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Il narcisismo genitoriale e i ruoli nella famiglia

Un genitore con un funzionamento narcisistico non organizza solo il proprio rapporto con i figli. Organizza l'intera famiglia attorno al proprio bisogno di conferma, e ogni membro finisce per occupare una posizione che serve a mantenere in equilibrio quel sistema. Le infografiche che circolano sui social, con il genitore narcisistico in alto, la "vittima principale" accanto e tre figli divisi tra capro espiatorio, figlio d'oro e figlio invisibile, colgono qualcosa di vero. Lo semplificano però parecchio.

Conviene partire da una distinzione. Il narcisismo, in psicologia, è una dimensione che riguarda tutti: la capacità di regolare la propria autostima, di sentirsi degni, di tollerare la critica. Diventa patologico quando questa regolazione dipende quasi del tutto dall'esterno e dagli altri. Pincus e Lukowitsky (2010) descrivono il narcisismo patologico come una difficoltà a regolare l'immagine di sé che può esprimersi in due forme, una grandiosa (superiorità, pretesa, svalutazione) e una vulnerabile (ipersensibilità, vergogna, ritiro risentito). Spesso le due si alternano nella stessa persona.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità, come categoria diagnostica del DSM-5-TR, è un'altra cosa ancora. Le stime di prevalenza nella popolazione generale vanno da quasi zero fino a poco più del 6%, a seconda degli studi. Questo significa che la gran parte dei genitori descritti come "narcisisti" nel linguaggio comune non riceverebbe quella diagnosi. Molti hanno tratti narcisistici marcati, altri un funzionamento fragile che si difende con il controllo. Per questo nell'articolo parlo di genitore con funzionamento narcisistico, non di "narcisista patologico": l'etichetta è di moda, e proprio per questo rischia di spiegare troppo.


Da dove vengono i "ruoli"

L'idea che i figli assumano ruoli fissi non nasce con il narcisismo. Nel 1960 Vogel e Bell descrivevano il bambino "capro espiatorio": il figlio su cui la coppia scarica le tensioni che non riesce ad affrontare, così che il conflitto coniugale resti sotto la superficie. Virginia Satir e poi Sharon Wegscheider-Cruse (1981), lavorando con le famiglie con dipendenza da alcol, hanno proposto una serie di ruoli adattivi (l'eroe, il capro espiatorio, il bambino perduto, la mascotte) che i figli prendono per sopravvivere a un ambiente imprevedibile. Il "figlio d'oro" e il "figlio invisibile" delle infografiche di oggi sono parenti stretti dell'eroe e del bambino perduto.

La cornice teorica che rende sensati questi ruoli è sistemica. Per Bowen (1978) una relazione a due sotto pressione tende a coinvolgere un terzo per scaricare l'ansia: è la triangolazione. Minuchin (1974) ha mostrato come in alcune famiglie i confini tra le generazioni si confondano, e un figlio venga arruolato nell'alleanza con un genitore contro l'altro. Boszormenyi-Nagy e Spark (1973) hanno parlato di lealtà invisibili, i debiti emotivi che i figli contraggono verso genitori che hanno dato poco e chiesto molto.

Stephanie Donaldson-Pressman e Robert Pressman (1994) hanno applicato questo sguardo alla "famiglia narcisistica". La loro tesi è semplice e molto utile in clinica: in questa famiglia il sistema è capovolto, sono i figli a dover rispondere ai bisogni dei genitori e non il contrario. Gli autori notano che non serve un genitore con disturbo conclamato. Basta che i bisogni di un adulto, o della coppia, occupino tutto lo spazio. Va ricordato che questi modelli vengono quasi tutti dall'osservazione clinica, non da studi controllati. Sono mappe utili, non classificazioni validate.


Il genitore e il partner

Il genitore con funzionamento narcisistico ha bisogno che gli altri gli restituiscano un'immagine di sé accettabile. I figli e il partner diventano, per usare il termine di Kohut (1971), "oggetti-Sé": parti dell'ambiente che servono a sostenere la sua autostima, più che persone con un mondo interno proprio. Da qui derivano i comportamenti che l'infografica elenca. Il controllo e la svalutazione proteggono dalla paura di essere messi in discussione. L'alternanza tra presenza calorosa e distacco improvviso dipende da quanto l'altro, in quel momento, conferma o delude. La colpa e la triangolazione servono a gestire il conflitto senza mai affrontarlo direttamente: "tuo padre non capisce", "tua sorella sì che mi vuole bene".

