Il genitore tossico

Genitore difficile e genitore tossico
Un genitore tossico non va confuso con un genitore difficile. Il genitore difficile può essere di umore incostante, esigente sui risultati scolastici, rigido sulle regole, assente perché stressato dal lavoro o dai problemi economici, poco disponibile emotivamente. Non è un genitore ideale, ma non danneggia i figli in modo sistematico. Il genitore tossico, invece, con i suoi comportamenti ripetuti nel tempo compromette lo sviluppo della personalità dei figli. Il problema non è l'errore occasionale, che tutti i genitori commettono, ma la modalità costante.
Spesso il genitore tossico ha alle spalle un'infanzia segnata da abusi, trascuratezza o traumi gravi, a volte un disturbo post-traumatico non riconosciuto, una dipendenza usata come automedicazione, un disturbo di personalità o una depressione che lo rende instabile. Ripete schemi appresi dai propri genitori senza averne coscienza, e quindi senza sentire il bisogno di cambiarli. Davanti alla vulnerabilità del figlio va in tilt: invece di rassicurare, punisce, perché ha imparato a reprimere i propri bisogni in una famiglia in cui avere bisogno era una debolezza. Altri genitori tossici hanno avuto un'infanzia apparentemente serena ma sono stati viziati e adulati, cresciuti nella convinzione di meritare privilegi speciali, e hanno sviluppato tratti narcisistici.
Il rischio per i figli è più alto quando entrambi i genitori hanno questi atteggiamenti e manca una figura sana, un nonno, uno zio, un insegnante, che offra un modello diverso.
I comportamenti che fanno male
Non dà sicurezza. Alcuni genitori pensano che spingere presto all'autonomia aiuti il figlio a cavarsela. In realtà un bambino ha bisogno prima di tutto di costruirsi dentro un "genitore interno" affettuoso con cui rassicurarsi nei momenti difficili, e questo si forma solo attraverso il calore e l'accettazione sperimentati nelle relazioni primarie. Prima viene la certezza di essere amabile, poi la sperimentazione.
Critica la persona, non il comportamento. Le osservazioni servono per imparare, purché riguardino un comportamento specifico e propongano un'alternativa: "questa cosa non va bene, riprova e vedrai che farai meglio", non "sei uno stupido". Altrimenti il figlio interiorizza un critico spietato che da adulto lo paralizzerà o lo spingerà a inseguire standard irraggiungibili.
Prende in giro. Le battute sul peso, sull'altezza, sull'aspetto, anche "per scherzo", feriscono: l'umorismo dei bambini è diverso da quello degli adulti. Lo stesso vale per i paragoni con fratelli e coetanei, che non incoraggiano ma umiliano.
Mette i propri bisogni al primo posto. Il genitore tossico pretende di stare al centro dell'attenzione. Il legame sembra stretto ma è parassitario: il figlio viene assorbito nelle attività dell'adulto, trascinato in locali rumorosi a orari che non rispettano il suo sonno e la sua routine. Il figlio diventa un oggetto al servizio dell'ego del genitore. Deve avere successo perché questo dà lustro al genitore, ma non troppo, per non oscurarlo; se eccelle, il genitore può diventare invidioso e perfino aggressivo; se fallisce, viene punito per la vergogna che ha causato.
Non permette di esprimere le emozioni. Un bambino ha bisogno di essere rispecchiato e aiutato a dare un nome a ciò che sente, comprese rabbia, paura e tristezza. Il genitore che non tollera queste emozioni insegna al figlio che alcune parti di sé vanno negate. La negazione cronica di emozioni e bisogni è un terreno fertile per i disturbi depressivi dell'adulto.
Incute paura. Invece del rispetto e del confronto usa minacce e terrore per ottenere obbedienza. In casa si cammina in punta di piedi per non turbare il suo equilibrio precario. I comportamenti sono imprevedibili e la casa non è un luogo sicuro.
