Dalla telefonata alla fine del percorso: le fasi della psicoterapia

La prima telefonata
Ho l'abitudine di fissare i primi colloqui solo per telefono e direttamente con l'interessato, salvo che si tratti di minori. Do molta importanza alla prima richiesta di aiuto, perché la relazione terapeutica comincia già lì, e preferisco che non venga filtrata da altri. Le ragioni sono diverse:
a volte chi chiama per un altro lo fa in buona fede ma senza che l'interessato lo sappia, mettendolo davanti al fatto compiuto e rischiando di suscitare solo rabbia;
chi chiama al posto di un altro gli toglie la responsabilità e la possibilità di informarsi in prima persona;
capita che l'interessato venga portato in studio con un inganno, compromettendo il lavoro fin dall'inizio;
chi chiede a qualcuno di telefonare al suo posto può essere poco motivato, e venire solo per fare un favore a un altro;
a volte è proprio chi telefona ad avere bisogno di un colloquio, ma non ha il coraggio di chiederlo per sé.
Già dalla prima chiamata paziente e terapeuta ricevono informazioni importanti l'uno sull'altro. E il paziente ha un ruolo attivo fin dal primo momento.
Il primo colloquio
Il primo colloquio serve a conoscersi. Il paziente racconta ciò che lo ha spinto a chiedere aiuto, il terapeuta fa domande per raccogliere una prima anamnesi: le aree problematiche, i contesti in cui si manifestano, le risorse disponibili, la motivazione. L'obiettivo è chiarire la domanda, per poter proporre un percorso adeguato. Il terapeuta, a sua volta, presenta il proprio approccio, le modalità di lavoro e le condizioni economiche, e risponde alle domande.
Da dove si comincia a raccontare? Non c'è una scaletta. Si parte da ciò che sta più a cuore, da ciò che toglie il sonno. Se c'è un problema preciso si parte da lì; se c'è un malessere vago si può cominciare anche da un sogno. Da qualunque punto si parta, si arriva al centro.
Quando si va dal dentista perché fa male un dente, non glielo si fa indovinare: si indica il dente. Con lo psicologo è lo stesso. Non abbiamo la sfera di cristallo e non capiamo tutto guardandovi negli occhi o osservando come vi sedete. Abbiamo bisogno che ci raccontiate.
Spesso, già alla fine del primo incontro, posso proporre alcune ipotesi sul problema e su come proseguire. A volte servono più sedute. Alla fine della fase iniziale si decide insieme se e come continuare: posso prendere in carico la persona oppure indirizzarla a un collega più adatto al suo problema.
Non sono d'accordo, salvo rari casi, con la formula del "primo colloquio gratuito". La prima seduta è delicata e importante, e getta le basi di tutto ciò che seguirà. Se mi accorgo subito che il caso non è di mia competenza, la seduta non si svolge e naturalmente non si paga. Se invece la terapia comincia, il primo incontro vale quanto, e forse più, degli altri.
Da estranei a compagni di viaggio
L'inizio di un percorso è l'incontro di due mondi. Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia hanno descritto bene questo passaggio dall'estraneità alla conoscenza reciproca: all'inizio i due non sanno nulla l'uno dell'altro, e il rischio è che si facciano guidare da stereotipi e pregiudizi. Riconoscere la reciproca diversità è il punto di partenza per entrare davvero in relazione. L'unico rapporto che non si basa sull'alterità è il possesso, l'illusione di inglobare l'altro come un'estensione di sé.
L'efficacia della terapia dipende molto dall'alleanza terapeutica, cioè dalla capacità dei due di collaborare verso un obiettivo concordato. Serve una buona sintonia iniziale, ma non una iper-identificazione. Paziente e terapeuta portano ciascuno la propria storia, i propri valori e le proprie aspettative: un background simile facilita l'intesa, ma se è troppo simile rischia di congelare la terapia in un rispecchiamento sterile. Al terapeuta è chiesto di muoversi con flessibilità tra vicinanza e distanza, di essere empatico senza perdere la propria differenza. Comprendere la visione del mondo del paziente e, nello stesso tempo, offrirgli un'esperienza diversa di sé nella relazione: è così che la terapia diventa strumento di cambiamento.
