una modificazione fisiologica. È così che in ipnosi si possono ottenere fenomeni come l'analgesia, la modificazione della percezione del tempo, i movimenti involontari di un braccio che si solleva da solo.
Il sistema nervoso autonomo
In trance l'attività del sistema nervoso simpatico, quello dell'allerta, tende a diminuire e quella del parasimpatico, che governa il riposo e il recupero, ad aumentare. Il respiro e il battito rallentano, i muscoli si rilassano. È uno dei motivi per cui l'ipnosi è utile nello stress e nell'ansia.
Che cosa sappiamo dell'efficacia
Le meta-analisi indicano che l'ipnosi è efficace come trattamento aggiuntivo per il dolore acuto e cronico, per la sindrome dell'intestino irritabile, per l'ansia legata a procedure mediche, e che, integrata con la terapia cognitivo-comportamentale, ne migliora i risultati in diversi disturbi. Per altri usi, come la cessazione del fumo o la perdita di peso, i risultati sono più variabili. Come ogni pratica d'esperienza, anche l'ipnosi produce cambiamenti più stabili quando viene ripetuta: con la pratica, le nuove risposte si consolidano e diventano abitudini. È in questo senso che si può parlare di plasticità.
