Impotenza appresa: il peso delle convinzioni limitanti nella vita adulta

Ci sono persone che, osservate dall'esterno, sembrano possedere tutte le risorse necessarie per realizzare un cambiamento. Hanno competenze, esperienza, capacità relazionali, sensibilità, intelligenza e, spesso, anche opportunità concrete. Eppure rimangono ferme. Non fanno quel passo professionale che desiderano da anni, non interrompono relazioni che le fanno soffrire, non esprimono il proprio valore, non chiedono ciò di cui hanno bisogno.
Quando ci troviamo di fronte a queste situazioni, la spiegazione più immediata è pensare a una mancanza di volontà o di motivazione. In realtà, molto spesso, il problema non riguarda ciò che una persona è in grado di fare, ma ciò che crede di poter fare. È qui che entra in gioco il concetto di impotenza appresa.
In psicologia, l'impotenza appresa descrive quella condizione nella quale un individuo, dopo aver sperimentato ripetutamente situazioni percepite come incontrollabili, arriva alla conclusione che ogni tentativo di modificare la realtà sia inutile. Col tempo smette di agire, non perché abbia realmente perso le proprie capacità, ma perché ha perso la fiducia nella possibilità che le proprie azioni possano produrre un cambiamento.
L'aspetto più significativo di questo fenomeno è che spesso l'impotenza sopravvive anche quando le condizioni originarie sono cambiate. La persona continua a percepirsi senza potere pur avendone acquisito nel corso della vita. Per comprendere come questo accada è necessario andare oltre il semplice comportamento e osservare il modo in cui si forma la nostra identità psicologica.
Fin dall'infanzia ciascuno di noi costruisce una rappresentazione di sé, degli altri e del mondo. Non si tratta di un processo razionale. Un bambino non dispone ancora delle capacità cognitive dell'adulto e tende a interpretare le esperienze attraverso conclusioni semplici ma estremamente profonde.
Quando riceve accoglienza, riconoscimento e sostegno, costruisce un'immagine di sé sufficientemente stabile e positiva. Quando invece cresce in ambienti caratterizzati da eccessive richieste, critiche, svalutazioni, incoerenze o carenze affettive, può sviluppare conclusioni molto diverse.
Può convincersi di non essere abbastanza capace.
Può arrivare a pensare che i suoi bisogni siano meno importanti di quelli degli altri.
Può imparare che esprimere emozioni sia pericoloso.
Può concludere che sbagliare comporti conseguenze troppo dolorose.
Può credere che impegnarsi non serva, perché il risultato sarà comunque deludente.
Queste conclusioni non nascono da una scelta consapevole. Nascono come tentativi intelligenti di adattamento a un ambiente percepito come difficile.
L'Analisi Transazionale descrive molto bene questo processo attraverso il concetto di Bambino Adattato. Si tratta di quella parte della personalità che, durante la crescita, impara ad adeguarsi alle richieste dell'ambiente per ottenere protezione, approvazione o appartenenza.
L'adattamento, di per sé, non è un problema. Anzi, rappresenta una risorsa fondamentale per la sopravvivenza psicologica. Il problema nasce quando strategie utili a cinque, sei o dieci anni continuano a governare il comportamento di una persona adulta.
Il Bambino che ha imparato a non esporsi per evitare critiche può trasformarsi nell'adulto che non si candida per una promozione.
Il Bambino che ha imparato a non disturbare può diventare l'adulto incapace di chiedere aiuto.
Il Bambino che ha imparato a non fidarsi può costruire relazioni caratterizzate da distanza emotiva e controllo.
Il Bambino che ha imparato a non sbagliare può rinunciare a nuove opportunità per paura di fallire.
In tutti questi casi non stiamo osservando un limite reale, ma la ripetizione di una strategia adattiva che appartiene a un'altra fase della vita.
Dal punto di vista dell'Analisi Transazionale, queste strategie tendono a organizzarsi all'interno di quello che Eric Berne definiva copione di vita: un insieme di decisioni profonde, assunte nell'infanzia, che orientano inconsapevolmente il modo in cui interpretiamo gli eventi, costruiamo relazioni e affrontiamo le sfide.
