Perché ci si deprime: cause, bisogni negati e il senso del sintomo
La depressione è stata chiamata il male oscuro anche perché le sue cause non sono sempre evidenti. Molti miei pazienti dicono di sentirsi depressi senza una ragione: non trovano nella loro vita un evento che spieghi l'apatia, la tristezza, l'angoscia. Concludono di essere fatti così, e si convincono di non poter guarire. Non sapere da dove venga il malessere produce un profondo senso di impotenza e l'idea di poter solo prendere farmaci a vita. Capire, invece, dà un senso a ciò che accade e restituisce un po' di controllo.
Un disturbo con molte cause
La depressione è multicausale. Ci sono fattori biologici: la familiarità, il funzionamento di alcune strutture cerebrali, l'equilibrio di neurotrasmettitori come serotonina, noradrenalina e dopamina. Ci sono fattori psicologici: la struttura di personalità, un'idea negativa di sé, la bassa autostima, la tendenza al pessimismo e all'autocritica, la capacità di riconoscere e usare le proprie risorse davanti ai problemi. E ci sono fattori sociali: la presenza o l'assenza di sostegno da parte di amici e familiari, le condizioni di lavoro ed economiche, la solitudine, che negli anziani è una causa importante.
Anche l'infanzia conta. Una revisione di 47 studi condotta nel 2002 da Rena Repetti, Shelley Taylor e Teresa Seeman, ricercatrici dell'Università della California, ha mostrato che chi cresce in famiglie molto conflittuali sviluppa da adulto più problemi di salute rispetto a chi cresce in un clima sereno. E un lutto il cui processo di elaborazione è stato evitato o rimandato può diventare, anni dopo, una depressione.
La goccia che fa traboccare il vaso
Quando qualcuno mi dice di essere depresso senza motivo, di solito un motivo c'è, ma non è uno solo. C'è quasi sempre un fattore scatenante, a volte così piccolo da passare inosservato, che arriva dopo una serie di situazioni deludenti in cui la persona si è sentita impotente, su un terreno già predisposto. Su questo terreno anche un cambiamento di stagione o del clima può bastare. Nelle forme ricorrenti, poi, si è consolidato un modello di risposta depressiva che può attivarsi con qualunque evento, e diventa difficile risalire al fattore scatenante dell'ultima crisi.
Un errore frequente, da parte di chi ne soffre e di chi gli sta vicino, è confondere tristezza e depressione. La tristezza è una risposta a una circostanza o a un pensiero negativo. La depressione include la tristezza ma va oltre, e non è un semplice problema reattivo: per questo non sempre si trova una causa esterna che la giustifichi.
I bisogni negati
Spesso alla base della depressione ci sono bisogni emotivi e fisici rimasti insoddisfatti: il bisogno di sicurezza, di dare e ricevere attenzione, di autonomia e di poter fare scelte libere, di intimità e di essere accettati incondizionatamente dalla persona amata, di appartenere a un gruppo con un ruolo chiaro, di sentirsi competenti, di dare un senso e uno scopo alla vita, di essere rispettati. Molte persone vivono la propria depressione senza sapere di cosa avrebbero davvero bisogno, e cercano di riempire il vuoto con psicofarmaci, alcol o altre sostanze. È difficile non deprimersi se si è isolati o se non si ha la possibilità di realizzare qualcosa di proprio. Quando invece si riconosce l'importanza dei propri bisogni e si comincia ad andare loro incontro, invece di adattarsi a una vita di rinunce, l'umore migliora.
Il senso della depressione
Ognuno di noi è unico, ma tutti condividiamo bisogni simili e la capacità di soddisfarli. Non sempre però ci riusciamo. Per molte ragioni i bisogni personali finiscono sepolti sotto una fila di doveri, regole e divieti appresi con l'educazione, così radicati da sembrare indiscutibili. Quando un bisogno importante (l'amore, il rispetto, il riconoscimento, l'intimità, l'appartenenza, la sicurezza, la cura) resta insoddisfatto nonostante gli sforzi, abbiamo tre strade: cambiare ambiente per cercarne uno che lo sostenga, rinunciare al bisogno, oppure reprimerlo.
Se il bisogno è fondamentale, reprimerlo non basta a farlo sparire. La sua mancanza lascia un doloroso promemoria sotto forma di sintomi. In questa prospettiva la depressione è il modo in cui togliamo dalla consapevolezza il dolore per l'assenza di qualcosa di essenziale. Non è un malessere casuale: è il dolore per un'assenza.
