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Le radici della scarsa autostima

L'opinione che abbiamo di noi stessi si forma nella prima infanzia e trova conferme nell'adolescenza. Non nasciamo con un'idea di chi siamo, ma impariamo presto a chi dovremmo assomigliare. Nei primi anni la nostra identità si plasma come argilla tra le mani di chi ci accoglie. Non solo con le parole, ma con i silenzi, gli sguardi, le attese. È lì che intuiamo se siamo benvenuti o tollerati, se le nostre emozioni hanno diritto di cittadinanza o vanno nascoste sotto il tappeto. Le prime relazioni sono specchi, e come ogni specchio possono riflettere o distorcere.

La mente di un bambino è plasmabile e non sa ancora distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Vive gli eventi, li interpreta e, in base al suo temperamento, si forma un concetto di sé buono o cattivo. Da un lato c'è l'ambiente, con il ruolo dei genitori; dall'altro c'è la sua "scelta" inconsapevole di come reagire a ciò che accade intorno a lui. Conta anche l'età in cui certe esperienze vengono vissute e quanto durano: per questo persone cresciute in situazioni simili possono arrivare a esiti diversi.


La base sicura

Quando un bambino riceve dai genitori accettazione, incoraggiamento e rimandi positivi, può contare su una base solida da cui partire per esplorare il mondo e a cui tornare per condividere le esperienze e farsi rassicurare. Un genitore che incoraggia l'autonomia e le conquiste del figlio, e lo consola quando fallisce, fa crescere in lui la fiducia attraverso un amore incondizionato. Se invece uno o entrambi i genitori sono troppo critici ed esigenti, oppure iperprotettivi e ansiosi, il cammino verso l'indipendenza viene scoraggiato e il bambino può convincersi di essere incapace e inadeguato.


Quando il valore diventa una condizione

Se l'amore arriva solo quando siamo bravi, silenziosi, compiacenti, impariamo una lezione che nessuno ci ha mai detto a parole ma che si incide in profondità: valgo solo se soddisfo ciò che gli altri si aspettano da me. È una convinzione che non fa rumore ma orienta tutto, le relazioni, il lavoro, perfino il riposo. Non ci sentiamo amati per ciò che siamo ma per ciò che facciamo, e crescere diventa una corsa silenziosa per dimostrare di essere abbastanza.

Eric Berne, il padre dell'Analisi Transazionale, parlava di copione di vita: una storia inconscia che cominciamo a scrivere da bambini sulla base dei messaggi, spesso impliciti, che riceviamo. Se ci è stato fatto capire che l'amore va guadagnato, il nostro copione sarà quello del compiacente, del perfezionista, del salvatore. Recitiamo ruoli che non abbiamo scelto, ma che ci sembrano l'unico modo per essere accettati. La teoria dell'autodeterminazione di Edward Deci e Richard Ryan aggiunge un altro tassello: per sentirci vivi abbiamo bisogno di autonomia, competenza e relazioni significative. Se da piccoli abbiamo imparato che il nostro valore dipende da quanto siamo utili o bravi, la motivazione si ammala. Non agiamo più per desiderio ma per dovere, e la vita somiglia a un esame permanente in cui anche il riposo va meritato.


I fattori più comuni

Ci sono esperienze forti che lasciano il segno: le punizioni, la mancanza di riconoscimenti, la trascuratezza dei bisogni fisici, psicologici ed emotivi, l'abbandono, la solitudine. E ci sono altri fattori che possono far parte della storia di una persona.

La carenza di affetto. In una famiglia fredda, formale o punitiva, i genitori non sanno rassicurare il bambino quando ha paura né rispondere ai suoi bisogni. Chi vive presto l'abbandono e la trascuratezza impara a non fidarsi e, da adulto, tende a legami evitanti per paura di essere abbandonato di nuovo, con insicurezza, introversione e fuga dall'intimità.

L'ipercritica. Un bambino più criticato e corretto che riconosciuto nelle sue qualità impara a dubitare di sé e a muoversi in modo goffo tra gli altri.

Le aspettative. Alcuni genitori immaginano il figlio già durante la gravidanza. Quando il figlio reale non corrisponde a quello immaginato, lui lo avverte, anche indirettamente, e si sente una delusione, non amato per ciò che è. Accade anche quando i genitori cercano di fare del figlio un'estensione di sé, un mezzo per realizzare i propri obiettivi. La decisione inconscia, spesso, sarà compiacerli a scapito di sé.

Il confronto. Il paragone con gli altri, soprattutto con i fratelli più grandi che ovviamente sanno già fare più cose, può far sentire un bambino stupido. Ogni bambino ha i suoi tempi e le sue inclinazioni: c'è chi a quattro anni non disegna con precisione, e le osservazioni degli adulti o il confronto con i coetanei possono bastare per farlo sentire sbagliato.

L'aspetto fisico. L'adolescenza è il tempo dei cambiamenti del corpo e del confronto con i pari. C'è chi si sviluppa prima e in modo armonico, e chi vive il cambiamento lentamente e con dolore. Sentirsi diversi o brutti può dare un senso profondo di inferiorità, che si somma alla volubilità dell'umore tipica dell'età e porta all'isolamento.

