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Autostima al femminile: guardarsi con i propri occhi

Una paziente, qualche tempo fa, mi ha detto una frase che mi è rimasta in mente: "Prima di uscire di casa mi guardo allo specchio come mi guarderebbe un estraneo". Non lo diceva con vanità, ma con stanchezza. Come se per lei esistere davanti agli altri significasse prima di tutto superare un esame.

Molte donne si riconoscono in questa sensazione. L'autostima femminile ha radici comuni a quella maschile, ma si costruisce dentro una storia e uno sguardo particolari: quelli di una cultura che per secoli ha valutato le donne soprattutto per come apparivano, per quanto piacevano, per quanto si rendevano utili agli altri.


Guardarsi con gli occhi degli altri

Negli anni Novanta le psicologhe Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts hanno proposto la "teoria dell'oggettivazione". In sintesi: quando una persona cresce in un ambiente che la osserva e la giudica continuamente per il corpo, finisce per interiorizzare quello sguardo. Comincia a controllarsi dall'esterno, a chiedersi come appare prima ancora di chiedersi come sta. Questo processo si chiama auto-oggettivazione, e gli studi lo collegano a vergogna per il proprio corpo, ansia e minore capacità di ascoltare le proprie sensazioni interne.

Oggi i social hanno moltiplicato gli specchi. Il confronto non è più con la compagna di classe o la collega, ma con migliaia di immagini ritoccate, filtrate, scelte tra decine di scatti. È un confronto che non si può vincere, perché il modello di riferimento non esiste.

Il punto non è demonizzare la cura di sé o il piacere di sentirsi belle. Truccarsi, vestirsi con gusto, curare il proprio corpo può essere un modo di esprimersi e di stare bene. Il problema nasce quando il valore personale coincide con l'aspetto, e ogni ruga, ogni chilo, ogni foto venuta male diventa una minaccia all'identità.


La seduzione: potere o bisogno?

La seduzione è una parte sana della vita. Piacere e sentirsi desiderate fa bene, dà energia, mette in contatto con la propria vitalità. Ma la seduzione può avere due facce molto diverse.

C'è una seduzione che nasce dalla pienezza: mi piaccio, mi sento viva, e lo comunico. È un gioco libero, che posso fare o non fare.

E c'è una seduzione che nasce dal vuoto: ho bisogno che tu mi desideri per sentire di valere. In questo caso lo sguardo dell'altro diventa una conferma da ottenere a ogni costo, e la persona finisce per dipendere da chi la guarda. Il potere che sembra esercitare in realtà è nelle mani dell'altro: basta un'attenzione che manca, un messaggio senza risposta, e l'autostima crolla.

Nelle storie di molte donne che incontro in studio, questa seconda forma ha radici antiche: una bambina che ha imparato a essere amata quando era graziosa, brava, compiacente. In Analisi Transazionale diremmo che ha ricevuto carezze condizionate, legate a ciò che faceva o a come appariva, e poche carezze incondizionate, legate semplicemente al fatto di esistere.


Il potere che fa paura

Esiste anche il rovescio. Molte donne fanno fatica non a sedurre, ma a occupare spazio. A prendere la parola in una riunione, a chiedere un aumento, a dire "questa idea è mia", a dirsi competenti senza aggiungere subito un "ma forse".

Negli anni Settanta Pauline Clance e Suzanne Imes descrissero il "fenomeno dell'impostore" proprio osservando donne di successo che, nonostante risultati evidenti, si sentivano inadeguate e temevano di essere smascherate. Oggi sappiamo che riguarda anche gli uomini, ma nelle donne si intreccia spesso con un messaggio culturale preciso: una donna ambiziosa rischia di essere giudicata aggressiva, fredda, poco femminile.

Così il potere personale, cioè la capacità di decidere, di affermarsi, di dire di no, viene vissuto con senso di colpa. E l'autostima resta fragile, perché è difficile stimarsi se non ci si concede il diritto di valere.


Ritrovare il proprio sguardo

Costruire un'autostima solida non significa piacersi sempre, né sentirsi sicure in ogni situazione. Significa avere un valore di base che non dipende dall'ultimo giudizio ricevuto.

Alcune domande possono aiutare a cominciare:


  • Quando mi guardo, uso i miei occhi o quelli di qualcun altro? Di chi?

  • Quanto del mio tempo e della mia energia va nel controllare come appaio?

  • In quali situazioni mi sento davvero me stessa, senza dover piacere?

  • Che cosa mi è stato insegnato, da bambina, su cosa rende una donna "brava" o "amabile"?

  • Riesco a dire che una cosa l'ho fatta bene senza sminuirla subito?


Spostare l'attenzione da come appaio a come sto, da cosa pensano gli altri a cosa voglio io, è un lavoro lento. Passa dal corpo, dalle relazioni, dalla possibilità di sbagliare senza crollare. A volte richiede l'aiuto di un percorso psicologico, per sciogliere convinzioni che hanno radici lontane.

Ma è un lavoro che cambia molto. Una donna che si guarda con i propri occhi non smette di sedurre, né di prendersi cura di sé. Smette di farlo per sopravvivere. E comincia a farlo per piacere.