DARVO: quando il colpevole diventa vittima

Ti è mai capitato di iniziare una discussione con una ragione precisa, magari una cosa piccola e concreta, e di ritrovarti mezz'ora dopo a chiedere scusa? Non sai bene come sia successo. Eri partito da "mi ha ferito quello che hai detto ieri sera" e sei arrivato a "hai ragione, sono troppo sensibile, scusami".
Se succede una volta, è una lite andata storta. Se succede quasi sempre, e sempre con la stessa persona, è probabile che tu sia dentro uno schema che ha un nome preciso: DARVO.
Da dove viene il termine
È un acronimo inglese: Deny, Attack, Reverse Victim and Offender. Negare, attaccare, invertire i ruoli di vittima e colpevole. L'ha proposto alla fine degli anni Novanta Jennifer Freyd, psicologa dell'Università dell'Oregon, osservando come reagiscono molte persone quando vengono messe davanti a un comportamento dannoso che hanno avuto.
Freyd arrivava da un altro filone di studi, quello sul trauma da tradimento. L'idea di fondo è semplice, e secondo me molto illuminante: quando chi ci fa del male è una persona da cui dipendiamo, affettivamente o materialmente, una parte di noi tende a non vederlo. Riconoscere il torto metterebbe a rischio un legame di cui abbiamo bisogno. E allora la mente, in qualche modo, chiude un occhio. Freyd la chiama cecità al tradimento.
Questo aiuta a capire perché il DARVO funziona meglio proprio nelle relazioni più strette. Con uno sconosciuto ci si arrabbia e basta. Con il partner, con un genitore, siamo già predisposti a dargli ragione.
In Italia se ne parla pochissimo. Eppure, quando lo spiego in studio, quasi tutti lo riconoscono al primo esempio. Qualcuno sorride, qualcuno si irrigidisce.
Le tre mosse
Negare. "Non è vero." "Non l'ho mai detto." "Te lo sei inventato." A volte la negazione è totale, altre volte prende la forma della minimizzazione: "era una battuta", "stai esagerando come al solito". Lo scopo è far sparire il fatto da cui sei partito.
Attaccare. Se il fatto non sparisce, si sposta il bersaglio. Non si parla più di cosa è successo ma di te: di come l'hai detto, del momento che hai scelto, del tuo carattere. "Sei sempre così pesante." "Con te non si può mai stare tranquilli." Quando l'attacco colpisce un punto debole che l'altro conosce bene, l'effetto è immediato.
Ribaltare. È la mossa più spiazzante. Chi ha fatto il torto diventa quello che soffre. "Mi fai sentire un mostro." "Dopo tutto quello che faccio per te, mi tratti così." "Sono io che dovrei essere arrabbiato." A volte arrivano anche le lacrime. E tu, che eri partito ferito, ti ritrovi a consolare.
Un esempio
Laura scopre che il compagno ha raccontato agli amici una cosa molto personale che gli aveva confidato. La sera, a casa, glielo fa notare. Con calma.
Lui risponde che ha detto due parole e che nessuno ci ha fatto caso. Lei insiste un po', perché per lei non erano due parole. A quel punto il tono cambia: "Ecco, adesso fai la vittima. Sei permalosa, non ti si può dire niente." Poi alza la voce, si siede, si prende la testa tra le mani. "Lavoro tutto il giorno, cerco di farti stare bene e tu mi fai il processo per una frase. Mi sento uno schifo."
Laura va a letto dopo avergli chiesto scusa. Della confidenza tradita non si parlerà più.
Perché è un gioco psicologico
Nell'Analisi Transazionale, Eric Berne chiamava gioco psicologico una sequenza di scambi che si ripete sempre uguale, sembra spontanea e finisce sempre con lo stesso sentimento sgradevole per tutti e due. Nessuno dei giocatori ne è del tutto consapevole. Per questo i giochi si ripetono: non li si vede mentre accadono.
Ogni gioco ha un momento preciso, che Berne chiamava scambio: a un certo punto i ruoli cambiano all'improvviso, e chi stava giocando resta spiazzato per qualche istante, senza capire bene cosa è successo. Poi arriva il tornaconto, cioè l'emozione finale (colpa, rabbia, umiliazione) che conferma qualcosa che la persona pensa già di sé o degli altri.
Il DARVO è praticamente uno scambio da manuale.
