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Il bisogno di relazioni: intimità, riconoscimento e apertura

Siamo creature sociali fin dalla nascita. A differenza di altri mammiferi non nasciamo autosufficienti: dipendiamo dai genitori non solo per il cibo, il calore e la protezione, ma per gli stimoli che creano connessioni nel cervello, per costruire un'identità emotiva stabile, per imparare la lingua, i comportamenti che ci proteggono dai pericoli e quelli che servono a stare con gli altri. Senza il sostegno di altri esseri umani un bambino non svilupperebbe il suo potenziale.


Tre tipi di fame

Eric Berne parlava di una vera e propria fame di relazioni, che ci spinge a cercare negli altri stimoli, sicurezza, contatto fisico, vicinanza emotiva e soddisfazione sessuale. La forma più profonda è la fame di intimità. Non ha a che fare con il sesso o con l'innamoramento: è quel processo in cui due persone, amici o partner, sono pienamente presenti e aperte l'una all'altra, nel qui e ora, con spontaneità. Per arrivarci bisogna abbassare le difese ed essere mossi dal desiderio di ascoltare l'altro con interesse vivo. Un legame davvero intimo regge anche alla rabbia e alla delusione, perché permette a ciascuno di esprimere ciò che sente nel rispetto di sé e dell'altro.

Accanto a questa ci sono la fame di riconoscimento, il desiderio di essere visti per ciò che siamo, rispettati e considerati, e la fame di struttura, il bisogno della mente di mettere ordine: organizziamo percezioni, attività, tempo, relazioni in categorie a cui diamo un nome, per non sentirci confusi. Le tre fami sono collegate: se una resta insoddisfatta, cerchiamo di compensare con le altre. Chi evita i legami intimi e si accontenta di rapporti superficiali, per esempio, può puntare tutto sul riconoscimento professionale o riempire la vita di impegni pur di non sentire il vuoto della solitudine.


Quando l'intimità fa paura

Se da un lato tutti cerchiamo un rapporto profondo in cui mostrarci senza essere giudicati, dall'altro un'apertura senza riserve può sembrare una minaccia. Dipende dalle esperienze relazionali vissute, a partire dal legame di attaccamento dell'infanzia. Chi ha avuto esperienze negative impara a proteggersi evitando i rapporti stretti o scegliendone di superficiali. Nei casi più marcati si strutturano stili di personalità evitanti, schizoidi o schizotipici, a seconda della forza della difesa contro l'intimità psicologica e fisica.

Alla base ci sono spesso esperienze precoci in cui la persona si è sentita criticata duramente, derisa, umiliata, in famiglia o a scuola. Oppure la crescita in famiglie chiuse, centripete, con genitori ansiosi che hanno messo troppo in guardia i figli dai pericoli del mondo, frenando la loro naturale spinta a esplorare e a socializzare. Anche una separazione dalla figura di accudimento vissuta con angoscia, anche breve, può minare la fiducia: da adulti si possono soffocare i bisogni di vicinanza per paura di essere lasciati soli di nuovo.


Quanto ci riveliamo: la finestra di Johari

Quando incontriamo qualcuno siamo disposti a rivelare alcune cose di noi e non altre. E a volte riveliamo, nostro malgrado, cose che non sappiamo di noi ma che gli altri colgono benissimo. Nel 1955 gli psicologi Joseph Luft e Harrington Ingham proposero uno schema, chiamato finestra di Johari dalla combinazione dei loro nomi, che aiuta a capire quanto ci conosciamo e quanto ci apriamo agli altri. Incrociando ciò che sappiamo di noi e ciò che gli altri sanno di noi, si ottengono quattro aree.

L'area aperta, o arena, contiene ciò che è noto a noi e agli altri: ciò che sappiamo di noi e mostriamo senza difficoltà né imbarazzo. Qui non ci sono scheletri nell'armadio. Più è ampia, più la conoscenza di sé è messa in relazione con gli altri in modo onesto.

L'area nascosta, o facciata, contiene ciò che sappiamo di noi ma non riveliamo, per vergogna o per sfiducia nella capacità degli altri di accoglierci: pensieri, sentimenti, desideri che ci farebbero sentire vulnerabili. Più è grande, maggiore è la diffidenza; se è contenuta, sappiamo fidarci e creare relazioni intime e genuine.

L'area cieca contiene ciò che gli altri vedono di noi e noi no: atteggiamenti involontari che chi ci osserva decifra benissimo. L'unico modo per conoscerla è il feedback degli altri, chiesto o ricevuto spontaneamente. Il confronto ci fa scoprire qualità e potenzialità che dal nostro punto di osservazione non riusciamo a vedere.

L'area ignota contiene ciò che non è noto né a noi né agli altri, l'inconscio, che si rivela all'improvviso in situazioni di grande intensità emotiva.

I rapporti formali avvengono soprattutto nell'arena. Quelli manipolativi combinano ciò che si rivela e ciò che si nasconde di proposito. All'inizio di una relazione l'arena è piccola e prevale la facciata: ci si rivela a poco a poco per verificare se ci si può fidare. Man mano che il legame cresce l'arena si allarga, e una relazione autentica è quella in cui trasparenza, apertura e onestà fanno dell'arena la finestra più ampia.