Partner o familiare depresso: come stargli accanto
Molte persone sono state educate a considerare la depressione qualcosa di cui non si parla. Mascherano la tristezza e i pensieri negativi con una felicità di facciata, sia con i familiari sia con i professionisti, per non turbare le persone care e per non riconoscere nemmeno a sé stesse la gravità della propria sofferenza. Si convincono che passerà da sola. A volte accade, ma spesso un episodio depressivo trascurato diventa cronico e più difficile da curare. Chi vive accanto a una persona depressa può avere un ruolo importante, nel riconoscere i segnali e nel sostenere la cura.
I segnali da cogliere
Il primo segnale riguarda le abitudini. Il ritmo del sonno e l'alimentazione cambiano: si fatica ad addormentarsi, ci si sveglia spesso, si dorme troppo; si mangia molto meno o molto di più, a volte si beve, nel tentativo di soffocare tristezza, solitudine e ansia.
Poi cambia il rapporto con gli altri. La persona evita di passare tempo con gli altri e inventa scuse per non uscire. Quando si sforza di esserci mostra una facciata felice che appare forzata. Passando del tempo insieme, si nota che i sorrisi si assottigliano e che, nelle pause della conversazione, dietro la maschera si intravede il vero stato d'animo.
Cambia il modo di parlare: i discorsi diventano più filosofici, toccano il senso della vita, rivelano pensieri cupi, accennano alla morte. Spesso sono il modo per parlare in termini generali di qualcosa che non si riesce a dire in prima persona.
Cambia l'emotività. Chi trattiene i sentimenti depressivi lascia trapelare altre emozioni con più facilità: una persona che di solito non piange si commuove davanti a un film, una persona pacata si arrabbia di colpo per una sciocchezza, oppure si lascia andare a gesti affettuosi insoliti.
Cambia lo stile di pensiero: lo sguardo diventa più cupo, o perfino più "realistico", lasciando poco spazio a sogni e speranze. Gli studiosi lo chiamano realismo depressivo.
Infine, a volte, la persona accenna a una richiesta di aiuto e poi la ritira. Prende appuntamento con un medico o uno psicologo e non si presenta, oppure fa raccogliere informazioni da qualcuno, va a un incontro e non torna. Il giorno dopo aver chiesto aiuto sente di essersi esposta troppo.
Non sempre questi segnali indicano una depressione: possono essere uno scoraggiamento momentaneo. Conta la durata e quanto compromettono il funzionamento della persona nella vita sociale, affettiva, lavorativa.
Quando la persona non riconosce di stare male
Spesso sono i familiari, impotenti, a cercare un aiuto professionale al posto del malato. Ma finché la persona direttamente colpita non riconosce il proprio disagio, manca la motivazione alla cura. La cura comincia davvero quando è lei stessa a chiedere aiuto, al medico, allo psichiatra per contenere i sintomi nella fase iniziale, allo psicoterapeuta per capire l'origine, i fattori scatenanti e di mantenimento e le strade per guarire.
Vivere accanto a un partner depresso
Avere una relazione con un partner depresso può essere frustrante. Significa assistere a una persona che, a poco a poco o all'improvviso, smette di alzarsi dal letto, di mangiare, di provare piacere, e che si lascia invadere dal pessimismo. Se non si è mai vissuta una depressione sulla propria pelle ci si può spaventare, fino a pensare di chiudere il rapporto. La depressione però non è una catastrofe né una malattia contagiosa. Ecco alcune indicazioni.
Informatevi. Il medico di famiglia o un professionista della salute mentale possono spiegarvi cos'è la depressione e come si manifesta: nel sonno e nell'appetito, nelle emozioni (tristezza, angoscia, vuoto, impotenza), nei pensieri (indecisione, ruminazione, autocritica, catastrofismo, a volte pensieri di morte), nei comportamenti (isolamento, passività, lamentele continue).
Non sminuite i sintomi, soprattutto quelli iniziali. Non è una questione di volontà: è un disagio profondo che modifica la biochimica del cervello, le emozioni e i pensieri. Gli incoraggiamenti generici non bastano.
Invitatelo a cercare un aiuto professionale e sostenetelo in ogni passaggio: la psicoterapia, l'eventuale farmaco, i contatti sociali. All'inizio può essere difficile per lui riconoscersi nel ruolo di chi sta male, perché la depressione fa ancora paura e porta con sé uno stigma. Il vostro compito è osservare da una breve distanza, aiutarlo a restare motivato, verificare che segua le cure.
Se rifiuta di curarsi, fate leva con chiarezza e affetto sul fatto che la coppia, la famiglia, è una squadra, senza ricatti né minacce. Rendetevi disponibili ad accompagnarlo, anche a partecipare a qualche seduta. Un partner che rifiuta stabilmente ogni aiuto è un problema serio, e se l'aiuto non viene mai accolto è legittimo chiedersi se la relazione possa continuare.
Non prendete sul personale gli scatti d'ira, le offese, il desiderio di restare solo, la mancanza di motivazione. Non sono la prova che non meritate lo sforzo della sua cura. È in lotta con sé stesso e con i propri mostri interiori. Se i vostri tentativi non funzionano, non è colpa vostra.
Vegliate senza diventare il suo genitore. Potete verificare che si alzi, che curi l'igiene, che mangi, che mantenga qualche impegno fuori casa, senza accudirlo come un bambino e senza trascurare le vostre esigenze.
Create uno spazio sicuro per parlare, con un atteggiamento comprensivo e non giudicante: cercate di capire cosa prova, quali pensieri lo tormentano, cosa ha scatenato la depressione. Ma mettete anche dei confini tra voi come coppia e la malattia: non tutto deve ruotare intorno al problema.
La depressione incide anche sul desiderio sessuale e quindi sull'intesa. Siate onesti sulle vostre necessità e cercate insieme forme di intimità possibili, senza che lui si senta in colpa o un fallito.
Nelle fasi più gravi potrebbe non riuscire a lavorare o a occuparsi della casa. Ricalibrate le aspettative e affidategli piccoli compiti che lo portino fuori, come fare la spesa, o che non richiedano un'attenzione prolungata. Si sentirà utile e si distrarrà un po'. Evitate di covare rancore per la sua inerzia.
Non usate la depressione come arma di ricatto. Non ha scelto di ammalarsi. Ciò che prova è già sufficiente a farlo stare male: aggiungere sensi di colpa è superfluo, oltre che crudele.
Davanti alla sua autocritica ("sono una persona orribile, non merito amore"), all'inizio prendete sul serio ciò che dice senza cercare di convincerlo del contrario. Riparlatene quando l'umore sarà migliorato, e allora potrete aiutarlo con delicatezza a mettere in discussione quei pensieri.
Rassicuratelo sul vostro amore: ha bisogno di sentire che il caos portato nella coppia non ha cambiato i vostri sentimenti. Fatelo senza esagerare, per restare credibili.
E cercate sostegno anche per voi: amici, parenti, un professionista con cui parlare di ciò che sta accadendo. Non chiudetevi nel vostro dolore per vergogna. Aiutare chi è in difficoltà richiede molta energia, e anche voi avete bisogno di spazi per recuperare forze e coraggio.