Per vederlo meglio si può usare il Triangolo Drammatico di Stephen Karpman, un allievo di Berne. Karpman ha osservato che nei giochi le persone si muovono tra tre ruoli: il Persecutore, che accusa e ferisce; la Vittima, che subisce e si sente impotente; il Salvatore, che corre in aiuto anche quando nessuno glielo ha chiesto. Nessuno dei tre ruoli è sano, nemmeno quello del Salvatore, che sembra il più nobile.
Riprendiamo Laura. All'inizio lei è la persona ferita, e lui quello che ha fatto il torto. Quando lei glielo fa notare, lui la vede come una Persecutrice ("mi fai il processo") e si sposta nel ruolo di Vittima. Laura, spiazzata, prova colpa per averlo fatto soffrire e diventa Salvatrice: lo consola, gli chiede scusa. Il giro è completo. Il fatto da cui era partito tutto è sparito nel movimento.
E il tornaconto? Lui conferma un'idea di sé che gli serve: "il problema non sono io". Si risparmia la vergogna di aver sbagliato. Lei, spesso, conferma un'idea molto più antica, una frase che si porta dietro dall'infanzia: "sono troppo", "chiedo troppo", "se mi lamento faccio del male". Per questo il DARVO attecchisce così bene su certe persone e scivola via su altre. Trova un terreno già preparato.
Non sempre chi mette in atto il DARVO lo fa a freddo. Spesso è una difesa quasi automatica di chi non regge la vergogna: ammettere sarebbe insopportabile, e allora attacca. Questo lo spiega. Non lo giustifica, e per chi lo subisce l'effetto è lo stesso.
Vale la pena dire che non riguarda solo la coppia. Lo si trova nelle famiglie (il genitore che, criticato, diventa quello "abbandonato dai figli ingrati"), sul lavoro, e nei casi più gravi quando una persona denuncia un abuso e si ritrova accusata di volere solo attenzione o soldi.
Come accorgersene
Un segnale abbastanza affidabile è questo: esci dalla discussione con più senso di colpa di quando ci sei entrato, e il problema da cui eri partito non è stato risolto, solo archiviato. Ti capita di non ricordare più bene come si è arrivati a parlare d'altro. Oppure ti accorgi che prima di sollevare una questione la prepari a mente per giorni, cerchi il momento giusto e le parole perfette, e quel momento non arriva mai.
Quando ci si autocensura in anticipo per evitare la tempesta, il gioco ha già vinto senza nemmeno cominciare.
Come uscirne
La prima cosa, anche se sembra poco, è dargli un nome. Freyd e le sue colleghe hanno visto in alcune ricerche che le persone che conoscono il DARVO ne vengono influenzate meno. Riconoscere la mossa mentre accade toglie molta della sua forza. In termini di Analisi Transazionale, vedere il gioco è già un primo passo fuori dal gioco.
Poi restare sul fatto, con una frase sola. "Adesso parliamo di quello che è successo ieri. Del mio tono possiamo parlare dopo." E ripeterla, anche identica, tutte le volte che serve. Difendersi da ogni attacco, uno per uno, significa fare un passo fuori dal tema a ogni risposta, e un passo dentro il triangolo.
Il punto più delicato è il ribaltamento, perché è lì che scatta il Salvatore. Si può riconoscere il dolore dell'altro senza farsene carico: "mi dispiace che tu stia male, resta il fatto che quella cosa mi ha ferita". Le due cose stanno insieme. Non serve scegliere, e soprattutto non serve consolare chi ti ha appena fatto del male per poter chiudere la serata in pace.
Aiuta anche scrivere. Dopo una discussione, due righe su cosa volevi dire e su com'è andata davvero. Rileggendole a distanza di qualche settimana, lo schema si vede con una chiarezza che dentro la lite è impossibile.
Se la situazione si ripete in modo costante, e soprattutto se si accompagna ad altre forme di controllo (svalutazioni, isolamento, gelosia che limita la tua libertà), conviene parlarne con un professionista. Il DARVO raramente vive da solo. E lavorare sulla frase antica che lo rende così efficace, quel "sono troppo", è spesso la parte del lavoro che cambia di più.
E se lo facessi io?
Ultima cosa, scomoda. A tutti può capitare, sotto accusa, di negare d'istinto o di contrattaccare. Il problema non è il singolo scivolone, è quando diventa il modo abituale di uscire da ogni conflitto. Se leggendo ti sei riconosciuto anche dall'altra parte, è già un buon punto da cui partire. Chiedere scusa senza aggiungere "ma anche tu" è più difficile di quanto sembri, e cambia molto.
