Estraneamento familiare: quando un figlio adulto taglia con i genitori

Quando un figlio adulto interrompe i contatti, i genitori restano con un silenzio difficile da capire. Perché succede e cosa si può fare.
Ci sono genitori che arrivano in studio con il telefono in mano. Mi mostrano l'ultimo messaggio del figlio, a volte vecchio di mesi. Oppure la chat dove le loro parole si accumulano una sotto l'altra, senza risposta. La domanda è quasi sempre la stessa: "Cosa ho fatto di così grave?"
In inglese questo fenomeno ha un nome, estrangement, che possiamo tradurre con estraneamento. Un figlio adulto, per scelta, riduce al minimo o interrompe del tutto i rapporti con uno o con entrambi i genitori. Non è così raro come si pensa: negli Stati Uniti una ricerca del sociologo Karl Pillemer ha stimato che circa un adulto su quattro abbia chiuso i rapporti con un familiare. Negli ultimi anni se ne parla molto, soprattutto sui social, e quasi sempre dal punto di vista dei figli. Del dolore dei genitori si parla poco.
Un lutto senza funerale
È una perdita strana. Il figlio è vivo, magari abita a venti chilometri, ogni tanto si vedono le sue foto online. Però non c'è. Natale, compleanni, la nascita di un nipote che forse non si conoscerà: ogni ricorrenza riapre la ferita.
Poi c'è la vergogna. Cosa rispondi a chi ti chiede "come sta tuo figlio?" Molti genitori inventano, minimizzano, oppure smettono di frequentare amici e parenti per non dover spiegare. Si sentono giudicati, come se il silenzio del figlio fosse una sentenza sul loro valore di genitori.
Perché succede
Le ragioni sono tante e spesso intrecciate. A volte ci sono state esperienze dolorose evidenti: violenza, abusi, dipendenze, un genitore molto svalutante. Altre volte non c'è nessun evento eclatante, ma un accumulo di piccole ferite. Critiche continue, intrusioni nella vita di coppia, la sensazione di non essere mai stati visti per quello che si è.
Un punto che i genitori faticano ad accettare è che la stessa infanzia può essere ricordata in due modi molto diversi. Il genitore ricorda i sacrifici, le vacanze, le notti in bianco quando il figlio aveva la febbre. Il figlio ricorda il clima teso in casa, le aspettative, quella frase detta a quattordici anni che gli è rimasta addosso. Nessuno dei due sta mentendo. Hanno vissuto la stessa casa da due posizioni diverse.
Contano anche i cambiamenti culturali. Le generazioni precedenti davano per scontato che il legame con i genitori andasse mantenuto comunque, a qualsiasi prezzo. Oggi molti giovani adulti mettono al primo posto il proprio benessere psicologico e sono più disposti a chiudere un rapporto che li fa stare male, anche se è un rapporto di sangue. Si può essere d'accordo o no, ma è un dato di realtà.
Ci sono infine i casi in cui l'allontanamento arriva dopo un evento preciso: una separazione, un nuovo partner del genitore, un'eredità, un matrimonio. Lì il figlio a volte si sente costretto a scegliere da che parte stare.

Le trappole in cui è facile cadere
Davanti a una ferita così, viene naturale cercare di chiuderla in fretta. Purtroppo le reazioni più istintive sono spesso quelle che allontanano di più.
Insistere. Messaggi, telefonate, regali lasciati davanti alla porta. Per il genitore è amore. Per il figlio che ha chiesto spazio è la conferma che i suoi confini non vengono rispettati.
Giustificarsi. "Ho fatto tutto per te", "Ai miei tempi era normale", "Non era mia intenzione". Frasi comprensibili, ma il figlio ci sente dentro un messaggio preciso: il tuo dolore non conta.
Cercare un colpevole fuori. Il partner del figlio, lo psicologo, "le cose che legge su internet". A volte l'influenza di altri c'è davvero, ma dare tutta la colpa a qualcun altro impedisce di guardare la propria parte.
Mandare messaggeri. Zii, fratelli, nonni incaricati di "farlo ragionare". Di solito il figlio lo vive come una pressione in più, e si chiude ancora.
Cosa si può fare
La prima cosa è anche la più difficile: accettare che, per ora, la decisione è sua. Non vuol dire rassegnarsi. Vuol dire smettere di lottare contro il silenzio e cominciare a chiedersi che cosa sta dicendo.
Se il figlio ha spiegato qualcosa, rileggerlo. Anche se le sue parole sembrano ingiuste o esagerate. Cercare non il punto in cui ha torto, ma quello che ha provato. In Analisi Transazionale diremmo: rispondere dalla parte Adulta, invece che dal Genitore che giudica o dal Bambino ferito che si difende.
Se si sceglie di scrivere, scrivere poco. Un messaggio breve, senza richieste e senza giustificazioni, che riconosca il suo dolore e lasci la porta aperta. Per esempio: "Ho pensato a quello che mi hai detto. Mi dispiace per come ti sei sentito. Quando e se vorrai, io ci sono." Poi aspettare, davvero.
Assumersi la propria parte, se c'è. Chiedere scusa per qualcosa di specifico vale molto più di un generico "scusa se ti ho fatto soffrire". E le scuse funzionano solo se non contengono un "ma".
Occuparsi di sé. Il genitore che vive questo silenzio ha bisogno di un posto dove portare la rabbia, il senso di ingiustizia, la tristezza. Se li riversa tutti sul figlio rischia di allontanarlo ancora. Un amico fidato, un gruppo, un percorso psicologico possono essere quel posto.
Una porta socchiusa
Non tutte le storie si risolvono. Alcune sì. Dopo mesi o anni, a volte dopo la nascita di un bambino o una malattia, un figlio torna a bussare. Quando succede, trova più facilmente aperta la porta di un genitore che nel frattempo ha lavorato su di sé e non si presenta con il conto da pagare.
Nessuno può promettere che il silenzio finirà. Il modo in cui lo si attraversa però fa la differenza, per la possibilità di un ritorno e prima ancora per la propria serenità.
