I disturbi di personalità: tra normalità e patologia

Una questione di grado
A tutti capita di conoscere qualcuno con tratti di personalità che ci sembrano strani o eccessivi. Questo non significa che quella persona abbia un disturbo. Possiamo immaginare una linea continua: a un estremo la salute, all'altro la patologia. In base al grado di rigidità, alla sofferenza e al disadattamento, ciascuno si colloca in un punto di questa linea, e molte persone stanno nel mezzo.
I tratti diventano un disturbo di personalità quando, invece di renderci unici, sono così estremi e rigidi da creare difficoltà oggettive. Il DSM-5, il manuale diagnostico dell'American Psychiatric Association oggi in uso nella sua revisione del 2022, definisce il disturbo di personalità come un modello abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura di appartenenza, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell'adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e causa sofferenza o compromissione nel funzionamento. Non deve essere spiegato meglio da un altro disturbo mentale o dagli effetti di sostanze o di una condizione medica.
Si stima che nel complesso circa una persona su dieci presenti un disturbo di personalità di qualche tipo. La diagnosi è delicata, perché molti sintomi si sovrappongono a quelli di altri disturbi, e si formula di norma solo in età adulta, quando la personalità si è consolidata. Va fatta da uno psicologo, uno psicoterapeuta o uno psichiatra esperti.
I tre gruppi
Il DSM raggruppa i disturbi di personalità in tre cluster.
Cluster A: strano-eccentrico. Comportamenti insoliti e tendenza all'isolamento. Comprende il disturbo paranoide, schizoide e schizotipico.
Cluster B: drammatico-emotivo. Emotività intensa, impulsività, relazioni instabili. Comprende il disturbo borderline, istrionico, narcisistico e antisociale.
Cluster C: ansioso-timoroso. Ansia, bassa autostima, paura del rifiuto o della perdita di controllo. Comprende il disturbo evitante, dipendente e ossessivo-compulsivo di personalità.
Del narcisismo ho parlato in modo approfondito in un'altra sezione. Qui mi soffermo sugli altri disturbi.
Il disturbo paranoide di personalità
La caratteristica centrale è una diffidenza e una sospettosità pervasive: le intenzioni degli altri vengono lette come malevole. La persona sospetta, senza basi sufficienti, di essere sfruttata, ingannata o danneggiata; dubita della lealtà di amici, colleghi e partner; è riluttante a confidarsi per paura che le informazioni vengano usate contro di lei; legge significati umilianti o minacciosi in osservazioni innocue; porta rancore a lungo e non perdona; percepisce attacchi alla propria reputazione che gli altri non vedono, ed è pronta a contrattaccare; sospetta ripetutamente, senza motivo, dell'infedeltà del partner.
Ogni tentativo di rassicurarla o di convincerla del contrario risulta vano, o viene vissuto come un ulteriore tentativo di manipolazione. Più dà spazio ai pensieri sospettosi, più le paure crescono, in un circolo in cui la mente seleziona solo le informazioni che confermano i sospetti. Nella coppia questo può portare a interrogatori continui e a comportamenti di controllo: frugare nelle tasche, spiare il telefono, seguire il partner.
Una precisazione importante: nel disturbo paranoide di personalità la persona non perde il contatto con la realtà e non ha veri deliri. I sospetti sono eccessivi e infondati, ma non raggiungono la certezza incrollabile del delirio. Quando questo accade si parla di altri quadri, come il disturbo delirante. In condizioni di forte stress, però, possono comparire brevi episodi in cui la lucidità si incrina.
Non conosciamo con precisione le cause. Si ipotizza un intreccio di fattori genetici e di esperienze precoci, per esempio una crescita in ambienti freddi, ostili o imprevedibili, in cui il sospetto e il controllo sono diventati difese contro il rischio di essere feriti. Il lavoro terapeutico è difficile proprio perché la sfiducia investe anche il terapeuta. Può aiutare imparare a riconoscere i pensieri sospettosi, a valutarli nei momenti di calma invece di agire sotto l'effetto dell'angoscia, a trattenersi dal controllare, a dare un nome alle emozioni che li alimentano.
Il disturbo schizoide di personalità
La persona con disturbo schizoide mostra un profondo distacco dalle relazioni e una gamma ristretta di espressioni emotive. Non sembra desiderare l'intimità, non trae soddisfazione dal far parte di una famiglia o di un gruppo, preferisce quasi sempre attività solitarie, spesso astratte o meccaniche. Ha poco interesse per la sessualità, prova piacere in poche attività, non ha amici intimi se non qualche familiare stretto. Appare indifferente alle critiche come agli elogi, emotivamente fredda e distaccata, e raramente ricambia un sorriso o un cenno. Fatica a esprimere la rabbia anche se provocata, e questo rafforza l'impressione che non provi emozioni. In rari momenti di fiducia, però, può rivelare sentimenti dolorosi legati alle relazioni.
Funziona spesso bene in lavori che si svolgono in isolamento. Il disturbo è più frequente negli uomini, e le stime di prevalenza nella popolazione generale variano tra il 3 e il 5%. Raramente queste persone chiedono aiuto, se non quando lo stress diventa eccessivo.
Il disturbo schizotipico di personalità
Anche la persona con disturbo schizotipico ha grandi difficoltà nelle relazioni strette, ma a questo si aggiungono distorsioni cognitive e percettive ed eccentricità del comportamento. Tipiche sono le idee di riferimento, cioè la convinzione che eventi casuali abbiano un significato speciale per sé, senza arrivare al delirio; credenze bizzarre o pensiero magico, come la convinzione di avere poteri di chiaroveggenza o telepatia, un sesto senso, una forte superstizione; esperienze percettive insolite; un modo di parlare vago, metaforico o iperelaborato; sospettosità; un'affettività poco adeguata o appiattita; un aspetto e comportamenti strani; un'ansia sociale che non diminuisce con la familiarità e che si lega più a timori paranoidi che a un giudizio negativo su di sé.
La differenza con il disturbo schizoide sta soprattutto nel rapporto con gli altri. Lo schizoide non desidera le relazioni e le vive come intrusive. Lo schizotipico le desidera, ma ne è inibito; spesso frequenta gruppi di persone altrettanto eccentriche, e per la stranezza del suo modo di pensare finisce per essere emarginato e isolarsi. Si stima che riguardi circa il 3-4% della popolazione.
Per entrambi i disturbi i professionisti concordano su un modello bio-psico-sociale, in cui fattori genetici, temperamento ed esperienze relazionali si intrecciano. Il trattamento richiede in genere una psicoterapia a lungo termine, a volte affiancata da farmaci per sintomi specifici.
