Empatia, alta sensibilità e neurodivergenze

I tre tipi di empatia
L'empatia è la capacità di mettersi nei panni dell'altro per coglierne emozioni, pensieri e punto di vista. È una competenza emotiva e sociale che si può sviluppare, e implica un ascolto privo di giudizio. Gli psicologi Daniel Goleman e Paul Ekman ne hanno distinto tre forme, che in ciascuno di noi si mescolano in proporzioni diverse.
Empatia cognitiva. È la capacità di assumere la prospettiva dell'altro e capire come ragiona. È preziosa nelle negoziazioni, nella gestione dei gruppi, nella comunicazione. Permette di capire l'altro senza necessariamente sentire ciò che sente, e non porta di per sé al desiderio di aiutarlo. Per questo può essere usata anche per manipolare: le persone con forti tratti narcisistici o antisociali hanno spesso una buona empatia cognitiva e una scarsa empatia emotiva.
Empatia emotiva. È la capacità di sentire le emozioni dell'altro, quasi per contagio. È fondamentale per chi svolge professioni di aiuto, ma può diventare un problema per chi si lascia travolgere dalle emozioni altrui: senza una buona conoscenza di sé e la capacità di regolare le proprie emozioni, si rischia l'esaurimento emotivo e il burnout.
Empatia compassionevole, o preoccupazione empatica. Unisce le prime due: capire e sentire l'altro mantenendo una giusta distanza, che permette di offrire un aiuto concreto. È la forma più matura, perché non si limita a comprendere o a risuonare, ma si traduce nel desiderio di alleviare la sofferenza dell'altro senza esserne sopraffatti.
La persona altamente sensibile
Ci sono persone che fin da piccole reagiscono intensamente a stimoli che agli altri passano inosservati: una luce un po' più forte, un rumore, un cambiamento di temperatura, la trama di un tessuto. La psicologa americana Elaine Aron, negli anni Novanta, ha descritto questo tratto chiamandolo alta sensibilità, o sensibilità di elaborazione sensoriale, e stima che riguardi circa una persona su cinque.
Le persone altamente sensibili elaborano gli stimoli in modo più profondo. Colgono dettagli che sfuggono agli altri, hanno emozioni intense e a fior di pelle, sono molto empatiche, anche con gli estranei. Proprio per questo si sovraccaricano facilmente: ambienti rumorosi, affollati o caotici possono metterle a disagio fino a provocare stanchezza, mal di testa, il desiderio di scappare. Hanno bisogno di più tempo per decidere, perché integrano più informazioni.
Questo tratto ha molti vantaggi: una ricca vita interiore, una buona intuizione, la capacità di coinvolgersi profondamente nelle relazioni e nei progetti, di apprezzare la bellezza dei piccoli dettagli, un bisogno di solitudine che favorisce la conoscenza di sé. E alcune difficoltà: sentirsi incompresi da chi sembra freddo e indifferente, sentirsi soli anche in compagnia, reagire intensamente alle critiche, soffrire per i problemi degli altri.
Uno studio condotto alla Stony Brook University da Bianca Acevedo, Elaine Aron e colleghi nel 2014 ha osservato con la risonanza magnetica che, guardando foto di volti felici o tristi, il cervello delle persone altamente sensibili mostra un'attivazione maggiore nelle aree legate all'empatia, alla consapevolezza di sé e all'integrazione delle informazioni sensoriali.
L'alta sensibilità non è un disturbo né una malattia: è un tratto, con una componente temperamentale. Non va confusa con l'instabilità emotiva. Alcune indicazioni possono aiutare a viverla bene:
porre confini sani, senza alzare muri: tenere a distanza chi scarica su di te problemi e negatività, e imparare a dire di no;
dosare gli stimoli: evitare quando possibile gli ambienti che sovraccaricano e orientare l'attenzione verso ciò che fa stare bene; la pratica della consapevolezza può essere molto utile;
coltivare abitudini che rigenerano: natura, lettura, musica, tempo di solitudine;
lavorare sull'accettazione di sé, facendo l'elenco dei vantaggi della propria sensibilità e delle difficoltà, e di come affrontarle.
Un percorso psicologico può aiutare a capirsi, ad accettarsi e a gestire al meglio le emozioni e le relazioni.
Le neurodivergenze
Il termine neurodiversità fu proposto alla fine degli anni Novanta dalla sociologa australiana Judy Singer, ed è stato adottato soprattutto dalla comunità delle persone autistiche. Indica l'idea che esistano molti modi diversi di funzionare del cervello umano, e che quelli che si discostano dalla norma statistica, detta neurotipica, siano variazioni naturali e non soltanto deficit da correggere. Le persone il cui modo di pensare, percepire, apprendere e relazionarsi si discosta da questa norma vengono definite neurodivergenti.
È un cambio di prospettiva importante. Non nega le difficoltà, che possono essere reali e richiedere sostegno, ma sposta l'attenzione anche su come l'ambiente possa adattarsi. Molte persone neurodivergenti passano la vita a "mascherare" il proprio modo di essere per adattarsi a contesti che non le comprendono, con un costo emotivo altissimo.
Rientrano generalmente tra le neurodivergenze:
Lo spettro autistico. Riguarda il modo di percepire il mondo, comunicare e relazionarsi. Spesso c'è una sensibilità sensoriale accentuata, una preferenza per la routine, un'attenzione molto fine ai dettagli, interessi specifici e profondi. La comunicazione può essere molto diretta, priva dei filtri sociali abituali. È uno spettro: ogni persona è diversa.
L'ADHD, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, rende difficile mantenere l'attenzione, gestire l'impulsività e a volte contenere l'irrequietezza. Molte persone con ADHD hanno anche un pensiero rapido e non lineare, grande energia e capacità di concentrarsi intensamente su ciò che le appassiona.
I disturbi specifici dell'apprendimento: la dislessia, che riguarda la lettura e non ha nulla a che fare con l'intelligenza; la discalculia, che riguarda i numeri e il calcolo; la disgrafia, che riguarda la scrittura a mano. Con gli strumenti compensativi adeguati, come sintesi vocali, mappe concettuali, tempi personalizzati, diventano modalità diverse di apprendere.
La sindrome di Tourette, una condizione neurologica caratterizzata da tic motori e vocali involontari, che variano nel tempo e peggiorano con lo stress.
Alcuni estendono il concetto anche a condizioni come l'ansia cronica, la depressione o il disturbo ossessivo-compulsivo. È un'estensione discussa: molti clinici, me compreso, preferiscono distinguere le condizioni del neurosviluppo, presenti fin dall'infanzia, da disturbi che possono comparire nel corso della vita e che spesso si curano con successo. Al di là delle parole, ciò che conta è guardare oltre l'etichetta e vedere la persona.
