Le parti di noi: blocchi, sabotatori, specchi

Quando ci sentiamo bloccati
A volte la vita scorre, altre volte è come se qualcosa dentro di noi avesse tirato il freno a mano. Desideriamo un cambiamento e restiamo immobili. Il blocco non è un nemico: è il punto in cui la nostra storia personale si fa sentire. Può manifestarsi su tre piani, spesso intrecciati.
Cognitivo. La mente gira a vuoto: "e se non sono capace? e se sbaglio? e se perdo quello che ho?". Più ci si pensa, meno si decide.
Emotivo. Una critica lieve ferisce come un attacco, oppure si vive un momento importante senza provare quasi nulla. L'emozione autentica viene sostituita da un'altra più gestibile.
Somatico. Tensioni, stanchezza improvvisa, mal di stomaco prima di un confronto difficile, sintomi senza una causa medica chiara.
In Analisi Transazionale, Robert e Mary Goulding hanno chiamato impasse la situazione di stallo in cui una parte di noi vuole andare avanti e un'altra ci trattiene. Il Bambino esprime un bisogno autentico, di autonomia, vicinanza, protezione; un messaggio genitoriale antico lo blocca ("non chiedere", "non fidarti", "non essere te stesso"); l'Adulto non riesce a mediare. È come premere insieme acceleratore e freno. Vuoi dire di no a una richiesta che ti pesa, ma una voce interna ti dice che non puoi deludere gli altri.
Quando ci si avvicina all'impasse, spesso si mette in atto un movimento automatico per non sentirne il peso: ci si rifugia nei pensieri spiegandosi razionalmente perché non si dovrebbe stare male; si prova un'emozione al posto di un'altra, arrabbiandosi per un dettaglio quando sotto c'è paura; oppure il corpo prende il sopravvento con un mal di testa improvviso proprio prima di affrontare un tema delicato. Non è resistenza: è un gesto di protezione imparato da piccoli. Il blocco mostra dove ci siamo fermati, l'impasse perché, e questi movimenti come cerchiamo di non sentirlo. Riconoscerli permette di trattarsi con più gentilezza.
I sabotatori
Shirzad Chamine, nel modello della Positive Intelligence, chiama sabotatori gli schemi mentali automatici che nascono come strategie di protezione e che da adulti diventano rigidi e controproducenti. Ne descrive diversi; ne presento alcuni che riconosco spesso nei miei pazienti.
Il Giudice. La voce che, dopo un lavoro finito o una conversazione difficile, arriva puntuale: "potevi fare meglio", "chissà che cosa pensano davvero". Non è mai soddisfatta. Nasce spesso in contesti in cui l'errore costava caro, e giudicarsi era un modo per anticipare il giudizio degli altri.
Il Controllore. Vuole tenere tutto sotto controllo, dettagli, tempi, persone. Dà sicurezza all'inizio, ma crea tensione: sotto c'è la convinzione che "se mollo, qualcosa andrà storto".
Il Compiacente. Dice sì quando vorrebbe dire no, si adatta per non creare problemi. Ha imparato che l'accettazione passa dal non deludere, ma i bisogni inascoltati si trasformano in stanchezza e frustrazione.
L'Iper-realizzatore. Il più premiato socialmente: spinge, ottiene risultati, ma non si ferma mai, e ogni traguardo dura poco.
L'Iper-vigile. Vive come se qualcosa di brutto potesse sempre succedere. È attento e responsabile, ma raramente rilassato.
L'Iper-razionale. Usa la mente per tenere tutto in ordine e trasforma ogni situazione emotiva in un problema da risolvere, a costo di creare distanza nelle relazioni: a volte non serve una soluzione, serve essere sentiti.
La Vittima. Porta con sé la sensazione che le cose accadano sempre contro di lei, spesso radicata in esperienze in cui davvero c'era poco controllo. Il rischio è che ogni difficoltà confermi la stessa storia.
Nessuno di questi sabotatori è "sbagliato": ciascuno ha avuto una funzione. Riconoscerli quando si attivano apre uno spazio tra lo stimolo e la risposta, e in quello spazio diventa possibile non seguirli in automatico.