Il bullismo e l'esclusione. Il gruppo di amici, i compagni di scuola, la squadra sono essenziali per sviluppare le abilità sociali. Ma il gruppo include alcuni ed esclude altri, e chi resta fuori o subisce vessazioni può sentirsi la pecora nera, invisibile, incompreso, a volte con una depressione silenziosa che sfugge agli occhi meno attenti.

L'abuso. Un bambino che subisce un abuso, fisico o psicologico, pensa sempre di aver fatto qualcosa di sbagliato e di meritarsi ciò che gli accade. In tenera età l'abuso avviene quasi sempre per mano di persone della cerchia ristretta: genitori, parenti, amici di famiglia, vicini.

Lo svantaggio economico e sociale, che può dare un complesso di inferiorità oppure, al contrario, un forte bisogno di riscatto.

E poi gli eventi dell'età adulta: la fine di una relazione, soprattutto dopo un tradimento, che porta a confrontarsi con chi ci ha sostituiti, con effetti pesanti per chi ha già conosciuto l'abbandono; il fallimento, la disoccupazione, il demansionamento, il mobbing, la precarietà, che possono far sentire incapaci soprattutto chi ha investito molto nel lavoro o sente di dover provvedere alla famiglia; la malattia cronica, che toglie serenità e libertà, e che può toccare anche l'autostima dei fratelli di bambini malati o disabili, quando si sentono, senza volerlo, messi in secondo piano.


Insicurezza e confronto

Nasciamo con un'inclinazione positiva verso la vita e un forte istinto di attaccamento alle figure primarie. Diventiamo insicuri soprattutto quando non abbiamo avuto genitori capaci di rassicurarci, magari perché erano essi stessi ansiosi. John Bowlby, con la teoria dell'attaccamento, ha mostrato che vicinanza, calore e riconoscimento sono bisogni fondamentali: se restano insoddisfatti, generano insicurezza e ansia.

Poi arriva il confronto. Già nella prima infanzia ci accorgiamo che altri bambini hanno qualità che noi non abbiamo: intelligenza, creatività, talento artistico, popolarità, parlantina. È una ferita per un io già provato. Questo modello di valutazione comparativa ci accompagna per tutta la vita: dividiamo le persone con etichette mentali (atletico, attraente, competente, simpatico) e ci confrontiamo per stabilire se siamo vincenti o perdenti, e cosa meritiamo. Le esperienze successive vengono rilette in modo da confermare l'idea negativa di sé. Se sono convinto di non essere amabile e mi adatto alla prima relazione che capita, quella relazione andrà male e diventerà la prova che non sono degno d'amore.


Il complesso di inferiorità

Sentirsi inferiori a qualcuno in una situazione specifica capita a tutti, ed è transitorio. Alcune persone, però, vivono in modo costante la sensazione di non essere all'altezza. Si parla allora di complesso di inferiorità, che affonda le radici nell'infanzia: spesso si tratta di adulti cresciuti con genitori autoritari, che rimproveravano di continuo limiti ed errori o confrontavano il figlio impietosamente con altri, sull'aspetto fisico, sui voti, sulle capacità, sul comportamento.

Si manifesta in due modi opposti. Da un lato ci sono persone schive, socialmente ritirate, che faticano a raccontarsi per paura del giudizio, si considerano poco attraenti, poco interessanti, goffe, e vedono gli altri come sicuri, capaci, realizzati. Dall'altro ci sono persone che hanno un bisogno costante di dimostrare di essere migliori, come forma di rivalsa, e che quando falliscono sminuiscono gli sforzi degli altri per sentirsi meglio; possono essere così schiette da risultare scortesi.

In entrambi i casi ricorrono alcuni tratti: attribuire i fallimenti alla sfortuna o agli altri, perché ammettere un errore confermerebbe di non valere; evitare ogni competizione; essere ipersensibili sia alle critiche sia ai complimenti, rifiutando quelli sinceri e cogliendo critiche ovunque; prendere male l'umorismo, sospettando una presa in giro; cercare attenzione mostrandosi malati, infelici, bisognosi, a volte aggressivi.


Come si riconosce una scarsa autostima

Chi ha vissuto queste esperienze sviluppa spesso un insieme di comportamenti riconoscibili. Evita le situazioni di confidenza e manca di abilità sociali. Non sa distinguere un giudizio negativo da un'osservazione costruttiva. Sta sulla difensiva e non dice ciò che pensa, per paura del rifiuto. Pensa in modo iperanalitico e vive tutto con preoccupazione. Soffre di ansia anticipatoria e da prestazione. Ha spesso tensioni fisiche (mal di testa, cervicale, spalle, insonnia) per una postura sempre rigida e controllata. Si sente inutile, non amato, incompetente; nelle relazioni intime è diffidente e cerca continue conferme, e i rapporti naufragano per l'eccesso di insicurezza. Va in ansia davanti ai cambi di programma. Compiace e si adatta, convinto che sia l'unico modo per tenere vicine le persone, e si fa apprezzare per ciò che crede ci si aspetti da lui, non per ciò che è. Considera i successi frutto del caso e i fallimenti prove della propria incapacità. Ha una cattiva immagine del proprio corpo, e per questo è più esposto ai disturbi alimentari.

Quando si ha la sensazione che la situazione sia fuori controllo e impedisca di vivere con serenità, è consigliabile cercare un aiuto professionale.