Il cuore congelato e l'evitamento emotivo
Ci sono persone che sentono profondamente il bisogno di amare e di essere amate, eppure non riescono a lasciarsi andare a una relazione, né affettiva né di amicizia. Hanno poche amicizie superficiali, a volte nessuna relazione d'amore. Sono schive, chiuse nella loro solitudine. Sentono il bisogno di calore e di vicinanza ma non riescono a sciogliere questa emotività e a metterla a disposizione di un altro.
Le radici nell'attaccamento
Nel bambino, il manuale diagnostico descrive il disturbo reattivo dell'attaccamento: una grave difficoltà a creare legami di affetto e fiducia, conseguenza di esperienze precoci di trascuratezza dei bisogni fisici, psicologici ed emotivi da parte di chi doveva prendersene cura. In età adulta non è una diagnosi formale, ma le conseguenze di quelle esperienze si vedono bene nella clinica: ritiro sociale, pessimismo, autocommiserazione, sfiducia negli altri, sintomi depressivi.
Spesso alla base c'è la perdita improvvisa di un genitore, un abbandono, un rifiuto, una trascuratezza prolungata, abusi o maltrattamenti, a volte una separazione dei genitori gestita con alta conflittualità senza tenere conto della sofferenza del figlio. È un bambino che, quando si è sentito invaso dall'angoscia, dalla tristezza o dalla paura, non ha trovato nei genitori conforto né rassicurazione. In un clima fatto di freddezza, distacco fisico, umiliazioni, mancanza di protezione, ha elaborato presto una difesa: ha "ibernato" i suoi sentimenti. Ha smesso di chiedere la presenza dell'adulto e di protestare per la sua assenza, ha cominciato a bastarsi, a giocare da solo. Sotto, l'idea di non essere adeguato. Col tempo evita i coetanei e diventa aggressivo solo quando è frustrato. Da adulto è diffidente e, pur desiderandolo, fatica moltissimo a creare un'intimità emotiva e talvolta anche fisica, per paura del rifiuto e dell'umiliazione.
Come si riconosce da adulti
Si possono osservare alcuni tratti, presenti in modo stabile e non come reazione transitoria a una delusione: impulsività di cui ci si pente; pessimismo e provocazioni che allontanano gli altri e confermano l'isolamento; un forte bisogno di controllare ambiente e persone per tenere a bada l'ansia, a volte con menzogne e manipolazione; la difficoltà a dare e ricevere amore, a empatizzare, ad accettare consigli o guida; la mancanza di fiducia, indipendentemente dall'intensità del legame; una rabbia spesso esibita, che copre tristezza, solitudine e frustrazione profonde; un fascino superficiale, conversazioni lunghe e interessanti che però non toccano mai nulla di personale; dipendenze da alcol, droghe, gioco o lavoro; un senso di impotenza; il rifiuto di assumersi la responsabilità e la difficoltà a gestire i conflitti; una confusione costante. Nei casi più gravi si arriva a comportamenti autodistruttivi. Sotto, quasi sempre, paura e tristezza.
L'evitamento emotivo
Una forma più diffusa e meno grave è l'evitamento emotivo, tipico di chi ha una personalità evitante. Siamo fatti per le relazioni, dal legame di coppia alla famiglia, al gruppo di amici, alla comunità. L'evitante, pur desiderandole, tiene le distanze dalle relazioni profonde. La vicinanza psicologica, il rivelare pensieri, sentimenti, tratti di sé, gli provoca forte tensione. L'evitamento serve a proteggersi dal giudizio, dal rifiuto, dalla derisione che teme se si mostrasse com'è. Spesso c'è anche ansia sociale. Alla base c'è una percezione negativa di sé e una visione degli altri come insensibili e giudicanti: io non sono ok, e nemmeno gli altri lo sono.
Alcuni evitano del tutto l'intimità, altri mantengono amicizie superficiali e qualche relazione amorosa. Molti all'inizio sembrano capaci di relazionarsi bene, ma quando il legame si fa più intenso e l'attrazione più forte fuggono o chiudono la relazione. La paura della vicinanza li porta a concentrarsi sui difetti del partner, sulla noia, sulla sensazione di soffocare o di essere in trappola. Si impegnano per qualche settimana o qualche mese, poi diventano distanti e disinteressati. Passano da una relazione all'altra senza approfondirne nessuna. Sono gli eterni scapoli, le eterne single. Possono avere molti amici e un grande impegno nel lavoro, lasciando al partner solo il tempo libero che avanza. Lasciano proprio quando le aspettative dell'altro crescono: conoscere i parenti, ufficializzare, convivere, avere un figlio. In coppia sono più presi dai propri interessi e dalla tecnologia che dal dialogo, e a volte usano critica e rabbia per mantenere le distanze da chi chiede affetto.
Anche qui le radici sono spesso nell'infanzia: trascuratezza fisica o affettiva, rifiuto emotivo, maltrattamenti. Chi invece di un legame sicuro ha conosciuto la trascuratezza impara che l'amore è condizionato, che arriva solo se si compiace l'altro, che l'affetto può accompagnarsi a offese, prepotenze, assenza. Resta il desiderio di dare e ricevere affetto, ma insieme la fuga dai legami troppo coinvolgenti. Di solito l'adulto non collega le sue prime esperienze alle difficoltà relazionali di oggi.
Si può cambiare
Lo stile di attaccamento e i tratti di personalità non sono immutabili. Il percorso terapeutico si fonda prima di tutto su una relazione positiva e nutriente, che crei un legame di fiducia, spesso il passo più difficile, e permetta alla persona di sentirsi abbastanza al sicuro da esporsi, prima in seduta e poi fuori. Poi si lavora per regolare l'ansia che ostacola le relazioni, ristrutturare gli schemi appresi, scongelare le emozioni intrappolate, sperimentare un'esposizione graduale di sé senza maschere. Anche il gioco di ruolo è uno strumento utile. Può richiedere tempo, a seconda della disponibilità e della motivazione della persona, ma permette di fare esperienze relazionali nuove e di colmare quella povertà emotiva che ha segnato l'infanzia.