Berg-Nielsen e Wichström (2012), in uno studio su 922 bambini in età prescolare di Trondheim, hanno trovato che anche sintomi subclinici borderline, antisociali e narcisistici nei genitori pesano sulla salute mentale dei figli. Gli autori hanno riassunto l'esperienza di questi bambini con una formula efficace: vivono "alla mercé dell'imprevedibilità". Non sanno quale versione del genitore troveranno rientrando a casa, e imparano presto a leggere l'umore dell'adulto prima ancora del proprio.

L'altro genitore, che l'infografica chiama "vittima principale", merita uno sguardo meno lineare. Spesso compensa le assenze, media i conflitti, protegge i figli, e intanto scompare come persona. Rappoport (2005) ha chiamato co-narcisismo questo adattamento: la tendenza a organizzarsi attorno ai bisogni e alla visione dell'altro, rinunciando ai propri. Va detto però che il partner non è sempre solo vittima. A volte è complice per paura, a volte è lui stesso a spingere un figlio nel ruolo di confidente o di alleato. Dal punto di vista dei figli, il genitore che non protegge può pesare quanto quello che ferisce.


I tre figli

I ruoli dei figli si capiscono meglio se li si guarda come soluzioni. Ogni bambino trova un modo per restare in relazione con un genitore che vede soprattutto sé stesso, e quel modo diventa col tempo un'identità. In Analisi Transazionale diremmo che ciascuno prende una decisione di copione, a partire dai messaggi che riceve (Goulding e Goulding, 1976).


Il capro espiatorio

È il figlio che porta il peso di ciò che la famiglia non vuole vedere. Riceve la rabbia, le critiche, le colpe, e viene presentato come "il problema", talvolta anche ai servizi o allo psicologo. Spesso è il più lucido: nomina le incoerenze, si ribella, non si adatta. Proprio per questo è lui, molte volte, a chiedere aiuto da adulto e a interrompere la trasmissione del modello. I messaggi che ha ricevuto somigliano alle ingiunzioni "Non essere importante", "Non appartenere", a volte "Non riuscire". Nel triangolo drammatico di Karpman (1968) viene fissato nella posizione di Persecutore agli occhi degli altri, mentre vive sé stesso come Vittima.


Il figlio d'oro

È il figlio che rispecchia il genitore e ne amplifica l'immagine. Riceve il trattamento migliore, ma a una condizione: continuare a compiacere. Viene idealizzato come un'estensione del genitore, e ogni suo insuccesso diventa una ferita narcisistica per l'adulto. La ricerca di Brummelman e colleghi (2015) offre qui un appoggio empirico interessante. Il sovrainvestimento genitoriale (credere che il proprio figlio sia più speciale e meritevole degli altri) predice nel tempo tratti narcisistici nel bambino, mentre il calore affettivo predice l'autostima. Coppola e colleghi (2020) hanno trovato che proprio questo sovrainvestimento collega i tratti narcisistici del padre a quelli del figlio. Il figlio d'oro, insomma, non è il fortunato della famiglia. Le spinte che guidano la sua vita sono quelle che Kahler e Capers (1974) chiamavano "Compiaci" e "Sii perfetto", e la paura del fallimento è il prezzo.


Il figlio invisibile

È il figlio che ha capito che chiedere non serve. Si ritira, si arrangia, diventa autonomo troppo presto. Corrisponde al "bambino perduto" della letteratura sulle famiglie con dipendenza, ed è il più difficile da riconoscere perché non disturba. I suoi bisogni restano ignorati e lui stesso impara a non sentirli. Le ingiunzioni riconoscibili sono "Non sentire", "Non essere bambino", talvolta "Non esistere" nella forma attenuata del "non occupare spazio". Da adulto può presentarsi con una competenza notevole e una difficoltà altrettanto notevole a stare in relazione intima.


