Quando le emozioni si spengono: intorpidimento e anestesia psichica
Di solito il disagio psicologico si esprime attraverso le emozioni: tristezza, rabbia, ansia, pianto. Per alcune persone, però, rivelare i propri sentimenti non è solo difficile, è impossibile. Le emozioni sembrano essersi spente.
L'intorpidimento emotivo
L'intorpidimento emotivo, chiamato anche congelamento o freezing, è un blocco che impedisce di sentire e manifestare le emozioni. È il risultato di una dissociazione tra ciò che si vive e ciò che si sente. Accade, per esempio, quando muore una persona cara e si resta insensibili, incapaci di piangere, o quando in un'occasione felice non si riesce a gioire. Non significa essere senza cuore.
Si riconosce da alcuni segni. La depersonalizzazione, una sensazione di distacco dalla situazione e perfino dal corpo, come se lo si guardasse da fuori. L'assenza di partecipazione: si guardano gli altri vivere senza riuscire a farne parte, si abbandonano hobby e interessi. Un'esistenza piatta, fatta di routine sempre uguale, senza progetti, novità, scostamenti emotivi. L'incapacità di amare, odiare, arrabbiarsi, rattristarsi. Una sensazione di vuoto interiore, come una nebbia emotiva.
Le cause possono essere diverse. La più frequente è un trauma infantile: l'abuso sessuale può aver indotto una dissociazione come difesa dal dolore, che da adulti si riattiva automaticamente nelle situazioni di intimità; anche l'abuso fisico, verbale e soprattutto emotivo può lasciare questo segno, a volte con un'amnesia dell'evento. Ci sono le sostanze, alcol e droghe, che alterano l'attività mentale e possono produrre intorpidimento. Ci sono i farmaci: ansiolitici e antidepressivi permettono di controllare sintomi invalidanti e, nel farlo, possono attenuare temporaneamente la capacità di provare tristezza, gioia e rabbia. Ci sono disturbi come lo stress post-traumatico, dopo un incidente, una rapina, un attentato. C'è il lutto: la perdita di un genitore, di un fratello, di un coniuge può essere così devastante da spegnere ogni sentimento, e non è raro vedere persone incapaci di piangere a un funerale, o perfino in preda alle risa, segno di quanto sia difficile accettare quella realtà. E c'è l'eccessiva razionalità di chi è cresciuto evitando le emozioni e preferendo la logica, senza imparare a riconoscerne e nominarne le sfumature.
L'anestesia psichica
La sofferenza non è fatta per durare. Il nostro sistema emotivo è costruito per affrontare le scosse, non per vivere in un terremoto continuo. Quando il dolore diventa una presenza costante, la mente cambia. Non per debolezza, ma per protezione. Studiosi dei traumi ripetuti come Judith Herman spiegano che il cervello si adatta all'esposizione prolungata alle situazioni difficili. È come vivere vicino a una ferrovia: all'inizio ogni treno fa sobbalzare, poi il rumore diventa quasi impercettibile.
Oggi siamo esposti al dolore anche quando non lo viviamo in prima persona. Le immagini di guerra al telegiornale, le prime volte, ci colpiscono allo stomaco; dopo settimane scorrono mentre prepariamo la cena. Lo stesso accade per strada, con chi dorme davanti al supermercato o chiede l'elemosina al semaforo: col tempo diventano parte del paesaggio. Lo psicologo Paul Slovic ha chiamato questo fenomeno intorpidimento psichico: più siamo esposti alla sofferenza, meno riusciamo a sentirla. Non è indifferenza, è autoprotezione.
Qualcosa di simile accade nella vita privata. Una donna che vive da anni una relazione piena di litigi può arrivare a non reagire più e a sentirsi spenta. Chi si prende cura degli altri può vivere quella che Charles Figley ha chiamato fatica da compassione: una figlia che assiste da anni un genitore malato può non provare più la tenerezza di un tempo, non perché non lo ami, ma perché è esausta. E un bambino che cresce in una casa di discussioni quotidiane può imparare a non sentire più, e portarsi dietro da adulto la difficoltà a riconoscere le proprie emozioni.
Il rischio più grande è la normalizzazione. Ci si abitua, e ciò che un tempo sarebbe stato inaccettabile diventa routine: la guerra una notizia come le altre, i litigi "il nostro modo di stare insieme". Quando il dolore diventa normale, diventa invisibile, e ciò che è invisibile non viene più nominato né affrontato.
Tornare a sentire
La buona notizia è che la sensibilità non si perde per sempre. Il cervello è plastico, e quando ritroviamo condizioni di sicurezza le emozioni tornano: una relazione più stabile, una pausa vera, un contesto in cui raccontare ciò che si è vissuto senza essere giudicati, un'esperienza nuova che rompe la routine del dolore. Un operatore sanitario può ritrovare empatia quando ha spazi di supervisione e sostegno.
In psicoterapia il primo passo è riconoscere che il distacco è un meccanismo di difesa e che la mancanza di emozioni non è naturale. Poi si lavora per far affiorare i sentimenti, anche quelli negativi, nominarli ed esprimerli in una relazione calda e contenitiva, così da imparare ad accoglierli senza sentirsi minacciati. Un passo ulteriore riguarda l'origine: qui la psicoterapia ipnotica è molto utile, perché attraverso la regressione permette di avvicinare in modo sicuro le reazioni rimosse e di costruire una risposta diversa dal congelamento. Si può lavorare anche da soli, con la scrittura di sé, la pittura, il disegno, il teatro: i pittori, in fondo, esprimono il proprio mondo interiore senza parole, rivelandosi e restando al sicuro.
La sensibilità spenta non è un difetto, è un segnale: dice che il carico è stato troppo grande per troppo tempo. Sotto la corazza la vita emotiva non è scomparsa, si è messa in pausa in attesa di condizioni più gentili.
