Come si attraversa il lutto: fasi, compiti e oscillazioni
Le cinque fasi di Kübler-Ross
Il modello più conosciuto è quello della psichiatra Elisabeth Kübler-Ross, che lo descrisse osservando i pazienti terminali e che poi è stato esteso al lutto di chi resta. Le fasi sono cinque. La negazione, il primo meccanismo di difesa. La rabbia, quando la perdita diventa reale e il dolore si trasforma in collera verso sé stessi, verso gli altri o verso chi è morto. La contrattazione, in cui si cerca di reagire all'impotenza trovando spiegazioni, soluzioni, patti. La depressione, quando ci si arrende alla realtà. L'accettazione, in cui ci si riconcilia con ciò che è accaduto, pur con ritorni di tristezza e rabbia più lievi.
Kübler-Ross stessa insisteva che non si tratta di una sequenza rigida. Non tutti attraversano ogni fase e non nello stesso ordine. Più che una scala, il lutto assomiglia a un ottovolante: all'inizio i picchi sono profondi e frequenti, poi col tempo diventano meno intensi e più brevi. E anche anni dopo, in occasione di un matrimonio o della nascita di un bambino, il dolore può tornare forte.
I compiti di Worden
Lo psicologo William Worden, in Grief Counseling and Grief Therapy, preferisce parlare di compiti invece che di fasi, perché il termine restituisce un ruolo attivo a chi è in lutto. I compiti sono quattro: accettare la realtà della perdita; attraversare il dolore; adattarsi a un mondo in cui la persona non c'è più, con nuovi ruoli e abitudini; trovare un legame duraturo con chi è morto mentre si investe di nuovo nella propria vita.
Il modello del doppio processo
Margaret Stroebe e Henk Schut hanno descritto il lutto come un'oscillazione tra due movimenti. Uno è orientato alla perdita: ricordi, pianto, nostalgia. L'altro è orientato alla ricostruzione: le incombenze quotidiane, i cambiamenti pratici, le nuove attività. Passare dall'uno all'altro non è un segno di superficialità. È proprio questa alternanza che permette di reggere.
Lutto improvviso e lutto anticipato
Usiamo una sola parola per esperienze molto diverse. Il lutto improvviso è una frattura. La notizia arriva e la mente non è pronta. Le prime ore sono dominate dallo shock: non è ancora tristezza, è una sospensione. Si fanno gesti automatici, si parla con medici o soccorritori senza sapere bene cosa si dice. È il sistema nervoso che cerca di contenere l'impatto.
In questo caso il primo compito di Worden, riconoscere che la persona non tornerà, è quasi impossibile da avvicinare, non per mancanza di volontà ma perché la realtà è arrivata troppo in fretta e il trauma occupa tutto lo spazio. Quando lo shock si allenta il dolore arriva a ondate disordinate: un giorno si riesce a lavorare, il giorno dopo basta un dettaglio per crollare. Rabbia, paura, colpa, immagini intrusive. Pensa a un padre che perde la figlia in un incidente. Una giornata normale, una telefonata, una corsa in ospedale, una frase che chiude ogni possibilità. Nei mesi successivi alterna momenti di lucidità a crolli improvvisi, non dorme, rivede le stesse scene. Reinvestire nella vita, per lui, è ancora impensabile: la mente è impegnata a sopravvivere. Nel lutto improvviso pesano anche le parole non dette, i gesti rimandati, le conversazioni che si pensava di avere ancora tempo di fare. La mente torna indietro e cerca un punto in cui si sarebbe potuto agire diversamente, anche quando non esisteva.
Il lutto anticipato ha un'altra forma. La perdita non arriva come un colpo ma come una possibilità che si avvicina: una diagnosi, le cure, un corpo che cambia. Chi accompagna una persona malata vive in una doppia dimensione, la presenza e la paura. La persona c'è, ma non è più quella di prima. Una donna che segue il marito in un lungo percorso oncologico oscilla ogni giorno tra il contatto emotivo profondo e le pratiche, gli esami, le telefonate con i medici. A un certo punto comincia a immaginare la casa senza di lui. Non è mancanza d'amore, è un modo per proteggersi. Senza accorgersene sta già attraversando i compiti di Worden: accetta la realtà a strati, vive rabbia e paura prima della morte, prende decisioni da sola.
Quando la morte arriva il dolore è enorme, ma non è un fulmine. La mente ha già cominciato a costruire un ponte. Questo tempo è durissimo, ma può essere anche prezioso: permette di dire, di fare, di sistemare, di salutare. Accompagnare qualcuno alla fine può essere un privilegio, non perché sia facile, ma perché la morte diventa un processo condiviso e meno brutale.
C'è poi la morte in solitudine, quando non si è potuti essere presenti. Qui la colpa è spesso fortissima, anche quando non c'era nulla da fare. La colpa è un tentativo della mente di riprendere il controllo su ciò che non si poteva controllare: meglio sentirsi colpevoli che impotenti. Il lavoro psicologico consiste nel restituire gli eventi alla loro realtà e riconoscere che l'amore non si misura dall'ultimo istante.
I legami che restano
Per molto tempo la psicologia occidentale ha dato una risposta sola alla domanda "come si va avanti?": lascia andare. Elaborare il lutto significava staccarsi progressivamente dal defunto per poter reinvestire nella vita. Chi ha vissuto un lutto profondo sa che non è così semplice.
Nel 1996 Dennis Klass, Phyllis Silverman e Steven Nickman hanno pubblicato Continuing Bonds: New Understandings of Grief, un libro che ha cambiato il modo di pensare al lutto. Invece di considerare la fine del legame come l'obiettivo, propongono di guardare a come i legami continuano e si trasformano, diventando parte della nostra identità. Robert Neimeyer, con il suo lavoro sulla ricostruzione del significato, ha aggiunto che il lutto è anche una trasformazione narrativa: trovare un nuovo posto per la persona amata nella propria storia.
Molti, nei primi tempi, cercano segni: sogni, coincidenze, sensazioni improvvise. Parlare al defunto, cercarne una presenza simbolica, non è patologico. È il tentativo, umano, di mantenere un legame in condizioni nuove. Il legame diventa interno: memoria, presenza, amore che continua.
C'è però un limite. Se il legame diventa rigido, idealizzato o totalizzante, può bloccare l'elaborazione. Chi si rifiuta di cambiare casa, di spostare un oggetto, di aprirsi a una nuova relazione per paura di tradire il defunto rischia di trasformare il legame in una prigione. Come sempre, non è il comportamento in sé a essere sano o malato, ma il significato che ha e l'effetto che produce sulla vita. Frankl scriveva che ciò che è stato non può più esserci tolto: l'aver vissuto qualcosa è il modo più sicuro di possederlo. Possiamo portare con noi chi abbiamo amato non come un'ombra che trattiene, ma come una presenza che accompagna.
