Divieti e spinte: i messaggi che portiamo dentro
Ogni genitore cerca di crescere i figli al meglio, eppure trasmette, anche senza volerlo, le proprie paure e insicurezze. Invia divieti per proteggerli, sulla base della propria storia e delle proprie ferite. A volte i messaggi non vengono nemmeno inviati: è il bambino a costruirli interpretando a modo suo ciò che osserva. Il pensiero di un bambino è magico e onnipotente: se i genitori si separano, pensa che la colpa sia sua; si sente responsabile di ciò che accade ed è convinto di poter scongiurare gli eventi negativi. Gli insegnamenti che ne ricava lo aiutano in quel momento e lo limitano in futuro.
I dodici divieti
Robert e Mary Goulding, analisti transazionali, hanno descritto dodici ingiunzioni, messaggi "non" che un bambino può interiorizzare.
Non esistere. È il messaggio più dannoso, inviato da genitori che non volevano figli o che faticano a rispondere ai loro bisogni: "se non fosse per te avrei fatto carriera", "divorzierei da tuo padre". Chi lo porta dentro può sviluppare depressioni gravi e pensieri di morte.
Non essere te stesso. Inviato da genitori con forti aspettative, che vorrebbero un figlio diverso nell'aspetto, nel carattere, a volte nel sesso: la bambina arrivata quando si aspettava un maschio.
Non essere un bambino. Spesso arriva al primogenito, a cui si chiede di occuparsi dei fratelli e di essere responsabile troppo presto, senza diritto di sbagliare o di essere sciocco. Da adulto porta il peso del mondo sulle spalle e fatica a riposare e a divertirsi.
Non crescere. Spesso arriva al più piccolo, o al figlio di una coppia in crisi: il bambino resta immaturo così che i genitori continuino a occuparsi di lui, e insieme. Da adulto fatica a prendersi cura di sé e a decidere da solo.
Non pensare. Si forma quando il genitore si arrabbia per un'opinione diversa, scoraggia il pensiero del figlio, lo zittisce perché troppo piccolo per dire la sua.
Non sentire. Lo interiorizza il bambino che, quando piange o è turbato, trova un genitore a disagio con le emozioni, che lo allontana, lo punisce o lo distrae: "i maschi non piangono", "le brave bambine non si arrabbiano". Da adulto fatica a mostrare ciò che prova, o sostituisce un'emozione con un'altra più accettabile in famiglia, per esempio piange quando in realtà è arrabbiato.
Non fare. È il divieto generico di chi ha ricevuto molti no e pochi permessi: non correre, non salire, non sporcarti. Spesso viene da un genitore che fa tutto al posto del figlio per proteggerlo dalle proprie paure. Da adulto inizia molte cose senza finirle e fatica a decidere, perché il mondo gli sembra pieno di pericoli.
Non stare bene. Lo interiorizza chi riceveva attenzione solo quando stava male o si comportava in modo bizzarro. Da adulto tende ad attirare l'attenzione mostrandosi malato o instabile.
Non essere importante. Nasce in chi si è sentito ignorato, svalutato, non visto.
Non riuscire. Viene da genitori che fissano standard impossibili (compiti troppo difficili per l'età, confronti con le prestazioni di un adulto o di un fratello più grande), o da un genitore geloso che si sente minacciato dalle potenzialità del figlio. Si rafforza con le critiche e le derisioni quando il bambino prova, e sbaglia.
Non essere intimo. Lo interiorizza chi è cresciuto con genitori a disagio con il contatto fisico e le dimostrazioni di affetto, o con l'intimità psicologica del raccontarsi. Da adulto fatica a mostrare affetto, nel contatto fisico e nella sessualità, a fidarsi, a condividere il proprio mondo interiore.
Non appartenere. Nasce in chi si è sentito rifiutato e non parte della famiglia, o è cresciuto con genitori schivi e giudicanti verso gli altri. Da adulto fatica a integrarsi in un gruppo e si sente socialmente disconnesso.
