Lun - Ven ore 9.00 - 19.30

Emozioni autentiche ed emozioni parassite

Le emozioni di base, quelle che proviamo fin da bambini, sono rabbia, tristezza, paura, gioia, disgusto. Crescendo impariamo, all'interno della famiglia, che alcune sono accettate e portano attenzione e conforto, mentre altre sono scomode. Intuiamo, senza saperlo, che certi sentimenti mettono in difficoltà gli adulti, che non sanno come gestirli. Così, invece di continuare a esprimerci liberamente, assumiamo una posizione adattata: neghiamo alcune emozioni autentiche e le sostituiamo con altre più accettabili.

In Analisi Transazionale queste emozioni sostitutive si chiamano emozioni parassite, o ricattatorie. Quando le proviamo sembrano reali, ma nascondono sentimenti che non ci siamo potuti permettere e di cui, col tempo, abbiamo perso consapevolezza.


Un esempio

Un bambino cresce con genitori iperprotettivi, timidi, chiusi verso il mondo. L'emozione che gli porta ascolto e conforto è la paura, perché i genitori stessi vedono il mondo come un luogo spaventoso. Allo stesso tempo la sua naturale spinta aggressiva, quella necessaria per esplorare e differenziarsi dalla famiglia, non viene accolta. Il bambino conclude che la rabbia, anche quella sana che serve a costruire un'identità, non è permessa, mentre la paura sì. L'energia della rabbia, non potendo uscire direttamente, prende la forma di un sentimento più consono: la paura prende il posto della rabbia.

Da adulto, davanti a un torto subito, quella persona reagirà con paura e ritiro invece di affermarsi e difendere le proprie ragioni. Avrà imparato a proteggere sé e gli altri da un sentimento vissuto come distruttivo.

L'emozione parassita, osservata con attenzione, si tradisce: non è coerente con il contesto e non serve a risolvere il problema. Pensiamo alla risata mentre si parla di qualcosa di triste. O a una rabbia esagerata e incontenibile rispetto alla situazione, segno di un'emozione che in passato ci si è impediti di esprimere e che ora esce in modo maldestro.


I bollini della rabbia

Eric Berne osservava che le emozioni negate si possono accumulare come bollini da collezionare, per poi essere spesi in certe occasioni, a volte per manipolare. Succede nei conflitti di coppia, quando un partner, dopo aver sopportato a lungo, tira fuori d'impeto vecchi torti e rancori che sembravano risolti. Sono sospesi emotivi che non c'entrano con il litigio presente, e che impediscono di risolverlo.

Distinguere da soli le emozioni autentiche da quelle parassite non è facile, ma alcune domande aiutano. Cosa sento in questa situazione? Ci sono emozioni che sarebbe logico provare e che invece non provo? Quali emozioni erano proibite nella mia famiglia? Le sto bloccando anche adesso? Mi sto impedendo di esprimere qualcosa e lo sto accumulando per dopo?


Quando un gesto leggero scatena una tempesta

C'è anche il lato opposto: trovarsi davanti a una reazione sproporzionata di qualcun altro. Un suggerimento detto con gentilezza, un aiuto offerto con buone intenzioni, una parola scelta male o una parola mancata, e all'improvviso l'altro attacca, accusa, si chiude, come se avessimo toccato un nervo scoperto. "Ma cosa ho detto?", "non volevo offenderti".

Molte reazioni apparentemente fuori controllo non nascono dal presente, ma da ciò che l'altro porta dentro da tempo. È come se vivesse con una ferita aperta che non vediamo e che si attiva attraverso di noi. L'altro non reagisce a ciò che abbiamo detto, ma a ciò che ha sentito, e ciò che ha sentito non è ciò che intendevamo. In coppia un "forse potresti fare così" diventa "non sei abbastanza". In famiglia un figlio che chiede più spazio scatena nel genitore la paura di essere messo da parte, e il consiglio di un genitore viene vissuto come invasione. Tra amici un'assenza involontaria diventa un tradimento. Il gesto è piccolo, la reazione enorme. La sproporzione non è follia: è memoria emotiva, un dolore antico che cerca un varco.

Capirlo non significa giustificare tutto, né camminare sulle uova rinunciando a dire ciò che pensiamo. Significa riconoscere quando la reazione dell'altro non parla di noi, non farsi risucchiare nella spirale della colpa o della difesa, restare centrati. E chiedersi con onestà se quella relazione permette un dialogo, se l'altro è disposto a guardare le proprie ferite o continuerà a usarci come gancio per scaricare ciò che non sa contenere. Un giorno, con calma, si potrà forse dire: "quello che è successo non parla di me, parla di qualcosa che ti fa male. Se vuoi, possiamo guardarlo insieme".


La responsabilità emotiva

Tutto questo porta a un concetto centrale: la responsabilità emotiva. Significa riconoscere che siamo noi i proprietari delle nostre emozioni, e quindi i responsabili di gestirle in modo costruttivo. Spesso incolpiamo gli altri per come ci sentiamo, o li riteniamo responsabili della nostra felicità o del nostro malessere. Ma le nostre emozioni dipendono molto dalle nostre interpretazioni, e siamo noi a poter cambiare il modo in cui ci sentiamo.

Essere emotivamente responsabili non significa reprimere le emozioni, anzi: significa accettarle, comprenderle ed esprimerle in modo assertivo. E non caricare gli altri della responsabilità di ciò che proviamo. Nelle relazioni questo riduce i conflitti, favorisce l'onestà e la fiducia. Si comincia dalla consapevolezza (la meditazione, la scrittura, la terapia aiutano a riconoscere le proprie emozioni e la loro origine), si prosegue con un'espressione chiara e rispettosa, che ascolta e convalida anche le emozioni dell'altro, e si arriva a stabilire limiti sani, che proteggono anche dalla manipolazione emotiva.