Possiamo seguire il percorso di un bisogno in cinque tappe. Prima il bisogno affiora: lo sentiamo come sensazione fisica, come immagine che ritorna, come difficoltà di concentrazione, senza ancora capire di cosa si tratti; se lo neghiamo, compaiono sensazioni di vuoto o di intorpidimento. Poi ne diventiamo consapevoli, e se resta insoddisfatto arrivano dolore, delusione, difficoltà di pensiero, indecisione. Poi il corpo si attiva per soddisfarlo; ma se nell'infanzia quel bisogno è stato frustrato più volte a causa di doveri e divieti, la negazione si estende agli altri contesti, e l'energia mobilitata, che deve pur andare da qualche parte, si trasforma in umore depresso, insonnia o sonno eccessivo, agitazione o rallentamento, stanchezza. Poi, di solito, si agisce nell'ambiente: si cerca da mangiare, si inizia una conversazione, si chiede aiuto. Ma se si è convinti che nessuna azione potrà fare la differenza, non si agisce. Non necessariamente perché l'ambiente sia indisponibile, ma perché si ricordano le delusioni passate e si sceglie, spesso senza saperlo, di non rischiare altro dolore: è qui che compaiono la perdita di interesse e il ritiro. Infine, se il bisogno resta compresso, continua a premere e cambia il modo in cui la persona sta al mondo, fino al ritiro, alla disperazione, ai pensieri di morte.
La depressione ha anche una componente neurochimica, e mente e corpo si influenzano a vicenda. Ma vista così diventa anche una risposta intelligente e adattiva a un mondo che ha limitato le scelte. Capire quale sia il bisogno mancato è il primo passo verso la guarigione.
L'impotenza appresa
Molte persone depresse mostrano quella che Seligman ha chiamato impotenza appresa. Si sono sentite impotenti di fronte ad alcuni eventi del passato (un lutto, un fallimento, un abbandono) e continuano ad agire come se lo fossero sempre, anche quando le situazioni sono cambiate. È come un uccellino rimasto chiuso in gabbia per anni: il giorno in cui la porta resta aperta non vola via, perché ha imparato che non si può.
I doppi legami
A volte ci si deprime perché ci si sente senza via d'uscita: si ha bisogno di qualcosa per sé (del tempo, una passione, un obiettivo personale) e si è convinti che questo bisogno sia in contrasto con quello di un familiare, che perseguirlo significhi arrecare dispiacere. Si vive allora in uno stato costante di autolimitazione. In realtà, quasi sempre, un margine di movimento c'è. Il doppio legame può nascere anche quando l'umore depresso di un membro della famiglia condiziona gli altri: pessimismo e disfattismo si diffondono a macchia d'olio. In questi casi serve mettere confini, per non subire il negativismo altrui.
Lo stile di vita e il sonno
La depressione è legata anche alla trascuratezza dei bisogni fisici. Poche ore di sonno per impegni di lavoro e famiglia, stress elevato, cattiva alimentazione (una dieta molto ricca di zuccheri, per esempio, fa oscillare l'umore), scarso movimento aumentano l'esaurimento fisico e mentale e rendono più facile scivolare in pensieri negativi.
Anche il sonno cambia. Nelle persone depresse la fase REM, quella dei sogni, arriva prima e occupa più spazio, mentre si riduce il sonno profondo, il più ristoratore. Per questo il sonno è spesso agitato e ci si sveglia stanchi. Secondo alcuni autori la mente, impegnata di giorno in un rimuginio continuo alla ricerca di soluzioni, continua a lavorare anche di notte. Ridurre il rimuginio, affrontando le situazioni o imparando a preoccuparsi meno, aiuta anche il riposo.
La depressione come ribellione
C'è infine una lettura esistenziale che trovo molto utile. Insoddisfazione e disagio sono segnali che arrivano da dentro e chiedono di essere ascoltati, per cambiare una situazione che ci limita o cercare nuovi scenari. Il disagio è un invito a crescere. Quando questo invito viene ignorato o non trova risposta, la persona si sente vittima dei propri problemi e della vita.
Davanti a qualcosa che ci sta stretto possiamo ribellarci in modi diversi. Possiamo dichiarare in modo assertivo il nostro disaccordo e fare scelte diverse. Possiamo reagire in modo aggressivo. Oppure possiamo rivolgere contro noi stessi il disagio, ciò che in psicologia si chiama retroflessione. La depressione appartiene a quest'ultimo caso: la persona smette di lottare con il mondo esterno, si arrende e perde interesse per tutto. È una ribellione passiva, un ritiro dalla vita.
Spesso chi è depresso lascia che siano la società, la famiglia, le circostanze a definire i suoi bisogni. Svaluta le proprie necessità e si adatta a situazioni che non desidera. Non si nasce depressi: lo si diventa, anche perché nell'infanzia si sono sviluppati aspetti passivi della personalità che impediscono di affermarsi. Gli stessi farmaci, se usati da soli, e le dipendenze (dal gioco, dal cibo, dall'alcol, dalle droghe) possono diventare forme di questa ribellione passiva: modi per intorpidire il dolore senza risolverlo. Intanto la persona spreca enormi quantità di energia per restare in equilibrio dentro una vita che non sente sua, fino alla freddezza emotiva, alla solitudine, alla depressione cronica.
Per questo la cura non può fermarsi al contenimento dei sintomi, con farmaci o rimedi naturali, che pure danno sollievo. Richiede un lavoro di valorizzazione di sé e dei propri bisogni, fino all'autoaffermazione. La guarigione passa dal tornare ad ascoltarsi e dal fare scelte di ribellione attiva rispetto a una vita preconfezionata da altri. È la sfida più grande: riconoscere il desiderio rimasto insoddisfatto e mettere energia per realizzarlo.