Questo elenco non serve ad addossare colpe ai genitori. Ogni genitore fa del suo meglio, e ogni bambino prende decisioni per aiutarsi a sopravvivere. Quelle decisioni, utili allora, restano sepolte e condizionano l'agire di oggi, e spesso non vengono mai ridiscusse anche se causano sofferenza. Riconoscerle è il primo passo. E se si è genitori, può aiutare a non trasmetterle a propria volta.
Le cinque spinte
Per non sentire il dolore dei divieti, il bambino sviluppa, o apprende dai genitori, delle spinte, chiamate anche controingiunzioni. Sono messaggi che stanno nel Genitore e che ci fanno sentire ok, ma a condizione di comportarci in un certo modo. Hanno la loro utilità, ma quando non riusciamo a soddisfarle ci sentiamo stressati e in ansia. Il ricercatore Taibi Kahler ne ha descritte cinque.
Sii forte. Più frequente negli uomini, ma non solo. Chi la segue evita di mostrare le emozioni per resistere e andare avanti. È utile nelle crisi, ma impedisce di contattare i propri sentimenti e, sotto stress prolungato, può favorire disturbi psicosomatici o depressione. Spesso tiene a bada un divieto come "non sentire".
Spicciati. Porta a fare tutto in fretta, a mangiare e parlare velocemente, a non riuscire a stare fermi né a godersi ciò che si fa.
Sforzati. È la spinta di chi si impegna, prova e riprova, ma senza arrivare in fondo: si annoia, si arrende prima di finire, e si sente frustrato.
Sii perfetto. Spinge a curare ogni dettaglio e a non accontentarsi finché tutto non è fatto bene. Tiene a bada l'ansia, al prezzo di un'enorme quantità di tempo ed energia.
Compiaci. È la spinta di chi vuole accontentare gli altri, con l'aspettativa segreta di essere visto e benvoluto. Fatica a mettersi al primo posto, si prende cura dei bisogni altrui, e prova rabbia e risentimento quando non viene ricambiato.
I permessi
Quasi tutti abbiamo almeno una spinta, e quando la abbandoniamo ci sentiamo a disagio. L'antidoto sono i permessi, che ci consentono di sentirci ok indipendentemente da come pensiamo, sentiamo o ci comportiamo.
A chi segue "sii forte" serve il permesso di essere aperto e di esprimere i propri bisogni e sentimenti: chiedere ciò che desidera, condividere invece di censurare, connettersi con gli altri.
A chi segue "spicciati" serve il permesso di prendersi il proprio tempo: rallentare, godersi le cose, alla guida, a tavola, nella vita.
A chi segue "sforzati" serve il permesso di farcela: "puoi farlo", fino in fondo, sperimentando il successo invece di mollare alla prima difficoltà.
A chi segue "sii perfetto" serve il permesso di essere abbastanza bravo così com'è: ridurre l'autocritica e fare le cose in modo sufficientemente buono, risparmiando tempo, energia e stress. Molte cose non richiedono la perfezione, e alcune si possono anche non fare.
A chi segue "compiaci" serve il permesso di essere importante: tenere conto di sé, mettere i propri bisogni alla pari di quelli altrui, imparare a chiedere e a rendersi visibile.
Qual è la tua spinta? E quale permesso puoi darti? Il primo passo è accorgersene. Poi, andando contro un comportamento che da piccoli ci faceva sentire al sicuro, è probabile che arrivi l'ansia. È normale: il suo scopo è bloccare il cambiamento, e con il tempo passa. Ogni volta che sfidiamo una spinta costruiamo nuovi percorsi nel cervello, e diventa sempre più facile. Con un terapeuta che lavora in Analisi Transazionale si possono riconoscere divieti e spinte e risalire alla loro origine, per sostituire i messaggi limitanti con nuovi permessi.
