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Il copione di vita: le decisioni del bambino e la ridecisione

Il copione è uno dei concetti centrali dell'Analisi Transazionale. È un progetto di vita inconscio che ogni bambino elabora su di sé e sulla propria esistenza, e che continua a guidare comportamenti, convinzioni e modi di sentire anche da adulti, fuori dalla consapevolezza. Berne lo definiva come l'insieme delle decisioni prese nei primi anni di vita sotto l'influenza dei bisogni del bambino, delle sue esperienze, dei modelli dei genitori e dell'ambiente.


Come si scrive un copione

Cominciamo a scrivere la storia della nostra vita fin dalla nascita, a partire dagli atteggiamenti non verbali dei familiari, dagli aneddoti, perfino dal nome che ci è stato dato. Verso i quattro anni abbiamo deciso la trama essenziale; verso i sette il copione è completo nei dettagli; nell'adolescenza viene rifinito. Ha un tornaconto: personaggi e strategie mirano a un finale prevedibile. È scritto al futuro e suona come "se… allora".

Le decisioni di copione sono spesso prese da un bambino che svaluta i propri bisogni per essere più accettato e amato: "sarò il più bravo di tutti", "sarò un po' stupido", "sarò prepotente e mi farò valere", "sarò arrendevole e compiacente", "sarò perfetto", "sarò sempre malaticcio". Nascono dai messaggi verbali e non verbali dei genitori, dalle carezze date e negate, dai divieti e dai permessi. Il bambino le prende quando ha poche informazioni e capacità cognitive limitate; col tempo si organizzano in un sistema rigido che le conferma. Finché il comportamento risponde alle aspettative familiari, il bambino riceve le carezze di cui ha bisogno. Ma crescendo emergono bisogni nuovi, e quel sistema non ha l'elasticità per rispondervi.

Il bambino, in sostanza, sceglie di obbedire ad alcuni divieti ricevuti, stabilisce la propria posizione esistenziale, resta fedele ad alcune spinte, programma la propria vita come vincente, perdente o non vincente, e a volte orienta il futuro verso una forma di rinuncia, dalla malattia alla follia. Mette in atto i suoi racket, cioè le emozioni sostitutive che gli portano un tornaconto, ed evita l'autonomia attraverso giochi e svalutazioni.


Un esempio

Pensiamo al primogenito di una famiglia con quattro figli, in cui i genitori lavorano moltissimo per far quadrare i conti. Può decidere che il suo ruolo, per essere visto, è farsi responsabile e non creare problemi. Si occupa dei fratelli a scapito di sé. Il suo copione potrebbe suonare così: "mi impegnerò e farò contenti gli altri, così avrò amore e riconoscimento". I messaggi che coglie sono "sforzati", "compiaci", "non essere piccolo", "non pensare a ciò che vuoi tu". Diventa un bambino adultizzato, che in assenza dei genitori ne prende il posto, e trova così il modo di gestire l'angoscia di non essere visto, rinunciando al permesso di essere bambino e di godersi la spensieratezza. Un altro bambino, con un temperamento diverso, nella stessa situazione potrebbe diventare un ribelle per attirare l'attenzione in modi meno accettabili.

Da adulto quel primogenito funzionerà benissimo sul lavoro, farà carriera con ritmi estenuanti, si caricherà anche delle responsabilità altrui, e farà fatica a concedersi spazi piacevoli e giocosi o a investire con leggerezza nelle relazioni. In linea con il tornaconto potrebbe scegliere partner che confermano che le relazioni sono una perdita di tempo e una minaccia per la carriera. Sarebbe un ottimo candidato alla depressione.

Le decisioni prese "là e allora" erano il modo in cui quel bambino, e solo lui, è riuscito ad adattarsi. Trascinate rigidamente nell'età adulta possono rivelarsi controproducenti e dolorose. Eppure continuiamo a seguirle, anche perché ci danno la sensazione che il mondo sia prevedibile, e quindi ci fanno sentire più al sicuro.


