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Perché guarire dalle ferite è così difficile: le credenze traumatiche

Le ferite emotive, soprattutto quelle infantili, sono complesse da elaborare. Riaffiorano, si riaprono, e imparare a gestirle può richiedere molto tempo. Uno dei motivi principali è che le colleghiamo direttamente all'evento che le ha causate. In realtà la ferita non è tanto il risultato diretto dell'esperienza, quanto delle convinzioni che ci siamo costruiti per spiegarla.

Gli esseri umani hanno bisogno di dare un senso a ciò che accade, perché questo li fa sentire più al sicuro. Davanti a un trauma, cercando un perché, costruiamo credenze su noi stessi, sugli altri, sul mondo e sulle relazioni. Sono queste credenze a diventare la vera ferita. Ecco perché molte persone non guariscono: si concentrano sull'esperienza dolorosa senza mai toccare ciò che ne hanno ricavato.

Un bambino abbandonato, con la sua logica limitata, può concludere di non essere stato abbastanza bravo, di essere indegno d'amore, che è colpa sua. A quel punto la ferita non è più solo l'abbandono ma la convinzione "sono indegno". La guarigione arriva quando la persona riesce a liberarsi di quel "se è successo, allora io...". Non a caso due persone possono vivere lo stesso trauma e uscirne con credenze molto diverse.


Perché ci teniamo strette le convinzioni che ci fanno male

Le credenze, anche quando sono dolorose, sono il modo con cui ci diamo una struttura e un senso di sicurezza. Chi è profondamente convinto di non essere amabile tende a respingere ogni esperienza che lo smentisce. Una parte di noi pensa che quelle convinzioni ci proteggano: se credo di non meritare amore, non mi espongo, e non rischio di essere abbandonato o rifiutato ancora. In realtà mi auto-saboto. Mi muovo nelle relazioni in modo insicuro, poco incisivo, e gli altri finiscono per confermare ciò che già penso di me. È una convinzione che si autoavvera.

Qualunque cosa ci sia successa, i pensieri su di noi li continuiamo a pensare noi. Questo non significa colpevolizzarsi, ma riconoscere che abbiamo anche il potere di cambiarli. Il dolore, in questo senso, è un segnale: ci indica quanto ci siamo allontanati da chi siamo davvero e su quale convinzione è necessario lavorare. Non si può guarire da qualcosa di cui non si è consapevoli.


Quattro convinzioni di fondo

Le credenze traumatiche si possono ricondurre a quattro grandi temi.

Il vittimismo è la convinzione di essere una vittima sopravvissuta a un dolore o a un abuso. Il suo opposto è sentirsi artefici della propria vita nonostante tutto. Per uscirne serve riconoscere di poter orientare la propria vita e investire su obiettivi concreti. Finché ci si sente vittime, invece, ci si boicotta e si raccolgono fallimenti che confermano l'idea.

L'impotenza è spesso già presente sullo sfondo prima del trauma, come l'idea che la vita ci accada addosso senza che possiamo farci nulla. L'esperienza dolorosa la consolida. Guarire significa ritrovare il proprio potere di influire almeno su alcuni aspetti della propria vita.

L'indegnità è la convinzione più profonda e risponde alla domanda "perché è successo proprio a me?". Il dolore non se ne va finché si cerca fuori la prova del proprio valore. Il valore di una persona non lo danno né lo tolgono gli altri.

La perdita è l'idea di essere stati derubati di qualcosa: una persona, la dignità, il rispetto, la fedeltà. Perdere fa parte della vita e il lutto è il modo naturale di lasciar andare. Ma se non lasciamo andare, la perdita diventa una credenza: "nessuno mi amerà più", "tutti quelli a cui tengo mi lasciano". E così smettiamo di darci valore e chiudiamo la porta a nuovi legami.


Non identificarsi con la ferita

Quando nutriamo a lungo una ferita finiamo per identificarci con lei e costruiamo un'identità intorno al sé ferito. Guarire, allora, non vuol dire solo cicatrizzare, ma rivedere chi siamo alla luce di convinzioni più sane: guardarsi come persone intere, non come persone ferite.

Spesso le ferite restano aperte perché aspettiamo che siano gli altri a colmare i nostri bisogni emotivi. Per guarire dobbiamo prenderci la responsabilità di quei bisogni e trovare noi il modo di soddisfarli. Serve anche permettere alle emozioni di essere sentite fino in fondo, nel corpo, senza respingerle o negarle.

Il cervello reagisce a un ricordo rievocato con intensità in modo simile a un'esperienza reale. È uno dei motivi per cui è possibile tornare a un evento passato e rivederlo da una posizione diversa, con nuove risorse e nuove convinzioni sul proprio valore. È un lavoro che richiede impegno: ciò che si è fissato nel tempo ha bisogno di nuovi modelli di pensiero, costruiti con pazienza.


Come può aiutare la psicoterapia

La gravità del danno e l'estensione del disagio determinano in genere la natura e la durata della terapia. Non sempre è necessario passare anni sulle ferite del passato. Alcune persone trovano sollievo già potendo raccontare e rielaborare ciò che è accaduto dentro una relazione di fiducia: imparano a modificare il proprio modo di pensare, le percezioni distorte e i comportamenti collegati. Altre hanno bisogno di riconoscere il legame tra le emozioni di oggi e l'esperienza traumatica di ieri, che alimenta ansia, depressione o congelamento emotivo.

Per altre ancora il processo richiede più tempo e tecniche di tipo regressivo, come il lavoro gestaltico o l'ipnosi, per liberare il Bambino interiore dalle emozioni rimaste bloccate: paura, rabbia, tristezza, vergogna, colpa. L'ipnosi permette di rielaborare l'esperienza in profondità mantenendo un certo distacco emotivo, così che possa essere rivissuta senza esserne travolti.

Tutto questo richiede un terapeuta accogliente, empatico, capace di offrire uno spazio protetto. Per chi ha subito un trauma le difese sono state il modo di sopravvivere. Lasciarle andare, mostrarsi vulnerabili, è possibile solo se ci si sente al sicuro, e a volte costruire questa fiducia richiede tempo prima di poter lavorare davvero sul trauma.