Lun - Ven ore 9.00 - 19.30

Il sì che ci costa: l'atteggiamento autofrustrante

C'è un modo di stare con gli altri che da fuori sembra solo gentilezza, e che chi lo vive conosce invece come una fatica continua. Lo chiamo atteggiamento autofrustrante: la tendenza a mettere i bisogni altrui davanti ai propri, quasi sempre, fino a perdere di vista cosa si desidera davvero.

Chi si muove così fatica a dire di no, e quando ci riesce si sente in debito per giorni. Fatica ancora di più a chiedere: un favore, un aiuto, perfino un po' di attenzione. Ricevere lo mette a disagio, un complimento va subito ridimensionato, un regalo ricambiato in fretta. Si sente responsabile dell'umore di chi gli sta intorno, come se il malumore di un collega o del partner fosse un problema da risolvere di persona. E il riposo, quando arriva, raramente è tranquillo: c'è sempre qualcosa che si potrebbe fare per qualcuno.

Sotto c'è un'equazione che la persona di solito non ha mai detto a parole, ma che guida molte sue scelte: valgo nella misura in cui servo.


Generosità o rinuncia?

Aiutare fa bene. A chi riceve e anche a chi dà. Il punto non è smettere di essere disponibili, sarebbe un consiglio sbagliato e, per molte persone, impossibile da seguire.

La differenza sta in cosa resta dopo. La generosità lascia qualcosa anche a chi dà: un senso di pienezza, di scelta. Nell'atteggiamento che chiamo autofrustrante, invece, il dare toglie. Si rinuncia ai propri desideri in modo sistematico, quasi automatico, spesso senza che nessuno l'abbia chiesto esplicitamente.

C'è poi una forma più sottile, forse la più diffusa. La persona si frustra da sola, in anticipo. Non chiede un giorno di ferie perché "tanto in ufficio c'è bisogno", non propone il ristorante che le piace perché "agli altri magari non va", non dice di essere stanca perché "non voglio pesare". Nessuno le ha detto di no. Il no se l'è detto lei, ed è arrivato così in fretta da non sembrare nemmeno una decisione.


Uno sguardo con l'Analisi Transazionale

Nel mio lavoro uso spesso l'Analisi Transazionale, e qui offre una lettura che trovo utile.

Molti di noi crescono con messaggi impliciti su ciò che serve per essere accettati. Non sono quasi mai frasi pronunciate a voce. Sono clima, sguardi, reazioni: un genitore che si incupisce quando il figlio chiede attenzione, una casa in cui chi ha bisogno è "un peso", un ambiente in cui si viene lodati soprattutto quando ci si rende utili. Da lì il bambino ricava una regola semplice: "vado bene se faccio contenti gli altri". In AT la chiamiamo spinta Compiaci. Spesso si accompagna a un messaggio più profondo, del tipo "non essere importante": i tuoi bisogni possono aspettare, anzi forse è meglio che non ci siano.

Da adulti quella regola non si presenta come una regola. Si presenta come carattere: "io sono fatto così, sono uno che si dà". Ed è vero, in parte. Solo che sotto c'è una svalutazione costante di sé, dei propri bisogni, del diritto di averne.


Il triangolo che prima o poi si chiude

C'è un modello che in seduta spiego spesso con un foglio e tre punti: il Triangolo Drammatico di Karpman. Salvatore, Vittima, Persecutore.

Chi vive in modo autofrustrante parte quasi sempre dal ruolo del Salvatore. Fa, prevede, sistema, anticipa. Per un po' funziona. Ma i bisogni ignorati non spariscono: si accumulano. E a un certo punto il triangolo gira.

Penso a una situazione che incontro spesso, con mille varianti. Una donna organizza da sola il pranzo di famiglia della domenica: spesa, cucina, tavola, i gusti di tutti. Nessuno le chiede di fermarsi e lei non chiede aiuto. A fine pranzo il figlio si alza senza sparecchiare e lei esplode, per una sciocchezza. Oppure non esplode, si chiude in un silenzio offeso: "tanto qui nessuno si accorge di niente". Nel primo caso è passata a Persecutore, nel secondo a Vittima. Gli altri restano spiazzati, lei si sente in colpa per la reazione, e il giro ricomincia. La domenica dopo, di nuovo tutto da sola.

Il risentimento, in questo schema, non è un difetto da eliminare. È un segnale. Dice che da qualche parte un bisogno legittimo è stato messo da parte troppe volte.


Quello che succede nel tempo

Chi si muove così da anni racconta spesso una stanchezza che il riposo non risolve del tutto. E poi una sensazione strana, quella di essere circondati da persone eppure non visti. Non è ingratitudine degli altri, almeno non sempre. È che le relazioni si adattano: se una persona non chiede mai niente, gli altri smettono di domandarsi di cosa abbia bisogno. Diventa "quella su cui si può contare", e basta.

Capita anche che la persona attiri, o tenga vicino a sé, partner e amici che hanno molto bisogno e danno poco. Non per sfortuna: quel tipo di legame conferma la regola di fondo, quella per cui si vale qualcosa solo se si serve a qualcuno.


Da dove si può cominciare

Non credo ai cambiamenti dall'oggi al domani, e in questo caso meno che mai. Chi prova a diventare di colpo assertivo di solito regge due giorni, poi il senso di colpa lo riporta al punto di partenza. Meglio lavorare sui margini.

Il primo margine è il tempo tra la richiesta e la risposta, quel sì che parte in automatico. Si può imparare a inserire una pausa, anche solo una frase come "fammi controllare e ti dico". Non è ancora un no. È uno spazio in cui chiedersi cosa si vuole davvero.

Una domanda che propongo spesso, da farsi in quello spazio: se dicessi di no, cosa temo che succeda? Le risposte sono istruttive. "Si arrabbierà." "Penserà che sono egoista." "Non mi chiederà più niente." Raramente reggono a uno sguardo onesto, ma vanno guardate, non scacciate.

Poi le piccole richieste. Chiedere un favore minimo, dire una preferenza su una cosa banale, ammettere di essere stanchi senza giustificarsi. Sembrano esercizi da poco. Per chi non l'ha mai fatto sono un territorio nuovo, e il disagio che provocano va messo in conto.

E il senso di colpa? Arriverà, quasi sicuramente. Vale la pena ricordare che il senso di colpa, qui, non dimostra di aver fatto qualcosa di sbagliato. Dimostra solo di aver fatto qualcosa di diverso dal solito. È il vecchio copione che protesta.

In Analisi Transazionale parliamo di permessi: messaggi nuovi che una persona può darsi, o ricevere, per controbilanciare quelli antichi. Permesso di avere bisogni. Permesso di essere importante. Permesso di stare bene anche quando nessuno ne trae un vantaggio. Su quest'ultimo ho registrato un audio guidato, "Il permesso di star bene", che trovi sul mio canale YouTube. Può essere un modo per cominciare a sentirlo nel corpo, prima ancora di capirlo con la testa.


Quando chiedere aiuto

Se ti riconosci in queste righe e la cosa ti pesa da tempo, un percorso psicologico può aiutarti a capire da dove arriva questa regola e a costruire, un passo alla volta, un modo di stare con gli altri in cui ci sia posto anche per te. Ironia della sorte, per chi vive in modo autofrustrante proprio chiedere aiuto è spesso la parte più difficile. Ma è anche, già di per sé, un primo sì detto a se stessi.