Copioni vincenti, perdenti e banali

In modo semplificato si distinguono tre tipi di copione. Il copione vincente appartiene a chi si pone obiettivi e li raggiunge, trova alternative davanti agli ostacoli, ma spesso senza piacere, perché agisce per dovere più che per desiderio; la parola chiave è "sempre". Il copione perdente appartiene a chi non realizza i propri obiettivi, non esprime i bisogni, si sabota, reagisce in modo depressivo; la parola chiave è "mai". Il copione banale, o non vincente, appartiene a chi non rischia, vive alla giornata, senza grandi vittorie né grandi perdite; la parola chiave è "quasi". Il copione ideale è quello in cui la persona usa consapevolmente i punti di forza della propria storia: quel primogenito può continuare a lavorare con impegno e successo, e insieme imparare a lasciarsi andare agli affetti, a divertirsi, a limitare il suo darsi senza fine agli altri.


I copioni nelle relazioni

Alcuni copioni si vedono soprattutto nelle relazioni, con ruoli che si ripetono ciclicamente.

Il copione del salvatore appartiene a chi si lega a partner fragili o problematici cercando di aggiustarli, perché ha bisogno di sentirsi indispensabile per essere amato. Si sacrifica, si sovraccarica, finisce per sentirsi sfruttato, e conferma la sua convinzione: valgo solo se mi prendo cura dell'altro.

Il copione del perseguitato appartiene a chi si ritrova sempre in relazioni in cui viene tradito, svalutato, abbandonato. Spesso riflette una posizione "io non sono ok, tu sei ok": la persona sceglie partner che confermano la sua indegnità, e ogni rottura diventa una prova in più di non meritare amore.

Il copione del rinunciatario appartiene a chi interrompe relazioni o progetti proprio quando cominciano a funzionare, vivendo una vita in potenziale. Può derivare da messaggi come "non meriti" o "non devi superare gli altri", trasmessi da genitori invidiosi, competitivi o svalutanti.

Il copione del compiacente appartiene a chi si adatta di continuo alle esigenze dell'altro e si perde nella relazione per paura del conflitto: "se dico no, non mi ameranno".

Il copione del ribelle appartiene a chi si oppone sistematicamente a ogni legame, autorità o stabilità, e dietro la ribellione nasconde la paura di essere controllato o annullato.

Di un altro copione, quello del traditore, parlo negli articoli sul tradimento. Nessuno di questi copioni è scelto consapevolmente: la persona li vive come un destino, ma sono ripetizioni di antiche strategie di sopravvivenza emotiva, una regia invisibile che seleziona i partner e conferma le paure.


La guarigione come uscita dal copione

L'AT si fonda su un modello decisionale: è il bambino che decide le sue strategie, anche se ha capacità limitate ed è sotto l'influenza dei genitori. E proprio perché ognuno ha deciso da sé il proprio piano di vita, ha anche il potere di cambiarlo, in qualsiasi momento, tanto più da adulto. Ciò che sembrava una verità sulla vita, visto con gli occhi di un bambino, oggi potrebbe non esserlo più.

Il cambiamento richiede una comprensione profonda dei messaggi e degli schemi appresi, il riconoscimento dell'utilità che hanno avuto, e poi una decisione attiva e consapevole di sostituirli: la ridecisione. È un processo emotivo, cognitivo e comportamentale che porta l'adulto a riscrivere il proprio ruolo nel mondo. Solo così il cambiamento è reale e duraturo. Berne diceva che il terapeuta non guarisce nessuno, ma aiuta la persona a rimettere in moto il proprio potenziale di autoguarigione.

L'autonomia dal copione si riconosce dal recupero di tre capacità. La consapevolezza: stare in contatto con il presente senza farsi condizionare dalle esperienze passate. La spontaneità: affrontare le situazioni scegliendo liberamente tra tutte le sensazioni, i pensieri e i comportamenti possibili, usando tutti e tre gli stati dell'Io. L'intimità: condividere liberamente emozioni e pensieri con un'altra persona, dando e ricevendo affetto. Uscire dal copione significa pensare, sentire e agire in relazione diretta alla realtà del qui e ora, invece che secondo una reazione già scritta. Il copione non è una condanna, è una traccia, e ogni traccia può essere riscritta.