Un ruolo che manca: il figlio parentificato

L'infografica non lo nomina, ma nella pratica clinica è frequente. È il figlio che si prende cura del genitore fragile o del partner ferito, fa da confidente, da mediatore, da piccolo adulto. Boszormenyi-Nagy e Spark (1973) e poi Jurkovic (1997) hanno descritto la parentificazione come un'inversione dei ruoli che, quando è cronica e non riconosciuta, sottrae al bambino l'infanzia. Spesso si sovrappone al figlio d'oro o alla "vittima principale" della generazione successiva.


Che cosa sappiamo davvero

Gli studi empirici sul narcisismo genitoriale sono ancora pochi, ma i risultati vanno nella stessa direzione. Dentale e colleghi (2015) hanno studiato 409 giovani adulti italiani e i loro genitori. Il narcisismo dei genitori, misurato con il Narcissistic Personality Inventory, era associato a sintomi depressivi e ansiosi nei figli, e questo legame passava attraverso lo stile educativo ricordato: poca cura, controllo, umiliazione e favoritismo. Il dato clinicamente rilevante è proprio questo. Non è il tratto del genitore in sé a fare danno, è il modo concreto in cui si traduce nella relazione quotidiana.

Lo stesso vale per il favoritismo, che è il meccanismo da cui nascono figlio d'oro e capro espiatorio. Da decenni la ricerca sul trattamento differenziale tra fratelli mostra che il figlio meno favorito ha in media una salute mentale più fragile e relazioni familiari più tese. Una meta-analisi recente su oltre 19.000 partecipanti (Jensen e Jorgensen-Wells, 2025) ha trovato che i genitori tendono a favorire i figli più coscienziosi e accomodanti. Sono dati raccolti nella popolazione generale, non in famiglie narcisistiche, ma il punto è suggestivo: la preferenza va al figlio che crea meno problemi. In una famiglia dove il genitore ha bisogno di conferme, questa tendenza ordinaria può irrigidirsi fino a diventare un ruolo.

Alcuni limiti vanno detti con chiarezza. Primo, la tipologia dei ruoli non è mai stata validata come tale: non esistono studi che dimostrino che i figli di genitori narcisistici si distribuiscano in queste tre categorie. Berg-Nielsen e Wichström notavano nel 2012 che nessuno studio aveva ancora esaminato il trattamento differenziale dei figli da parte di genitori con disturbi di personalità. Secondo, molti dati sono retrospettivi e si basano sul ricordo dei figli adulti, con le distorsioni che questo comporta. Terzo, i ruoli non sono fissi. L'infografica lo dice in fondo, e ha ragione: un figlio può passare da d'oro a capro espiatorio il giorno in cui delude, e uno invisibile può diventare il confidente quando un fratello se ne va di casa.


Che cosa serve in terapia

Chi arriva in studio da una famiglia così raramente dice "mio padre è narcisista". Più spesso porta ansia, una relazione che si ripete sempre uguale, la fatica a dire di no, oppure un senso di vuoto che non sa spiegare. Il ruolo familiare emerge col tempo, e riconoscerlo ha un effetto preciso: restituisce al paziente l'idea che quel modo di stare al mondo è stato una risposta intelligente a un ambiente difficile, e non un difetto di carattere.

Il lavoro poi cambia a seconda della posizione occupata. Con chi è stato capro espiatorio serve spesso ridare legittimità alla propria percezione, che per anni è stata smentita. Con il figlio d'oro il passaggio è più delicato, perché deve rinunciare a un'immagine che lo ha protetto e scoprire che può essere amato anche quando sbaglia. Con il figlio invisibile si lavora sul permesso di sentire e di chiedere. In tutti i casi, l'obiettivo non è condannare il genitore. Alice Miller (1979) ricordava che il bambino che ha dovuto adattarsi ai bisogni dei genitori ha perso il contatto con il proprio vero Sé, e che la cura passa dal riconoscere quel lutto più che dal cercare un colpevole.

Un'ultima avvertenza, rivolta anche a chi legge per sé. Riconoscersi in uno schema è utile, attribuire una diagnosi a un familiare a partire da un'infografica molto meno. Le etichette possono aiutare a dare un nome a ciò che si è vissuto, ma possono anche irrigidire la storia in una versione sola. Se queste pagine fanno risuonare qualcosa, la cosa più sensata è parlarne con uno psicologo o una psicologa, che possa guardare la storia nella sua complessità.