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Confidarsi con l'intelligenza artificiale: cosa può dare e cosa no

Sono le undici e quaranta di sera. Hai appena litigato con il tuo compagno, lui si è chiuso in camera, tu sei sul divano con il telefono in mano. Non vuoi chiamare un'amica a quest'ora, non vuoi sembrare quella che si lamenta sempre. Apri un'app di intelligenza artificiale e scrivi quello che è successo. In pochi secondi arriva una risposta gentile, comprensiva, articolata. Ti senti un po' meglio.

Succede a milioni di persone, ogni sera. Ed è una delle trasformazioni più veloci nel modo in cui cerchiamo conforto. Vale la pena fermarsi a guardarla con calma, senza demonizzarla e senza farsi incantare.


Un fenomeno già enorme

I numeri dicono che non si tratta di una curiosità per pochi. Un'indagine di Common Sense Media pubblicata nel 2025 su un campione rappresentativo di adolescenti americani tra i 13 e i 17 anni ha trovato che il 72% aveva usato almeno una volta un "compagno" basato sull'intelligenza artificiale, e il 52% lo faceva regolarmente. Circa un terzo aveva parlato di questioni serie con l'IA invece che con una persona. Un terzo trovava queste conversazioni soddisfacenti quanto quelle con gli amici, o di più.

Non riguarda solo i ragazzi. L'American Psychological Association, nel novembre 2025, ha pubblicato un documento ufficiale sull'uso dei chatbot per la salute mentale, osservando che il supporto emotivo è diventato uno degli usi più comuni di questi strumenti. In studio, sempre più spesso, i pazienti mi raccontano di aver "chiesto a ChatGPT" prima di parlarne con me.


Perché ci attira così tanto

Capire perché funziona è importante, perché non è un capriccio. L'intelligenza artificiale offre alcune cose che le relazioni umane non sempre riescono a dare.

È sempre disponibile, alle tre di notte come la domenica pomeriggio. Non si stanca, non si annoia, non ha una giornata storta. Non giudica, o almeno non sembra farlo, e quindi si possono dire cose di cui ci si vergogna. Non bisogna preoccuparsi di disturbare, di essere un peso, di dover ricambiare. Risponde subito, con parole ordinate, e a volte aiuta a mettere in fila pensieri confusi.

Per qualcuno è anche un primo passo. Scrivere a una macchina "credo di essere depresso" può essere più facile che dirlo a un familiare. E a volte da lì nasce il coraggio di parlarne con una persona.

Tutto questo è reale. Ma ogni pregio, guardato da vicino, ha un rovescio.


Quello che una macchina non può dare

Un chatbot non ti conosce. Non ricorda davvero chi eri sei mesi fa, non vede il tuo viso quando dici "sto bene", non sente la voce che trema. Lavora solo sulle parole che scrivi, e chi soffre spesso non trova le parole giuste per dire quello che prova.

Tende a darti ragione. L'APA lo sottolinea esplicitamente: molti chatbot sono costruiti per confermare e assecondare l'utente, mentre un terapeuta è formato a sostenere e, quando serve, a mettere in discussione. Dopo un litigio, sentirsi dire che hai ragione fa piacere. Ma non ti aiuta a capire la tua parte, né a vedere quella dell'altro.

Non rischia niente. Quando un amico ti ascolta alle undici di sera, sta scegliendo te tra altre cose che potrebbe fare. Questa scelta è parte del conforto. Nell'Analisi Transazionale si parla di carezze, le unità di riconoscimento di cui ci nutriamo. Le carezze dell'IA sono infinite e gratuite, e proprio per questo nutrono poco: non arrivano da qualcuno che ti ha scelto.

Non può gestire una crisi. L'APA avverte che, nelle situazioni di emergenza, la capacità di questi strumenti di guidare una persona in modo sicuro è limitata e imprevedibile, e che ci sono stati casi di interazioni dannose con persone vulnerabili.

E c'è la questione della riservatezza. Le conversazioni con un chatbot vengono raccolte e conservate da aziende private, con regole spesso poco chiare. Quello che diresti al tuo psicologo è protetto dal segreto professionale. Quello che scrivi a un'app, non nello stesso modo.


Il rischio della dipendenza

Nel 2025 OpenAI e il Media Lab del MIT hanno pubblicato due ricerche sul legame tra l'uso di ChatGPT e il benessere emotivo. Una analizzava quasi 40 milioni di conversazioni, l'altra seguiva per quattro settimane circa mille persone. Il risultato più discusso: chi usava di più il chatbot riferiva più solitudine, più dipendenza emotiva e meno tempo passato con altre persone. Il rischio era maggiore in chi tendeva a legarsi emotivamente e in chi si fidava molto dell'IA.

Gli stessi ricercatori invitano alla prudenza: è una correlazione, non una prova di causa. Non sappiamo se l'uso intenso renda più soli o se le persone più sole tendano a usarlo di più. Probabilmente entrambe le cose. Ma il meccanismo che temo di più, da clinico, è questo: una relazione senza attriti rende più faticose quelle vere. Le persone in carne e ossa si stancano, fraintendono, a volte rispondono male. Se mi abituo a un interlocutore che non lo fa mai, il confronto con gli altri diventa sempre meno attraente. E più lo evito, più mi sento solo.


Perché non sostituisce una psicoterapia

In psicoterapia le tecniche contano, ma la ricerca ripete da decenni che uno dei fattori più importanti per il cambiamento è la relazione tra paziente e terapeuta. Sentirsi visti da un'altra mente, nel tempo. Sperimentare che qualcuno resta anche quando mostri le tue parti peggiori. Attraversare un malinteso e ripararlo. Sentirsi dire, con rispetto, una cosa che non volevi sentire.

Nessuna di queste esperienze può avvenire con una macchina, per quanto le sue risposte siano ben scritte. Anche l'APA è chiara su questo punto: i chatbot e le app di benessere non devono essere usati come sostituto di un professionista qualificato. Al massimo possono affiancare un percorso terapeutico già in corso.


Quando può essere utile

Non tutto è da buttare, e non ha senso dirlo. L'intelligenza artificiale può essere uno strumento ragionevole per cercare informazioni generali su un disturbo, per mettere ordine nei pensieri prima di parlarne con qualcuno, per preparare le parole di una conversazione difficile, per tenere una sorta di diario. Alcuni pazienti la usano tra una seduta e l'altra per annotare quello che succede e poi portarlo in studio. Va bene, purché resti un ponte verso le persone e non un rifugio che le sostituisce.