Cambiare: motivazione, abitudini, procrastinazione

Le fasi del cambiamento
Gli psicologi James Prochaska e Carlo DiClemente, studiando le persone alle prese con dipendenze da alcol, droghe e fumo, hanno individuato le fasi che si attraversano prima di arrivare a cambiare un'abitudine. Il loro modello transteorico vale per qualsiasi cambiamento, e sapere in quale fase ci si trova aiuta a capire di che tipo di aiuto si ha bisogno.
Precontemplazione. La persona non pensa ancora di cambiare perché non vede il problema, o ne minimizza l'importanza e pensa che gli altri esagerino. DiClemente descrive quattro ragioni tipiche: riluttanza, per inerzia o scarsa consapevolezza; ribellione, verso chi dice che cosa fare; rassegnazione, dopo troppi tentativi falliti; razionalizzazione, quando si è concluso che restare così conviene o che il problema è degli altri.
Contemplazione. La persona riconosce il problema e comincia a considerare il cambiamento, ma è molto ambivalente: in bilico tra restare e muoversi. Si informa, valuta, soppesa. Chi in questa fase si rivolge a uno psicoterapeuta spesso fa una richiesta esplorativa. Il lavoro utile è aiutare a definire il problema, i pro e i contro del cambiamento, ciò che impedisce di cambiare da soli.
Preparazione o determinazione. La persona decide. I dubbi non sono spariti, ma la volontà di stare meglio prevale. Si prepara un piano realistico: quali competenze servono, quali ostacoli si prevedono, quali risorse ci sono già.
Azione. Si mette in pratica il piano, con un accordo chiaro e concreto sul cambiamento desiderato. Man mano che si vedono i primi risultati, la fiducia cresce.
Mantenimento. Il cambiamento va consolidato nel tempo, costruendo nuovi modi di pensare, comportarsi e gestire le emozioni. I vecchi schemi possono ripresentarsi, e le ricadute sono normali. Spesso aiutano a riconoscere i propri punti deboli e a rafforzare la determinazione.
Conclusione. I vecchi comportamenti non si ripresentano più, la persona sa gestire i propri sintomi e riconosce gli stimoli che potrebbero riattivarli.
Perché è così difficile cambiare abitudini
Chi ha provato a smettere di abbuffarsi, di fumare, di bere, di passare ore ai videogiochi o su certi siti sa che modificare un'abitudine è un processo lungo, e che a volte un comportamento sembra compulsivo, come se non si potesse resistere all'impulso pur avendo ottimi motivi per smettere.
Il motivo è che queste abitudini si mantengono attraverso il rinforzo. Il comportamento produce un effetto gratificante, una sensazione di piacere, calma o conforto, e questo effetto spinge a ripeterlo. Spesso tutto comincia come un modo per gestire lo stress: dopo una giornata difficile al lavoro si mangia, si beve, si fuma, e ci si sente subito meglio. Con la ripetizione il cervello impara ad associare lo stress a quel comportamento, e le connessioni neurali che legano la sensazione, l'azione e l'effetto si rafforzano. Col tempo il comportamento si estende ad altre situazioni di disagio, una lite di coppia, un lutto, la noia, fino a non sapere più nemmeno quale bisogno si stia cercando di soddisfare. Non cedere significa resistere a segnali potenti che il cervello è stato addestrato a seguire.
La buona notizia è che il cervello si può riaddestrare. Il primo passo è capire quale bisogno quel comportamento soddisfa e trovare modi alternativi e più sani di rispondervi. Ripetere lo stesso comportamento davanti allo stesso stimolo rafforza i vecchi percorsi; impegnarsi in attività nuove ne crea di nuovi. All'inizio non sarà naturale né gratificante, e ci si sentirà a disagio: fa parte del processo. Anche l'ipnosi può essere d'aiuto, perché permette di lavorare sul bisogno che sta sotto il comportamento con meno resistenze. Con pazienza e perseveranza, i nuovi comportamenti diventeranno abituali quanto quelli che si vogliono lasciare.
Il ciclo della procrastinazione
Procrastinare significa rimandare ciò che è importante per fare cose che lo sono meno e che danno un piacere momentaneo. Le ragioni sono tante: la paura di fallire, di lasciare il certo per l'incerto, di perdere qualcosa. Spesso sotto ci sono emozioni ambivalenti e confusione su ciò che si desidera davvero. Chi procrastina tende a percorrere sempre lo stesso ciclo:
impegno: si decide di fare qualcosa e ci si sente entusiasti e fiduciosi;
apprensione: emergono dubbi e paure sulle conseguenze, l'ottimismo cala, ma il fatto che sia ancora tutto "nella testa" tranquillizza;
inazione: il tempo passa, si trovano scuse, ci si sente frustrati e irritabili;
speranza: ci si dice che c'è ancora tempo, che si sta solo aspettando il momento giusto, e questo calma l'ansia; in realtà è evitamento;
disillusione: ci si accorge dell'autoinganno e ci si arrabbia con se stessi;
giurament*: si promette che la prossima volta sarà diversa. Ma se il problema è serio, la volta dopo il ciclo si ripete.