Abusa. Non c'è alcuna giustificazione per l'abuso fisico o verbale, né lo stress, né l'alcol, né i problemi coniugali, né il cattivo comportamento del figlio. Davanti all'abuso il bambino ha due possibilità: riconoscere che il genitore sbaglia o prendersi tutta la colpa. Quasi sempre sceglie la seconda, perché è meno spaventosa. La forma più grave e più evidente è l'abuso sessuale.
Manipola. Usa bugie, messaggi contraddittori, giochi mentali che portano il bambino a dubitare di ciò che ha visto e sentito. Si presenta come vittima di un figlio difficile, e spesso è convincente al punto da essere creduto anche fuori casa. Usa il senso di colpa ("con tutto quello che ho fatto per te", "mi hai rovinato la vita", perfino "vorrei che non fossi mai nato") e il denaro come strumenti di controllo. Minaccia il figlio di non meritare di restare in casa.
Usa il silenzio come arma. Mettere il muso, rifiutarsi di parlare, tagliare fuori il figlio è un ricatto emotivo di tipo passivo-aggressivo. Se un genitore è troppo arrabbiato per parlare con calma può dirlo ("ne parliamo più tardi") senza ignorare il bambino.
Ignora i confini. Rovista tra le sue cose, entra in camera e in bagno senza bussare, legge il diario, controlla il telefono. Oppure, all'opposto, è così permissivo da non dare alcun riferimento. Interferisce nella scelta di amicizie, hobby, studi e partner, impedendo al figlio di scoprire i propri interessi e misurare le proprie capacità.
Lo ritiene responsabile della propria felicità. Pretende che segua la strada già tracciata, o usa la sua vita per riscattare i propri fallimenti. Quando il figlio prova a differenziarsi, lo accusa della propria infelicità. Nessun bambino o adolescente dovrebbe essere responsabile della felicità dei genitori.
Divide i fratelli.Uno diventa il preferito che non sbaglia mai, l'altro la pecora nera.
Il genitore dominante
C'è una variante più sottile, che nel mio lavoro incontro spesso: il genitore che non riesce a fare un passo indietro. Non perché non ami i figli, ma perché ha bisogno di stare al centro della scena, delle decisioni, delle emozioni. Il genitore "tigre", come lo ha chiamato Amy Chua, non è solo esigente: impone il proprio modello. Non accompagna, dirige; non ascolta, corregge. A volte la centralità passa per il corpo, un malessere fisico enfatizzato che diventa argomento costante; altre volte per i successi personali, che vanno riconosciuti e celebrati. Il messaggio è sempre lo stesso: guardami, occupati di me.
Il figlio impara a calibrare ogni movimento sul genitore. Se ha successo, attento a non superarlo; se ha un'opinione diversa, attento alle parole; se vuole andare a studiare lontano, deve fare i conti con un senso di colpa che non sa spiegare. È come se il genitore dicesse: "puoi crescere, ma solo fino al punto in cui non mi metti in ombra". La svalutazione c'è, ma è sottile: un commento che ridimensiona, un sorriso ironico, un "non è niente di speciale". Serve a tenere il figlio vicino, perché chi dubita di sé non si allontana.
Che cosa succede nel corpo del bambino
Lo stress cronico a cui il genitore tossico sottopone il figlio mantiene alti gli ormoni dello stress, adrenalina e cortisolo. Livelli elevati e persistenti di cortisolo influenzano lo sviluppo dei circuiti cerebrali legati alla memoria e alla regolazione emotiva e rendono più difficile affrontare stress e traumi successivi. Anche il sistema immunitario può risentirne, con malesseri fisici frequenti.
Che cosa si può fare
Gestire un genitore tossico, specie quando si dipende ancora da lui, sembra impossibile. C'è la paura di dispiacergli, di essere rifiutati, di essere "buttati fuori di casa". L'ideale sarebbe che fosse il genitore stesso a riconoscere che le sue modalità educative fanno male e a chiedere una consulenza prima che i figli sviluppino un disagio. Quando questo non accade, il lavoro tocca al figlio adulto, ed è un lavoro di liberazione più che di rottura: riconoscere che l'amore non dovrebbe occupare tutto lo spazio, che si ha diritto a pensieri, scelte e distanze proprie, e che si può amare un genitore senza essere definiti da lui.