Il Sistema Familiare Interiore
"Una parte di me vuole cambiare, un'altra ha paura." Lo psicoterapeuta americano Richard Schwartz ha costruito su questa esperienza comune un modello terapeutico, l'Internal Family Systems. La mente non è un'identità compatta ma un sistema di parti, ciascuna con la sua voce, le sue emozioni e le sue intenzioni. Ci sono parti protettive, come il critico, il controllore, il perfezionista, il ribelle, e parti più vulnerabili, che portano le ferite del passato: paura, vergogna, bisogno d'amore. Al centro c'è il Sé, che non è una parte ma uno stato di coscienza calmo, curioso, compassionevole, presente, coraggioso, connesso. Non va costruito: va scoperto.
Il principio è tanto semplice quanto rivoluzionario: le parti non si combattono, si ascoltano. Quando una parte si manifesta con forza, con ansia, rabbia, perfezionismo, autosabotaggio, sta cercando di proteggerci da un dolore, con strategie nate quando eravamo piccoli. Pensiamo a una persona con una forte ansia da prestazione. Il suo perfezionista la spinge a non sbagliare mai. Avvicinandosi con curiosità, quella parte rivela una paura: "se sbagli, verrai rifiutata". Quella paura appartiene a una parte più giovane, che ha imparato che l'amore dipendeva dalla prestazione. Il Sé può rassicurare quella parte ferita, ringraziare il perfezionista per il suo impegno e proporre un nuovo equilibrio: "possiamo fare del nostro meglio e anche riposare; possiamo essere amati anche se imperfetti".
Due esercizi per cominciare. Il primo è una mappa: al centro di un foglio un cerchio che rappresenta il Sé, intorno i nomi delle parti che riconosci, con colori e simboli, e per ciascuna le domande "quando si attiva?", "che cosa vuole proteggere?", "di che cosa ha paura?". Il secondo è una conversazione: scegli una parte molto presente in questo periodo, chiudi gli occhi, respira, immagina di incontrarla e chiedile che cosa vuole per te, che cosa teme che succederebbe se smettesse di fare il suo lavoro, che cosa vorrebbe che tu sapessi di lei. Scrivi senza censura ciò che emerge. Non siamo rotti: siamo complessi.
La teoria dello specchio
Ti è mai capitato di provare per qualcuno, senza motivo apparente, una simpatia o un'antipatia immediate? Secondo quella che viene chiamata teoria dello specchio, queste reazioni possono rivelare aspetti nascosti di noi. Non è una teoria formalizzata, ma raccoglie idee della psicologia ben fondate. Il sociologo Charles Cooley, già nel 1902, parlava di "sé rispecchiato": ci vediamo in buona parte attraverso il modo in cui gli altri ci vedono e ci trattano. La psicoanalisi ha descritto la proiezione, il meccanismo con cui attribuiamo agli altri parti di noi che non riconosciamo, e Jung parlava dell'ombra, ciò che rifiutiamo di noi e che ci colpisce con forza quando lo vediamo fuori. Jacques Lacan, dal canto suo, ha descritto lo "stadio dello specchio", il momento in cui il bambino piccolo riconosce per la prima volta la propria immagine riflessa e comincia a formarsi un'idea unitaria di sé.
Applicata alla vita quotidiana, l'idea è questa: le qualità che ci colpiscono negli altri, in positivo o in negativo, possono dirci qualcosa su di noi. Un tratto che ci irrita può riflettere un aspetto di noi non accettato; una qualità che ammiriamo può essere una nostra potenzialità non ancora sviluppata; quando critichiamo con particolare accanimento, a volte parliamo delle nostre insicurezze. Se non sopporto l'egoismo del mio partner, posso chiedermi se non sto rifiutando una parte di me che vorrebbe pensare di più a se stessa, oppure se quel comportamento mi ricorda quanto poco ho imparato a mettermi al primo posto.
Va usata con buon senso: non tutto ciò che ci disturba negli altri è una proiezione, e a volte un comportamento è semplicemente sbagliato. Ma come domanda è preziosa. Quando reagiamo con forza a qualcuno, possiamo fermarci e chiederci: che cosa mi sta mostrando questa persona di me? Le critiche ricevute, invece di essere respinte in automatico, possono contenere qualcosa di vero. E le ferite emotive irrisolte tendono a farci vedere specchi ovunque: lavorarci permette di guardare gli altri con più compassione e meno reattività.