Per spezzarlo bisogna cambiare la sequenza. Dopo la fase dell'impegno, che resta la stessa:
fare un piano d'azione con passi concreti, risorse necessarie e scadenze;
prevedere le proprie resistenze: quali sono le distrazioni e le scuse abituali? L'obiettivo è davvero mio o sto compiacendo qualcuno? Che vantaggio ho a restare fermo? Che cosa succede se riesco? E se fallisco, nel peggiore dei casi, che cosa succede?
confrontarsi con le emozioni: paura del fallimento, scarsa motivazione, autocritica. Che cosa renderebbe il percorso più facile? Quali risorse ho usato in altre occasioni?
dare priorità al risultato più che al bisogno di placare l'ansia, e agire anche solo per pochi minuti. Un piccolissimo passo dà più senso di controllo di un grande passo che spaventa e non viene mai fatto;
ripetere fino al traguardo. Se si regredisce, si riprende subito, senza fermarsi a rimuginare sul fallimento.
Come mantenere la motivazione
La motivazione è alta all'inizio di un progetto e poi tende a calare, lasciando spazio a scoraggiamento e distrazioni. Alcuni accorgimenti aiutano a tenerla viva.
Piccoli obiettivi. Se vuoi correre una maratona, comincia con pochi minuti; se devi studiare, fai sessioni di 15-20 minuti con brevi pause.
Festeggiare i progressi e annotarli, per non guardare solo ciò che manca.
Un piano con una data vicina, una o due settimane, e sotto-obiettivi quotidiani.
Contenere le distrazioni. Quando ti accorgi di distrarti, concediti una ventina di secondi per decidere consapevolmente se mollare o tornare al compito.
Organizzare lo spazio: promemoria visibili, materiali a portata di mano, lontano telefono e telecomando.
Ascoltarsi senza rinunciare. Se non hai voglia, riduci l'obiettivo: comincia per mezz'ora e poi decidi.
Parlarsi in modo incoraggiante: "posso farlo", "questo è importante per me". Trasformare i "devo" in "voglio".
Immaginarsi a obiettivo raggiunto e sentire nel corpo la soddisfazione.
Evitare i confronti, che sminuiscono.
Non scoraggiarsi per una giornata persa: l'importante è che un giorno di distrazione non ne faccia perdere due.
Grinta
La psicologa Angela Duckworth ha reso popolare il concetto di grit, grinta: l'unione di passione e perseveranza verso obiettivi a lungo termine, mantenuta per anni e non per settimane. Nelle sue ricerche la grinta prediceva, per esempio, chi avrebbe completato percorsi molto impegnativi, oltre a ciò che spiegavano il talento o il quoziente intellettivo. Va detto che l'intelligenza resta uno dei predittori più solidi del successo scolastico e lavorativo, e che studi successivi hanno ridimensionato il peso della grinta, che si sovrappone molto alla coscienziosità. Ma l'idea di fondo è preziosa: il talento senza costanza porta poco lontano.
Le qualità che compongono la grinta sono il coraggio, inteso come capacità di agire nonostante la paura; la coscienziosità, cioè l'attenzione, l'organizzazione e la cura nel portare a termine le cose; la perseveranza, che non è solo durare ma esercitarsi con un obiettivo; la resilienza, la capacità di riprendersi dagli insuccessi, spesso accompagnata da senso dell'umorismo; e la passione, un senso profondo di scopo che orienta le scelte.
Uscire dalla zona di comfort
La maggior parte di noi si comporta allo stesso modo giorno dopo giorno: stesse persone, stesse strade, stesse abitudini. È ciò che chiamiamo zona di comfort: un luogo prevedibile che dà sicurezza e senso di controllo. Il rischio è restarci intrappolati. I segnali sono la noia costante, la mancanza di motivazione e di entusiasmo, una stanchezza persistente, la perdita di curiosità, il pensiero ricorrente di come sarebbe la vita se fosse diversa.
Ci si muove quando la motivazione supera la paura. Qualche suggerimento: cominciare con un piccolo cambiamento, ricordando che si può sempre tornare indietro; pianificare i passi, perché un percorso segnato riduce la paura dell'incertezza; condividere con chi ci sta vicino il bisogno di cambiare; celebrare ogni cambiamento, anche quando il risultato non è quello sperato, perché si è comunque superata una paura; non lasciarsi dettare tempi e modi dagli altri. Si può avere paura di sbagliare, ma è più utile avere paura di stagnare.
