La paura della paura: come nasce il disturbo di panico

Capita a tutti, prima o poi, di sentire l'ansia. Un esame, un colloquio di lavoro, una telefonata che non arriva. Il cuore accelera, il respiro si fa corto, i muscoli si irrigidiscono. È il corpo che si prepara ad agire: davanti a qualcosa che valutiamo come pericoloso mette a disposizione energia e prontezza.
In dosi moderate l'ansia fa il suo lavoro, e lo fa bene. Ci tiene svegli prima di una prova importante, ci aiuta a concentrarci. Per questo la consideriamo una risposta adattiva.
Le cose cambiano quando l'ansia diventa intensa e non se ne va più. A quel punto pesa sul sonno, sul lavoro, sulle relazioni. C'è chi comincia a uscire meno, chi ricorre ai tranquillanti più spesso di quanto vorrebbe, chi scivola piano piano in un umore depresso. E a un certo punto succede una cosa curiosa: a spaventare non è più la situazione, ma l'ansia stessa. Si vive in allerta, in attesa del prossimo batticuore, con la convinzione che quel malessere possa far perdere il controllo. Questa è la paura della paura, ed è il cuore del disturbo di panico.
Il corpo esegue gli ordini
L'ansia si attiva quando la mente segnala un pericolo. Il punto delicato è che il corpo non verifica se il pericolo sia reale: risponde al segnale. Un'auto che sbanda verso di noi e un pensiero catastrofico producono la stessa reazione fisiologica. Ecco perché il modo in cui interpretiamo quello che ci accade conta così tanto nel far salire o scendere l'ansia.
Se mi spavento per un rumore improvviso e sento il cuore in gola, non mi preoccupo. So da dove arriva. Il disagio comincia quando la causa non è chiara: il cuore batte forte mentre sono seduto in ufficio, o in fila al supermercato, e non c'è niente di evidente che lo giustifichi. È lì che ci si sente vulnerabili, e la mente cerca una spiegazione. Spesso trova la peggiore.
Il circolo vizioso
Palpitazioni, fiato corto, tremori, formicolii, testa leggera. Sono sintomi spiacevoli ma innocui. Chi soffre di paura della paura però li legge come il segnale di qualcosa di grave: un infarto, uno svenimento, la sensazione di impazzire. Questa lettura catastrofica produce altra paura, la paura aumenta l'intensità dei sintomi, e i sintomi più forti sembrano confermare che qualcosa non va. "Ho paura di stare male, e la paura mi fa stare male."
Molte persone, dopo il primo attacco di panico, passano dal pronto soccorso. Gli esami risultano negativi. Il sollievo dura poco, perché resta la domanda: e se la prossima volta fosse diverso? Escludere una causa medica con il proprio medico è giusto e utile. Ripetere gli accertamenti all'infinito, invece, finisce per alimentare proprio il dubbio che si vorrebbe spegnere.
Dal panico all'evitamento
Quando gli attacchi si ripetono, la mente comincia a collegarli ai luoghi in cui sono avvenuti. Il supermercato, l'autostrada, il cinema, il treno. Spesso sono posti da cui sembra difficile uscire in fretta, o dove sarebbe complicato ricevere aiuto. La persona prevede che lì starà male e che non riuscirà a sopportarlo, e inizia a evitarli. È uno dei modi in cui il panico si intreccia con l'agorafobia.
L'evitamento funziona, nel breve periodo. Ed è proprio questo il problema. Se non vado al supermercato non ho l'attacco, e concludo che è stato merito della mia prudenza. Lo stesso vale per le piccole protezioni quotidiane: uscire solo se accompagnati, tenere sempre in borsa la bottiglietta d'acqua o la pastiglia, sedersi vicino all'uscita. Ogni volta che va tutto bene "grazie a" queste misure, la convinzione di fondo si rafforza: senza, sarebbe andata male. E il mondo si restringe un po' alla volta, quasi senza accorgersene.
Cosa puoi fare
Alcune cose si possono fare da soli, e fanno la differenza.
Il primo passo è cambiare il rapporto con il sintomo. Quando arriva il batticuore, ricordati che è il corpo che fa il suo lavoro, anche se ha scelto il momento sbagliato. Non serve controllarlo minuto per minuto: più lo osservi, più cresce. Sposta l'attenzione su quello che stai facendo, su cosa vedi intorno a te, sulla prossima cosa da fare.
Poi, per quanto puoi, non evitare. Non si tratta di buttarsi nella situazione più difficile, anzi. Si parte da quelle più semplici e si sale per gradi. Ogni volta che resti in una situazione e l'ansia scende da sola, il cervello impara qualcosa che nessun ragionamento può insegnargli.
Dai valore a quello che riesci a fare, anche ai piccoli passi. Andare nel negozio sotto casa per cinque minuti può sembrare poco a chi sta bene; per chi aveva smesso di uscire è un risultato vero. Riconoscerlo aiuta a ricostruire la fiducia in sé.
Chiediti anche cosa ti preoccupa davvero, al di là del sintomo. Il panico arriva spesso in un periodo carico: un lutto, un cambio di lavoro, un conflitto in famiglia che non si riesce a nominare. L'attacco a volte è il punto in cui una tensione accumulata da tempo trova una via d'uscita.
Il movimento fisico regolare e gli esercizi di rilassamento aiutano ad abbassare il livello di attivazione di base e a fare pace con le sensazioni del corpo. Se vuoi cominciare da qui, nella sezione Rilassamento guidato del sito e sul mio canale YouTube trovi audio gratuiti dedicati al respiro e al rilassamento.
Quando serve un aiuto
A volte tutto questo non basta, ed è normale che sia così. Il disturbo di panico risponde bene alla psicoterapia, a patto di rivolgersi a un professionista che conosca questo tipo di difficoltà. In un percorso terapeutico si impara a gestire i sintomi e a togliere loro il potere di spaventare, si va a cercare cosa li ha innescati e si costruisce un modo diverso di stare nelle situazioni, così che il panico non torni a decidere al posto tuo.
Nel mio lavoro uso anche l'ipnosi clinica ericksoniana. Per molte persone è il primo momento in cui sperimentano, nel corpo e non solo a parole, uno stato di calma che possono imparare a ritrovare da sole.
Una cosa però voglio dirla chiaramente: non aspettare che passi. Con il tempo la paura della paura tende a rafforzarsi, a occupare spazi nuovi, a scegliere dove vai e con chi. Prima la affronti, più è facile riprendersi quegli spazi.
