Le bugie: come riconoscerle e come reagire
Le bugie sono il modo più semplice per nascondere una verità che fa male, o qualcosa di cui ci si vergogna. La loro conseguenza più pesante è la perdita di fiducia. Le bugie più dolorose vengono dalle persone che amiamo. Quando scopriamo di essere stati ingannati iniziamo a diffidare, e se le bugie continuano la sfiducia può estendersi a tutto e a tutti.
Ma mentire fa male anche a chi mente. Chi deve sostenere una bugia vive più stress e più ansia, e alla lunga rischia di ritrovarsi solo, senza nessuno che si fidi di lui. Spesso la menzogna nasce da una bassa autostima: chi mente non riesce a mostrarsi per ciò che è.
Il bugiardo patologico
Il bugiardo patologico, o mitomane, mente in modo abituale, spesso senza un motivo evidente. Tesse una rete di storie plausibili che gli altri accettano senza sospetti, e lo fa per sentirsi meglio, per costruirsi un'immagine più accettabile. Non è un disturbo riconosciuto come tale dal DSM, ma la menzogna patologica si osserva più spesso in persone con disturbi di personalità borderline, narcisistico, istrionico e antisociale, e a volte accompagna una dipendenza, come il gioco d'azzardo o l'abuso di sostanze, che costringe a nascondere.
Alcuni segnali ricorrenti: grande abilità verbale, con cui affascina e altera la realtà; il bisogno di costruire un'immagine ideale di sé attraverso aneddoti e imprese; il piacere di stare al centro dell'attenzione; la capacità di inventare subito una nuova storia quando rischia di essere scoperto; racconti teatrali in cui il nucleo resta lo stesso ma i dettagli cambiano; storie di sventure per suscitare pena e cure; atteggiamenti diversi a seconda dell'interlocutore; disagio e reazioni difensive quando gli si fanno domande fuori dal copione; il bisogno di avere l'ultima parola. Spesso non sembra temere le conseguenze né provare colpa.
Il primo passo per cambiare è riconoscere il problema, e la maggior parte dei bugiardi patologici lo nega. Quando la persona è disposta ad ammettere la propria abitudine a mentire, la terapia può aiutarla a capire da dove nasce questo bisogno.
Gli occhi dicono la verità?
Si legge spesso che dai movimenti degli occhi si può capire se una persona sta mentendo. L'idea viene dalla Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), che negli anni Settanta propose gli "indicatori di accesso oculare". Secondo questo modello lo sguardo che va in alto da un lato indicherebbe un ricordo visivo, dall'altro un'immagine costruita; lo sguardo laterale un suono ricordato o immaginato; lo sguardo in basso un'emozione o un dialogo interno. La PNL ne ricava anche l'idea che ognuno abbia un canale preferito, visivo, uditivo o cinestesico, riconoscibile dalle parole che usa: "vedo", "sento", "mi pesa".
È un modello che ho studiato e che in alcuni contesti, come la comunicazione o il lavoro sulle strategie di studio, può offrire spunti di osservazione. Ma va detto con chiarezza: le ricerche che lo hanno verificato, come quella di Richard Wiseman e colleghi del 2012, non hanno trovato alcuna relazione tra la direzione dello sguardo e la menzogna. Lo stesso vale per i "canali preferiti" nell'apprendimento, che non hanno conferme scientifiche. Nessun segnale del corpo, preso da solo, rivela una bugia. Al massimo possiamo notare un'incongruenza tra ciò che una persona dice e il modo in cui lo dice, e da lì fare domande.
Come reagire a una bugia
Scoprire una bugia scatena una tempesta di emozioni. Prima di decidere qualunque cosa, conviene fermarsi.
Ascolta ciò che senti: tristezza, rabbia, delusione. È una bugia che puoi lasciar passare o qualcosa che senti di non poter perdonare?
Rifletti su chi ti ha mentito. Non è la stessa cosa essere ingannati da un conoscente o da una persona che ami.
Considera l'intenzione. A volte si mente per proteggere qualcuno, non per manipolarlo. L'intenzione cambia molto.
Esprimi ciò che provi. Di' alla persona come ti senti e il danno che ti ha fatto, senza trattenerti.
Poi decidi. Puoi dare un'altra possibilità, oppure allontanarti. In entrambi i casi può aiutarti, quando sarai pronto, lavorare sul perdono, non come regalo all'altro ma come modo per non portarti dietro per anni il peso del rancore. Il perdono non si può forzare, e non significa dimenticare né tornare indietro. Significa scegliere di non vivere più dentro la sfiducia.
