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Autostima maschile: la forza che cambia forma

"Non so più cosa vogliono da me." È una frase che sento spesso dagli uomini che arrivano in studio. La dicono a proposito della compagna, del lavoro, a volte dei figli. Dietro c'è quasi sempre la stessa sensazione: le regole sono cambiate, e nessuno ha spiegato quelle nuove.

Da qualche anno si parla di "crisi del maschile". L'espressione è un po' abusata, ma descrive qualcosa di reale. Per generazioni l'identità maschile si è appoggiata a pochi pilastri solidi: lavorare, mantenere la famiglia, proteggere, non mostrare debolezza. Oggi molti di quei pilastri sono cambiati. Il lavoro è più precario, le donne sono economicamente autonome, i ruoli in coppia si negoziano invece di essere dati per scontati. Per molti uomini è una liberazione. Per altri è uno spaesamento che può trasformarsi in frustrazione, e a volte in rancore.


Il valore misurato dal fare

L'autostima maschile tradizionale si è costruita soprattutto sul fare: quanto guadagno, cosa ho ottenuto, quanto sono forte, quanto riesco a risolvere i problemi da solo. È un'autostima che funziona finché le cose vanno bene. Ma quando il lavoro si perde, quando una relazione finisce, quando il corpo invecchia o si ammala, crolla di colpo, perché non ha nient'altro su cui reggersi.

A questo si aggiunge un'educazione emotiva povera. A molti bambini è stato insegnato, in modo esplicito o no, che piangere è da femmine, che la paura va nascosta, che i problemi si risolvono da soli. Gli studi sulle norme maschili parlano di "restrizione emotiva": la difficoltà a riconoscere e a esprimere emozioni che non siano la rabbia. La rabbia, infatti, è spesso l'unica emozione "concessa" a un uomo. E così tristezza, vergogna, paura, senso di inadeguatezza vengono tradotte tutte nella stessa lingua: irritazione, aggressività, chiusura.


Dalla frustrazione al rancore

La frustrazione è un'emozione legittima. Sentirsi messi da parte, non riconosciuti, inadeguati rispetto a richieste che cambiano fa male. Il problema nasce quando questa frustrazione non trova parole e si cristallizza in rancore.

Il rancore ha bisogno di un colpevole. Spesso lo trova nelle donne, nelle ex compagne, nei "tempi di oggi". In rete esistono interi ambienti che alimentano questa lettura: gruppi e canali che offrono a uomini soli e feriti una spiegazione semplice ("la colpa è loro") e un senso di appartenenza. Capisco perché attraggono: chi si sente invisibile trova finalmente qualcuno che gli dà ragione. Ma il rancore è un rifugio che non cura. Tiene la persona ferma nel ruolo della vittima, la allontana ancora di più dalle relazioni, e lascia intatta la ferita da cui è partito tutto.

Dietro molto rancore maschile, quando si ha la pazienza di ascoltarlo, c'è un dolore antico: il bisogno di essere visti e apprezzati per ciò che si è, non solo per ciò che si produce.


La solitudine che non si dice

Molti uomini sono più soli di quanto ammettano. Hanno colleghi, conoscenti, compagni di calcetto, ma pochissime persone con cui parlare davvero di come stanno. Spesso la compagna è l'unica confidente, e quando la relazione entra in crisi o finisce, non resta nessuno.

Gli uomini chiedono aiuto meno delle donne, e quando lo fanno arrivano spesso tardi, quando il malessere è già diventato insonnia, alcol, esplosioni di rabbia, sintomi fisici. Chiedere aiuto viene vissuto come un'ammissione di fallimento. È uno dei paradossi più dolorosi del modello maschile tradizionale: insegna a proteggere gli altri, ma non a farsi proteggere.


Oltre la crisi

Forse "crisi" non è la parola giusta. O forse sì, se la intendiamo nel suo senso originario: un momento di passaggio, che costringe a scegliere. Il vecchio modello maschile non basta più, ma questo non significa che gli uomini debbano diventare qualcos'altro da sé. Significa che possono ampliare il proprio repertorio.

Un'autostima maschile più solida passa da alcuni movimenti:


  • dare un nome alle emozioni che stanno sotto la rabbia: delusione, paura, vergogna, tristezza;

  • costruire un valore personale che non dipenda solo dal lavoro e dai risultati;

  • coltivare amicizie vere, in cui si possa parlare anche di difficoltà;

  • vivere la relazione con le donne come un incontro tra pari, non come una competizione o un esame;

  • considerare la richiesta di aiuto come un atto di responsabilità, non di debolezza.


La forza non scompare in questo passaggio. Cambia forma. Un uomo che sa stare con la propria fragilità senza vergognarsene non è meno uomo. È un uomo più libero, più presente con chi ama, e meno in balia di una rabbia che non sa da dove venga.