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Il ciclo ansia-panico: il modello S.P.E.C.

Molte persone che si rivolgono a me per ansia o attacchi di panico non si rendono conto che sono le loro percezioni, il loro stile di pensiero e le strategie che usano a determinare l'attacco. L'arrivo, la gestione e la scomparsa dei sintomi sono in loro potere, ma non conoscono il meccanismo, né gli errori da evitare. Per questo in seduta spiego un mio modello del ciclo ansia-panico. Prende spunto da teorie già esistenti, come il modello ABC di Albert Ellis, con alcune varianti.

Ho notato che già comprendere il funzionamento fa sentire meglio e dà motivazione: si scopre di poter avere potere sul proprio disagio. Insieme alla gestione, però, conta la comprensione del perché: dove e quando la persona ha imparato a funzionare così, e soprattutto a cosa le serviva allora un modello che oggi è disfunzionale.

L'ho chiamato S.P.E.C., acronimo dei quattro passaggi del meccanismo: situazione, pensiero, emozione, comportamento. Ha anche il vantaggio di ricordare un noto prosciutto, e quindi si ricorda facilmente.


S, la situazione

Sono situazioni o eventi, reali o immaginari: andare al lavoro, guidare, stare con gli altri, momenti in cui bisogna dire ciò che si pensa o si sente. Per lo più sono eventi comuni, problemi quotidiani vissuti come stressanti. La reazione d'ansia raramente compare davanti a situazioni davvero gravi, perché lì si agisce senza pensarci troppo. L'ansia si lega a eventi minori o a situazioni immaginate.


P, il pensiero

I pensieri influenzano il modo in cui ci si sente. Spesso si tratta di persone che hanno dovuto imparare a controllare gli eventi, a darsi da fare, a prevedere l'andamento delle cose per far fronte alla paura di non farcela o di essere giudicate male. Spesso bambini non contenuti nelle loro paure, o cresciuti molto da soli, a cui nessuno ha insegnato a stare nel qui e ora e a fidarsi delle proprie capacità. Ne nasce un pensiero previsionale, pessimistico.

Non possiamo prevenire gli eventi, ma possiamo influenzare il modo in cui li interpretiamo e riconoscere se un pensiero ci è utile o no. Una domanda semplice a cui molti miei pazienti non sanno rispondere è: "che cosa pensavi poco prima di sentirti male?". Di solito sorvolano e raccontano le sensazioni. Le persone prestano poca attenzione a ciò che pensano, eppure i pensieri hanno un'influenza enorme sulla salute psicofisica.


E, l'emozione

La mente non distingue tra problemi reali e problemi immaginati. Quando percepisce una minaccia ci spaventiamo: sono emozioni spiacevoli ma utili, perché ci allertano. Il simpatico si attiva, salgono gli ormoni dello stress e compare la reazione di attacco-fuga: tachicardia per mandare il sangue agli arti, a volte il bisogno di evacuare per correre più leggeri, confusione mentale per reagire invece di valutare. L'ansia è utile, ma è stupida: non distingue un pericolo vero da uno falso.

Molte delle persone che seguo tendono a pensare che stia per accadere qualcosa di imprevisto, negativo o difficile. Sono pensieri così sottili da passare inosservati, ma innescano l'allarme in modo automatico, apparentemente senza motivo. Poi tremori, soffocamento, confusione, vertigini e tachicardia vengono letti come la conferma del pericolo che si cercava di evitare. L'attenzione si chiude sui sintomi, e i pensieri trovano conferma: "è proprio vero che in questa situazione non me la cavo, potrei impazzire, morire". Più pensieri, più paura, più ansia.


C, il comportamento protettivo

Tutto sembra così fuori controllo che l'unica cosa che dà sollievo è allontanarsi dalla situazione, evitarla, chiudersi. Ed è qui che si nasconde l'altro inganno. Evitando, l'equilibrio torna e i sintomi rientrano. Siccome tensione e rilassamento sono antagonisti, la persona impara che quella situazione produce ansia e che l'evitamento produce benessere. Si crea un collegamento che limita la vita: a quello stimolo segue la fuga, e alla fuga la calma. Ma intanto non si è imparato a gestire né i pensieri né i sintomi. Anche i farmaci, se usati da soli, mettono i sintomi in un angolo senza risolvere il problema.


Come si spezza il ciclo

Bisogna ricollegare la situazione temuta a una sensazione di padronanza e benessere. Richiede lavoro e tempo, e si muove su più livelli.

All'inizio si lavora sulla gestione degli attacchi. Le tecniche di respirazione, usate proprio nei momenti critici, creano col tempo una nuova connessione: se riesco, anche con fatica, a indurre calma in una situazione che temo, quella situazione smette di essere legata solo all'allarme. Una tecnica molto usata è la respirazione 4-7-8 proposta dal medico Andrew Weil. L'ipnosi è un altro strumento prezioso in questa fase.

Poi si lavora sulle convinzioni, per far crescere un pensiero adulto, realistico, al posto delle fantasie del bambino spaventato che ciascuno porta dentro. Si cambia il dialogo interno, lo si rende meno rigido e pessimista. Si fa emergere, in modo onesto, il patrimonio di risorse che la persona ha già usato in passato e che magari non si riconosce.

Infine c'è un lavoro più profondo, anche regressivo: rinforzare il Genitore affettivo interiore, perché la persona impari a rassicurarsi da sola se nell'infanzia non ha avuto una figura da cui apprendere questa capacità, e ripercorrere la propria storia per capire come si è arrivati a sviluppare il disturbo.