Ciò che spinge a cominciare, del resto, non è tanto il desiderio di rileggere il passato quanto quello di superare l'insoddisfazione presente per un futuro migliore. Il cambiamento è desiderato e temuto insieme, perché significa modificare abitudini e modi di vedere la realtà. Il terapeuta diventa il tramite per contattare il nuovo, che una volta conosciuto fa meno paura.
Le quattro fasi
Il processo terapeutico si può descrivere in quattro fasi, che naturalmente variano molto da persona a persona e da un approccio all'altro.
1. Valutazione e orientamento. È il primo contatto, in cui si comincia a costruire l'alleanza. Il terapeuta raccoglie informazioni, eventualmente con l'aiuto di test e questionari, e valuta se il problema rientra nelle sue competenze o se è meglio indirizzare la persona altrove. In questa fase emerge anche la motivazione: ci sono persone che non vedono ancora i propri problemi, o li vedono ma non sono pronte a cambiare, come capita a chi arriva spinto da un familiare. Il paziente ha il diritto di chiedere tutto ciò che vuole sapere: l'approccio, la prima idea sul suo problema, l'esperienza del terapeuta con situazioni simili.
2. Restituzione delle ipotesi. Il terapeuta spiega che cosa pensa stia accadendo, quali possono essere le cause e come si potrebbe lavorare. Il problema viene tradotto in termini psicologici e si concordano obiettivi concreti e realistici. Queste prime due fasi occupano di solito pochi colloqui.
3. Trattamento. È la fase centrale e più impegnativa, quella in cui avviene il cambiamento: si lavora sulle convinzioni, si acquisiscono modi nuovi di comportarsi e di relazionarsi. Possono emergere problemi nuovi, che portano a riformulare l'ipotesi iniziale. Può capitare di sentirsi peggio che all'inizio: non è necessariamente un cattivo segno, spesso significa che si sta prendendo consapevolezza di ciò che prima restava in ombra. Il lavoro non resta solo concettuale: il terapeuta incoraggia a sperimentare fuori dalla seduta ciò che si è compreso dentro. È anche la fase in cui c'è il rischio di abbandono, soprattutto quando i miglioramenti tardano. Le ricerche indicano che circa una persona su cinque interrompe la terapia prima del previsto.
4. Consolidamento e conclusione. Raggiunti gli obiettivi, la terapia si chiude in modo graduale, spesso diradando le sedute, per assicurarsi che la persona sappia gestirsi in autonomia. I segnali che è il momento sono il raggiungimento degli obiettivi, la capacità di usare fuori dalla terapia ciò che si è appreso, un cambiamento visibile nei modi di relazionarsi. Può seguire un periodo di follow-up. La conclusione con un terapeuta non è per forza la fine di ogni percorso: si può tornare in futuro, oppure scegliere di proseguire con un altro professionista.
Quanto dura
È la domanda più frequente, e la risposta onesta è: dipende. Dalla persona, dai suoi tempi e dalle sue resistenze; dal problema, dalla sua intensità e cronicità, dalla presenza di un disturbo di personalità; dalle consapevolezze già acquisite in percorsi precedenti; dalla motivazione; dal rapporto che si crea con il terapeuta; dall'approccio utilizzato. Alcune persone vedono grandi miglioramenti in pochi mesi, altre hanno bisogno di anni.
Di solito si comincia con una seduta a settimana, della durata di 45-50 minuti. Una frequenza più alta non sempre accelera il processo, perché serve tempo per riflettere e mettere in pratica ciò che emerge. In seduta si parla: alcuni terapeuti intervengono di rado, altri spesso, alcuni assegnano compiti tra un incontro e l'altro. Per ogni dubbio, prima di cercare su internet o chiedere agli amici, conviene chiedere al proprio terapeuta.