Ciò che rende il copione così potente è il fatto che non agisce come una regola esplicita. Non sentiamo una voce che ci ordina cosa fare. Piuttosto percepiamo le nostre conclusioni infantili come se fossero semplicemente la realtà.
La persona non pensa: "Sto seguendo una decisione presa da bambino". Pensa: "Le cose stanno così".
È una differenza enorme.
Se considero una convinzione come una mia interpretazione, posso metterla in discussione. Se la considero una verità oggettiva, non sentirò nemmeno il bisogno di verificarla. È qui che l'impotenza appresa trova il terreno ideale per consolidarsi.
A rafforzare ulteriormente questo meccanismo interviene un altro concetto fondamentale dell'Analisi Transazionale: la svalutazione. La svalutazione consiste nel non prendere in considerazione informazioni importanti riguardo a sé stessi, agli altri o alla realtà. Non si tratta di una menzogna deliberata. È un processo spesso inconsapevole attraverso cui proteggiamo la coerenza delle nostre convinzioni.
Chi si percepisce inadeguato tende a minimizzare i propri successi.
Chi pensa di non meritare riconoscimento fatica ad accogliere i complimenti.
Chi si considera incapace attribuisce i risultati positivi alla fortuna e quelli negativi ai propri limiti.
Chi crede di non avere alternative spesso non riesce nemmeno a vedere le opportunità che ha davanti.
In questo modo la convinzione iniziale continua a sopravvivere, non perché sia necessariamente vera, ma perché tutte le informazioni che potrebbero contraddirla vengono sistematicamente ignorate o ridimensionate. Si crea così una sorta di circolo chiuso.
La convinzione genera un comportamento limitante.
Il comportamento produce risultati coerenti con quella convinzione.
Quei risultati vengono interpretati come una conferma.
E la convinzione diventa ancora più forte.
Con il passare degli anni questo processo può influenzare profondamente anche la posizione esistenziale della persona, ovvero il modo in cui percepisce il proprio valore e quello degli altri.
Molte forme di impotenza appresa sembrano infatti radicarsi in una posizione interiore caratterizzata dalla convinzione implicita di non essere abbastanza adeguati, abbastanza competenti o abbastanza degni. Quando questa percezione diventa stabile, ogni esperienza viene letta attraverso lo stesso filtro interpretativo.
Le opportunità vengono percepite come rischi.
I successi come eccezioni.
Gli errori come prove definitive della propria inadeguatezza.
Il passato continua così a colonizzare il presente, impedendo alla persona di riconoscere le risorse che nel frattempo ha sviluppato.
Per questo il cambiamento psicologico non coincide semplicemente con l'acquisizione di nuove competenze. Molte persone conoscono perfettamente ciò che dovrebbero fare. Hanno letto libri, frequentato corsi, ascoltato consigli. Eppure continuano a sentirsi bloccate.
Il vero cambiamento inizia quando si diventa capaci di riconoscere la differenza tra la realtà attuale e le conclusioni che abbiamo costruito nel passato. Inizia quando comprendiamo che alcune convinzioni che un tempo ci hanno aiutato a sopravvivere potrebbero non essere più necessarie. Inizia quando smettiamo di identificare noi stessi con le nostre strategie di adattamento.
Forse è proprio per questo che la celebre storia dell'elefante incatenato continua a esercitare un fascino così profondo. Da piccolo l'animale tenta ripetutamente di liberarsi senza riuscirci. Alla fine rinuncia. Anni dopo, pur possedendo una forza sufficiente a spezzare facilmente il vincolo che lo trattiene, continua a rimanere fermo.
La forza non gli manca. Ciò che gli manca è la consapevolezza di possederla. Questa è la tragedia silenziosa dell'impotenza appresa. Non ci convince soltanto che il cambiamento sia difficile. Ci convince che sia impossibile.
Eppure molte delle catene che limitano la vita adulta non sono fatte di ferro. Sono fatte di convinzioni, decisioni antiche e adattamenti che hanno perso la loro funzione originaria.
La crescita psicologica comincia nel momento in cui troviamo il coraggio di mettere in discussione quelle convinzioni e di verificare, finalmente, se il paletto che ci trattiene sia davvero così solido come abbiamo sempre creduto.
